L’età del (pre)giudizio

A che età iniziamo a stupirci di una donna o di una persona di colore al comando? Quando decidiamo quale professione e ruolo sono “normali” per qualcuno? L’età cosiddetta del giudizio, cioè l’età adulta, coincide con l’età del pregiudizio. A partire da 6 anni iniziamo ad accumulare convincimenti che diventano pregiudizi, si stratificano e ci limitano. Prima invece riuscivamo a vedere un mondo dove nulla era precluso a nessuno e tutto era “naturale”.

Prysmian, azienda leader nei cavi e nei sistemi per energia e telecomunicazioni, ha prodotto un bel video che fa riflettere. Vengono mostrate le stesse immagini, prima a un gruppo si adulti (dipendenti di Prysmian) e poi a un gruppo di bambini in età pre-scolare (figli di alcuni dipendenti). Le immagini sono di Samantha Cristoforetti nella navicella spaziale, di una donna al volante di una Ferrari, di due piloti nel cockpit di un aereo (una donna e un uomo di colore), di  gruppi di persone in riunione  di lavoro (nella prima riunione uno di loro, visibilmente più anziano, è Richard Branson, l’imprenditore che ha fondato Virgin Group, nella seconda c’è solo un uomo e le altre sono donne). Agli adulti le immagini appaiono evidentemente “insolite” e sottolineano l’aspetto di “deviazione rispetto alla norma” (una donna astronauta, una donna pilota, una riunione in cui una persona è molto più vecchia, una riunione in cui le donne superano numericamente gli uomini, ecc.). I bambini no. I bambini sono fattuali: Samantha Cristoforetti è un’astronauta. Non è una donna astronauta, ma un essere umano che fa l’astronauta di professione. I piloti di auto da corsa o di aerei sono semplicemente piloti. Le persone riunite sono persone che lavorano, età e genere non importano.

Viene voglia di tornare bambini anche per questa capacità di vedere il mondo senza filtri e costrizioni. Ma in questo video c’è anche un suggerimento importante per le donne leader, o che vogliono diventarlo. A volte le donne si fanno assalire da dubbi (“ce la farò come donna?”, sono l’unica/prima donna, forse vuol dire che non è possibile”, ecc.) perché subiscono loro stesse i condizionamenti sociali. Ecco, in quei momenti, fate come i bambini. Guardate al mondo delle possibilità infinite, non quello quello dei pregiudizi. Prima che ci mettessero il paraocchi, vedevamo una realtà più ampia. Ce lo ricordano i bambini in questo video, che siamo noi, tanti anni fa.

Tre minuti per capire l’inclusione

Per praticare l’inclusione, c’è un semplice segreto da conoscere: abbiamo punti in comune anche con le persone che ci appaiono più diverse. Le possibilità di trovare intersezioni con gli altri ci sono, ma richiedono di superare la pigrizia che ci fa etichettare le persone superficialmente (allocandole tra i nostri simili o i tra i diversi) e poi procedere applicando lo  stereotipo (attribuendo alla persona le caratteristiche del gruppo di appartenenza identificato). E’ una scorciatoia che prendiamo perché valutare le persone una per una è faticoso e richiede tempo. Ma la scorciatoia può portare fuori strada e soprattutto “appiattisce” la splendida complessità dell’essere umano.

Se non ci credete, guardate questo bellissimo video, che si intitola Three Beautiful Human Minutes.  E’ una master-class di inclusione che mostra (non proclama, ma proprio fa vedere) in 3 minuti che quello che ci unisce agli altri esseri umani è molto più di quello che ci divide e fa venire voglia di gettare ponti verso il prossimo.

Ma perché funziona? Per tre semplici ragioni è più facile di quello che crediamo trovare punti comuni con persone diverse:

  1. abbiamo tutti identità multiple (es. una persona può essere avvocato, mamma, moglie, figlia, appassionata di montagna, esperta d’arte contemporanea, volontaria di un’associazione, ecc.)
  2. spesso abbiamo avuto esperienze significative che anche altri hanno avuto (es. una persona cara per cui siamo stati in ansia, una passione messa da parte, un conflitto con un figlio, una rappacificazione con un amico, ecc.)
  3. spesso abbiamo provato le stesse emozioni in circostanze simili (es. gioia, tristezza, ecc) perché le emozioni sono trasversali e non conoscono troppe distinzioni.

Qual’ è il problema, invece? Che alcune caratteristiche  sono visibili (di solito, il genere, la razza e l’età si vedono immediatamente) e quindi sono sovra-utilizzate per interpretare le persone. Altre caratteristiche si capiscono abbastanza velocemente, mentre altre ancora non sono conoscibili dagli altri se non ne parliamo. Ecco, a volte sono proprio le caratteristiche che non si vedono subito che possono unirci agli altri. Conoscere le persone e farsi conoscere sono amici dell’inclusione.