Dalla parte di Camilla

belen-come-mi-vorrei-italia-1E uscito oggi sulla 27sima Ora un pezzo che fa riflettere. Si intitola  Camilla 20 anni sfida Belen: il tuo programma è maschilista . In pratica, una giovane di 20 anni, Camilla, se la prende con Belén Rodríguez, la show-girl, per il programma che conduce, dal titolo, fuorviante “Come mi vorrei”. Dico che è fuorviante perché molto chiaramente le ragazze che si rivolgono a Belen per ricevere consigli inseguono lo stereotipo femminile commerciale più che cercare di diventare come vorrebbero loro.

E’ così terribile questo programma? I problemi sono due: il primo è la semplificazione della figura femminile, ridotta a puro look, cioè all’aspetto esteriore. Il secondo riguarda i modelli femminili proposti:  donne irraggiungibili per avvenenza fisica e glamour, ma con poco altro da raccontare. Non è così che possiamo crescere la prossima generazione di donne leader. Non è questo che vogliamo che i nostri figli maschi vedano in televisione, perché la televisione sdogana tutto rendendolo normale e accettabile e non vorremmo che si aspettassero questo comportamento dalle loro giovani amiche.

E Camilla cosa ha fatto? Ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org per far chiudere il programma e ha già raccolto oltre trentamila firme. Chiudere un programma sembra una misura piuttosto dura e poco liberista, ma non facciamoci tentare dal  “basta cambiare canale” perché purtroppo, anche facendolo, si trovano messaggi simili. Come racconta da anni Lorella Zanardo, tutta la nostra televisione è programmata per perpetrare l’ immagine di una donna ossessivamente preoccupata di piacere secondo i canoni estetici in vigore, anche a costo di diventare un’altra, invece di provare a cambiare qualche regola essendo se stessa. Se non ci si ribella mai queste trasmissioni si moltiplicheranno e sarà difficile sovrastare la loro voce esprimendo un punto di vista diverso sulle donne.

Anche se ce la stiamo prendendo con una trasmissione che forse è solo marginalmente peggio di tante altre, credo che facciamo un favore a tutti chiedendo di eliminarla. Forse anche a Belen stessa: possibile mai che una donna di successo non possa fare qualcosa di più significativo e utile per le altre donne che aprire il loro guardaroba, guardare il contenuto con disapprovazione e ordinare perentoria di cambiare tutto, scrivendo i punti chiave dei propri suggerimenti col rossetto sullo specchio? Alla fine, anche Belén  è prigioniera di questa immagine femminile che contribuisce ad alimentare. Non dico che debba provare a vincere un Nobel, la sua carriera e il suo successo sono altrove, ma anche lavorando nel mondo dello spettacolo si possono agire comportamenti più consapevoli e socialmente utili. Non è un ambiente da demonizzare e condannare a priori, ci mancherebbe, ma da indirizzare con le nostre preferenze di consumatori e il nostro potere di cittadini sì.

Intervista a Nina Frauenfeld di SuccessAcross

SuccessAcross è un’organizzazione specializzata nel supportare le aziende che operano in contesti  internazionali   al fine di  migliorare l’ interculturalità e la diversità nell’ambiente di lavoro.

Nina Frauenfeld, fondatrice e direttore generale di SuccessAcross , risponde alle mie domande.

Una delle tue aree di specializzazione sono gli stereotipi. Io credo che abbiano un ruolo importante, in particolare in paesi come l’Italia, nel frenare la leadership femminile  e  nel mantenere il “soffitto di vetro”. Cosa ne pensi?

Nina Frauenfeld : La cosa importante da capire degli stereotipi è che sono generati e usati e che l’uso non fa altro che rinforzarli. Ogni donna ha la possibilità di confermare o smentire lo stereotipo femminile prevalente che la vorrebbe in una posizione più subordinata rispetto a quella dell’uomo. Se da un lato le donne dovrebbero essere ben consapevoli dell’esistenza degli stereotipi e della loro influenza sui comportamenti di donne e uomini, dall’altro questo non deve generare senso di rassegnazione. Gli stereotipi vanno conosciuti per poter essere smentiti nei fatti. Attenzione anche, nel combattere lo stereotipo femminile, a non comportarsi da vittime perché questo rinforza lo stereotipo.

Nella tua esperienza, cosa funziona nel combattere gli stereotipi?

Nina Frauenfeld : Per combatterli,  bisogna offrire una alternativa convincente allo stereotipo esistente. Sarebbe sbagliato cercare di liberarsi dello stereotipo prevalente senza averlo rimpiazzato con un altro perché gli stereotipi sono colonne portanti del nostro modo di conoscere il mondo.  L’altro consiglio che do alle organizzazioni è di cambiare gli stereotipi “da dentro”, cioè facendo produrre il contro-stereotipo alle persone dell’organizzazione stessa. Ricordo che in una multinazionale nostra cliente i due country-manager con migliori risultati erano donne. Prendere atto di questo fatto ha aiutato a superare lo stereotipo.

Hai molta esperienza nel lavorare con le multinazionali, che consiglio dai alle donne che si muovono in questi contesti?

Nina Frauenfeld : Differenti culture valorizzano approcci diversi. Bisogna essere sensibili a queste differenze per interpretare correttamente le situazioni. Per esempio, i paesi nordici tendono, rispetto a quelli mediterranei, a valorizzare maggiormente l’approccio non-convenzionale e creativo nell’affrontare le situazioni (“thinking out of the box”). Se in una riunione con persone di quei paesi, alla fine della vostra presentazione, vi dicessero “proviamo a rovesciare tutto quello che hai detto” non dovreste diventare difensive perché non è un attacco a voi né ai vostri contenuti, ma solo un modo di applicare un approccio creativo nell’affrontare i problemi (quindi non ci si accontenta della soluzione, anche se buona, ma si cerca oltre).

Vuoi lasciarci con un messaggio sul valore della diversità che è uno dei tuoi temi preferiti?

Nina Frauenfeld : In situazioni complesse, come quelle che affrontiamo in questo periodo, anche piccole differenze possono contare molto al fine di raggiungere gli obiettivi. Per mettere a punto la formula giusta, dovremmo osservare chi ha successo e cercare di capire come possiamo imparare da loro. Dovremmo, insomma,  imparare a imparare da tutti anche se ci sembrano diversi da noi e portatori di approcci distanti dai nostri. Questo richiede apertura mentale, e perché possa avvenire, il primo passo è promuovere la diversità che permette di provare tanti approcci diversi e vederne i risultati.