Giù la maschera: sei un pregiudizio di genere

I pregiudizi  tendono a essere così diffusi che le stesse categorie danneggiate  spesso li condividono diventando “collusive”. Nessuna meraviglia che sia così: i pregiudizi, “inoculati” in tenerissima età, diventano indistinguibili dal mondo reale.

Per quanto riguarda le donne, per esempio, gli stereotipi di genere (con relativi pregiudizi) generano in loro stesse comportamenti auto-limitanti inconsapevoli. Ne cito alcuni che sono delle vere e proprie camicie di forza del genere femminile:

1) pregiudizi riguardo alle proprie attitudini, secondo cui sarebbero  più abili nelle soft skill  che nelle hard skill  (pensate a come ci condizionano nelle scelte di studio e lavoro);

2) pregiudizi riguardo all’assertività che, nella donna ma non nell’uomo, rischierebbe di essere eccessiva anche in dose omeopatica (pensate a quante donne non agiscono comportamenti assertivi ma tendono più verso quelli passivi con danni enormi per la loro carriera e per il loro equilibrio);

3) pregiudizi riguardo all’opportunità di chiedere, negoziare per se stesse e auto-candidarsi, comportamenti che sarebbero sintomatici di troppa ambizione, caratteristica premiata negli uomini ma condannata nelle donne (pensate a quanto invece è importante manifestare ambizione per essere anche solo prese in considerazione per le progressioni di carriera);

4) pregiudizi riguardo alle doti di leadership che le donne si riconoscono spesso meno di quanto riconoscano agli uomini. Anni fa stavo tenendo una serie di workshop sulla leadership. Constatai che, alla richiesta di citare leader che li avevano ispirati, i partecipanti uomini citavano uomini e le donne pure. Quasi che la massima espressione di leadership potesse essere solo maschile.

In molti siamo convinti che la difficoltà nel far avanzare la leadership femminile derivi in buona parte da pregiudizi impliciti (cioè non smascherati) che contagiano anche chi ne è vittima. La prima cosa da fare (è la più facile e produce risultati immediati) è quindi rendere le categorie oggetto di pregiudizi consapevoli dei condizionamenti ricevuti e aiutarle a metterli in discussione.

Nella mia esperienza, portare controesempi e far conoscere role-model che falsificano la credenza è particolarmente efficace. Quando ho capito come, purtroppo, gli esempi di leadership femminile fossero poco noti ho iniziato una pagina facebook intitolata Il talento delle Donne in cui inserisco tutti gli esempi di leadership, coraggio e assertività femminile che mi capitava di trovare. Vi assicuro che non mancano, la pagina ne ha svariate centinaia in tutti i campi, ma chissà perché pochi ne parlano.

Naturalmente bisogna anche agire su chi gestisce risorse e su tutta la popolazione organizzativa per combattere i pregiudizi. Su questo, è in arrivo un post.

 

 

La vaccinazione (obbligatoria) contro lo stereotipo di genere

Forse non è il momento giusto per proporre una ulteriore vaccinazione obbligatoria. Però, contro gli stereotipi di genere, sarebbe proprio necessaria e andrebbe somministrata nei primi anni di vita. Molti studi ci dicono infatti che gli stereotipi di genere si formano prestissimo (intorno ai sei anni) quando noi adulti, in genere, non abbiamo ancora alzato la guardia perché pensiamo che le scelte di studio e professionali siano lontane all’orizzonte.

L’esperimento (pubblicato su Science) , condotto con bambini nella fascia tra cinque e sette anni, è consistito nel far leggere una storia in cui due personaggi (di cui non si diceva il genere) erano descritti rispettivamente come “molto, molto intelligente” e “molto, molto gentile”. Ai bambini veniva chiesto di indovinare il genere dei due personaggi. A cinque anni, entrambi i generi propendevano per scegliere il proprio stesso genere per il personaggio “molto, molto intelligente”. Dai sei anni in su, le bambine cambiavano però convinzione. A quell’età, la probabilità che una bambina indichi il genere femminile per il personaggio “molto, molto intelligente” è già diminuita del 20%.

Secondo lo studioso Dario Cvencek (University of Washington), tra la fine dell’asilo e i primi anni delle elementari viene anche assorbito lo stereotipo per cui le bambine sarebbero meno portate per la matematica. In seconda elementare, il 75% dei bambini di ambo i generi hanno interiorizzato lo stereotipo secondo cui nelle materie “fredde” come la matematica i maschi riescono meglio, mentre nella lettura hanno più abilità le femmine.

Questi stereotipi, acquisiti così presto, hanno anni per consolidarsi prima che le ragazze scelgano il tipo di liceo e poi di facoltà. In tutti quegli anni, gli stereotipi  congiurano contro la realizzazione delle ragazze nelle materie scientifiche (vedi la minaccia dello stereotipo). Intervenire al liceo o anche alle medie è troppo tardi. Bisognerebbe agire molto prima se si vogliono più donne nelle #STEM. Servono role model, narrazioni e convinzioni diverse da quelli prevalenti, ma se aspettiamo a intervenire al liceo o anche alle medie abbiamo a che fare con stereotipi più resistenti.

Gli stereotipi di genere danneggiano le opportunità future di molte bambine e della società in generale (lo spreco di talenti è un problema del Paese, non solo dei singoli). Non ce li possiamo permettere.

 

 

Abbiamo bisogno di una s….che ci liberi dallo stereotipo femminile

hilaryIl fatto che Hilary Clinton non ispiri grande simpatie nemmeno dalle donne merita di essere analizzato e capito al di là delle razionalizzazioni (lo scandalo Whitewater, la faccenda delle email, il potere dinastico dei Clinton, ecc.). La ragione per cui donne, anche altrimenti illuminate, non sceglierebbero una come la Cinton per bere lo Spritz temo abbia anche altre motivazioni, che purtroppo agiscono sottotraccia (e potrebbero essere una forma di unconcious bias). Forse, alla fine della riflessione potremmo arrivare alla conclusione di Andi Zeisler nel suo pezzo uscito oggi sul New York Times (The Bitch America Needs): l’America ha bisogno di una strega (la parola bitch sarebbe meglio tradotta con un’altra parola che inizia pure per s, comunque il concetto è quello).

Quello che rende Hillary una s. sono una serie di caratteristiche che collidono con lo stereotipo femminile (es. desiderare il potere, avere molta voglia di vincere, non esprimere emozioni, sorridere poco, ecc.). A questo si aggiunga un’altro elemento fortemente disturbante: Hillary  non solo  non usa la piacevolezza come una clava, che è quello che ci si aspetta dalle donne che vogliono avanzare in qualsiasi campo, ma addirittura se ne frega di violare le aspettative legate allo stereotipo femminile.

Hillary rappresenta una donna il cui potere si esprime fuori dalla sfera domestica e familiare e che esce dallo stretto perimetro delle norme e aspettative sociali che riguardano le donne, alle quali fa ben poche concessioni. Questi sono peccati che  non si perdonano e che quasi unanimemente sono interpretati come segnali di una cattiva indole (da s., in sintesi). Quante donne si auto-limitino per conformarsi a queste aspettative non lo sappiamo, ma probabilmente sono tante. Se Hillary ce la farà a conquistare la Casa Bianca, ci aiuterà a liberarcene.

 

Le donne leader aiutano le altre donne?

Cat-Fight13Quando due donne litigano, è una cat-fight, una lotta tra gatti. Quando lo fanno due uomini, è un sano confronto tra maschi-alfa. O almeno, così molti interpretano una identica situazione situazione conflittuale (una con due donne protagonste, l’altra con due uomini, ma per il resto nessuna differenza). Lo spiega un interessante esperimento che mette in luce come tendiamo a “problematizziare” i conflitti tra donne attribuendovi un significato che va oltre l’oggetto del conflitto. Insomma, i pregiudizi di genere sembrano giocare un ruolo rilevante nell’interpretazione dei conflitti tra donne e nei miti che ne derivano.

In un pezzo recente sul New York Times Sheryl Sandberg spiega che non è vero che che le donne leader non rimandano giù l’ascensore e addirittura ostacolano il proprio genere, o almeno, questo è un resoconto parziale di ciò che avviene.

Ecco come stanno realmente le cose. Nei contesti in cui sono minoritarie, le donne spesso tendano a prendere le distanze dalle altre donne per cercare di essere cooptate dagli uomini (per farsi considerare una dei loro), è vero, purtroppo. Ma questo non ha a che vedere con la natura delle donne, bensì con la dinamica dei gruppi minoritari. In altri contesti, meno distorti, le donne si aiutano. I dati riportati nello studio pubblicato da Catalyst su questo argomento sono significativi. Leggetelo, ma, tanto per esemplificare: il 70 percento dei mentor di donne considerate ad alto potenziale erano donne, solo il 30 percento erano uomini. E il 65 percento di queste donne hanno “restituito” diventando a loro volta mentor di altre donne. Non solo le donne si aiutano, ma anche non interrompono la catena di aiuto dopo essere state aiutate.

E allora?  Se non ci mettono in condizioni impossibili, noi donne collaboriamo e ci aiutiamo come gli uomini. E quindi? Invece di aggiustare le donne, aggiustiamo le organizzazioni e arriviamo al 30% di donne nella leadership (come sta cercando di fare il #30pctclub).

Il migliore amico della donna

misoginia2Si dice che il migliore amico dell’uomo sia il cane. E della donna? In questo momento, paradossalmente, i nostri detrattori sono i nostri migliori amici.

Dal professor Gaudio, rettore della Sapienza di Roma, che ha fatto il giudice in un concorso di bellezza organizzato dall’ateneo, al premio Nobel Hunt, che ha dichiarato che è meglio non avere donne nei laboratori scientifici (spiegazione: si innamorano, fanno innamorare e piangono se le si critica), i nostri “nemici” hanno avuto il merito di ricompattare un fronte che si stava disperdendo credendo che la vittoria fosse ormai conquistata.

Quasi 30.000 firme su change.org per chiedere le dimissioni di Gaudio e sei rettrici italiane che gli scrivono insieme una lettera aperta sono un piccolo miracolo in un momento in cui la parità di genere sembra a molti (uomini e donne) un problema del secolo scorso. Scienziate di mezzo mondo, indignate dall’infelice quanto rivelatoria battuta di Hunt, hanno reso virale nel giro di poche ore l’hashtag DistractinglySexy (corredando i tweet con loro foto in camice o tuta anti-ebola come per dire: noi ci lavoriamo nei laboratori, mica andiamo a divertirci).

Ringraziamo quindi entrambi questi uomini per due ragioni. Primo, per averci riportato alla realtà: esistono ancora molti pregiudizi e stereotipi di genere e non sono appannaggio solo di persone ignoranti. Secondo, per averci permesso di contarci e di verificare che possiamo contare le une sulle altre.

 

Abrasiva

spugna-abrasiva-confda-20-pzProvate a indovinare una parola che ricorre molto più frequentemente nelle valutazioni di performance delle donne rispetto a quelle degli uomini.  Grazie a una linguista,  Kieran Snyder, che ha svolto una indagine su circa 250 valutazioni di performance   (svolte in aziende di ogni dimensione negli USA), sappiamo quale sia: è abrasiva.

Mentre pare sia roba di tutti i giorni per noi donne esserlo (compare in 71 delle 94 valutazioni critiche), la critica non viene normalmente rivolta agli uomini. E’ perché sono meno abrasivi? Probabilmente no, è solo che per un uomo essere abrasivo è “meno grave” che per una donna (per noi questo tratto non si concilia con lo sterotipo femminile). La famosa asticella che per noi si alza quando saltiamo, in questo caso è una soglia di tolleranza che si abbassa quando dobbiamo essere giudicate.

Il fenomeno è così diffuso che ha pure un nome: The Double Bind. Il doppio vincolo a cui le donne devono prestare attenzione è di non essere troppo gentili (e rischiare di venire prese poco sul serio) nè troppo assertive (e essere giudicate abrasive). E’ una finestra molto stretta, meglio saperlo e diventare contorsioniste.

Più in  generale, come riportato nell’articolo (La parola che gli uomini non vedono mai nelle loro valutazioni della performance  uscito qualche tempo fa su Fast Company) solo il 58.9% delle valutazioni degli uomini contenevano feedback critico mentre mentre questo si verificava nell’ 87.9% delle valutazioni alle donne. E le critiche erano costruttive e più personali. Anche questo è da sapere. In questo caso per farsi crescere una corazza.

 

 

Dalla parte di Camilla

belen-come-mi-vorrei-italia-1E uscito oggi sulla 27sima Ora un pezzo che fa riflettere. Si intitola  Camilla 20 anni sfida Belen: il tuo programma è maschilista . In pratica, una giovane di 20 anni, Camilla, se la prende con Belén Rodríguez, la show-girl, per il programma che conduce, dal titolo, fuorviante “Come mi vorrei”. Dico che è fuorviante perché molto chiaramente le ragazze che si rivolgono a Belen per ricevere consigli inseguono lo stereotipo femminile commerciale più che cercare di diventare come vorrebbero loro.

E’ così terribile questo programma? I problemi sono due: il primo è la semplificazione della figura femminile, ridotta a puro look, cioè all’aspetto esteriore. Il secondo riguarda i modelli femminili proposti:  donne irraggiungibili per avvenenza fisica e glamour, ma con poco altro da raccontare. Non è così che possiamo crescere la prossima generazione di donne leader. Non è questo che vogliamo che i nostri figli maschi vedano in televisione, perché la televisione sdogana tutto rendendolo normale e accettabile e non vorremmo che si aspettassero questo comportamento dalle loro giovani amiche.

E Camilla cosa ha fatto? Ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org per far chiudere il programma e ha già raccolto oltre trentamila firme. Chiudere un programma sembra una misura piuttosto dura e poco liberista, ma non facciamoci tentare dal  “basta cambiare canale” perché purtroppo, anche facendolo, si trovano messaggi simili. Come racconta da anni Lorella Zanardo, tutta la nostra televisione è programmata per perpetrare l’ immagine di una donna ossessivamente preoccupata di piacere secondo i canoni estetici in vigore, anche a costo di diventare un’altra, invece di provare a cambiare qualche regola essendo se stessa. Se non ci si ribella mai queste trasmissioni si moltiplicheranno e sarà difficile sovrastare la loro voce esprimendo un punto di vista diverso sulle donne.

Anche se ce la stiamo prendendo con una trasmissione che forse è solo marginalmente peggio di tante altre, credo che facciamo un favore a tutti chiedendo di eliminarla. Forse anche a Belen stessa: possibile mai che una donna di successo non possa fare qualcosa di più significativo e utile per le altre donne che aprire il loro guardaroba, guardare il contenuto con disapprovazione e ordinare perentoria di cambiare tutto, scrivendo i punti chiave dei propri suggerimenti col rossetto sullo specchio? Alla fine, anche Belén  è prigioniera di questa immagine femminile che contribuisce ad alimentare. Non dico che debba provare a vincere un Nobel, la sua carriera e il suo successo sono altrove, ma anche lavorando nel mondo dello spettacolo si possono agire comportamenti più consapevoli e socialmente utili. Non è un ambiente da demonizzare e condannare a priori, ci mancherebbe, ma da indirizzare con le nostre preferenze di consumatori e il nostro potere di cittadini sì.