Due rondini che fanno primavera

Come sapete, Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese per il clima, è la persona dell’anno secondo il Time. Non era mai successo che la celebre copertina, di solito conquistata da uomini maturi dopo decadi di un’intensa attività di auto-promozione, fosse dedicata a una persona così giovane. Per non parlare del fatto che le donne sono state praticamente assenti in passato dalla copertina di Time (ce ne sono state solo 4 prima di Greta: Wallis Simpson nel 1936); Elizabetta II nel 1952; and Corazon Aquino nel 1986 e and Angela Merkel nel 2015).

Il caso ricorda un pò quello (più drammatico nel suo inizio) di Malala, l’attivista pakistana che si batte per il diritto all’istruzione delle bambine, che è diventata nel 2014 la più giovane persona ad aver ricevuto il premio Nobel (aveva 17 anni). Anche quello, non proprio un riconoscimento femminista: ad oggi il conteggio dei vincitori di Nobel è il seguente: 866 uomini e 53 donne.

Non mi vengono in mente casi simili nel genere maschile contemporaneo, cioè non riesco a pensare a nessun ragazzo che abbia assunto un ruolo di leadership planetaria così precocemente. Ormai è dimostrato scientificamente che le ragazze “maturano”, mediamente, molto prima dei ragazzi (si veda lo studio Marcus Kaiser e Sol Lim della Newcastle University), ma questo è sempre stato vero (statisticamente).

Due considerazioni. La prima: vuoi mai che sia venuto il momento delle donne? Che finalmente si siano create le condizioni giuste? La seconda: pensate che bello per le bambine e ragazze di oggi disporre di role model femminili talmente iconici da venire immediatamente in mente parlando di leader. Insegno leadership e quando chiedo a uomini e donne di indicare il loro role model di leadership sento sempre citare, da entrambi i generi, solo leader maschili. Mi da una sottile soddisfazione pensare che oggi ci siano centinaia di migliaia di ragazzi che hanno Greta come role model. Perchè quando queste persone saranno adulte, a differenza delle generazioni precedenti, considereranno la leadership femminile un fatto perfettamente normale.

Le donne sono gli ultimi adulti rimasti?

6397Le donne sono gli ultimi adulti rimasti a Washington. Così titolava provocatoriamente un articolo su Time del 16 Ottobre sul ruolo centrale delle senatrici nell’evitare il cosidetto shutdown (la “chiusura” delle agenzie governative per mancanza di accordo sul budget di spesa tra Democratici e Repubblicani). La tesi dell’articolo è che mentre gli uomini litigavano come bambini inconsapevoli, le donne si comportavano da adulti responsabili.

Alcuni spunti interessanti per la leadership femminile:

Primo. Ci si domanda da tempo se le donne al potere si comporterebbero diversamente dagli uomini, adottando modalità più collaborative rispetto al genere opposto. Quello che è avvenuto recentemente nel Senato Americano è  di fatto un esperimento naturalistico (si chiamano così gli esperimenti fuori dal laboratiorio). Risultato: le donne, che presiedono 10 su 20 dei comitati esistenti, hanno passato la stragrande maggioranza delle leggi mostrando grandi capacità di mettere daccordo esigenze diverse e trovare punti di accordo. Forse è vera l’intuizione che siamo più inclini a collaborare,che non ci arrocchiamo sulle nostre posizioni e che cerchiamo più spesso soluzioni per il bene comune.

Secondo. A volte si dice che le donne non sanno fare squadra. Però, al Senato Americano, è avvenuto il contrario e non solo per evitare lo shutdown. Le senatrici dei due partiti si trovano regolarmente a cena tra loro e fanno rete condividendo prospettive e rafforzando il loro potere. Forse siamo meno abituate a collaborare nelle situazioni di potere perché siamo poco abituate a gestire il potereo perché  siamo messe in difficoltà dal contesto. Quando riusciamo a superare alcune barriere nel fare rete e ne capiamo l’importanza, lo facciamo con ottimi risultati per le organizzazioni e per noi stesse.

Terzo. Le donne hanno preso in mano la situazione mentre gli uomini si distraevano nei loro litigi. Credo che questa sia un’opportunità anche in contesti aziendali.

Il caso di Washington non va usato strumentalmente, però qualcosa ci dice e, soprattutto, credo ci indichi la strada: la nostra capacità di collaborare e di fare rete mentre gli altri litigano è un asso da giocare.