Le donne possono avere tutto?

Ci sono due tesi contrapposte. La prima, portata avanti (e incarnata) dalla carismatica Sheryl Sandberg (CEO di Facebook) dice che se le donne osano puntare in alto possono farcela perché sono piene di qualità (le donne possono avere tutto). La Sandberg è una donna attraente, felicemente sposata e madre di due figli, oltre che titolare di uno dei lavori più ambiti del pianeta (se si hanno ambizioni aziendali, naturalmente). Almeno nel suo caso, le cose sono andate proprio come dice.

La tesi alternativa, espressa in un controverso articolo comparso sull’Atlantic a firma di Anne-Marie Slaughter  è che le posizioni apicali si possano tenere solo a costo di sacrifici personali enormi (le donne non possono avere tutto) perché il carico famigliare è sbilanciato e le donne ne sopportano la quota maggiore. Anche Slaughter, come Sandberg, cita il proprio caso personale come evidenza a supporto della tesi: è stata infatti costretta ad abbandonare una carriera molto promettente (è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di  Director of Policy Planning del Dipartiemnto di Stato) per seguire i figli adolescenti. La Slaughter aggiunge una riflessione: dire alle donne con piglio vincente che possono avere tutto le renderà ancora più frustrate quando dovranno rinunciare al lavoro impegnativo o alla famiglia perché non ce la fanno a sostenere il doppio-carico.

Io credo che incitare le donne a essere più ambiziose, o anche solo a non rinunciare “a priori”, sia giusto perché l’educazione e la cultura prevalenti non supportano l’ambizione femminile (e la profezia che si auto-avvera). Allo stesso tempo, do ragione a Anne-Marie Slaughter: bisogna stare attenti alle conseguenze di quello che si dice. Se dire alle donne “potete avere tutto” fa pensare a quelle che non ci riescono di esseri incapaci, insufficientemente ambiziose e colpevoli di aver lasciato cadere il testimone della causa femminile…allora stiamo sbagliando qualcosa. Forse dovremmo dire “provate a avere tutto”. In altre parole: non rinunciate a priori alla carriera, cercate il vostro equilibrio, scegliete liberamente dove volete essere nel continuo  che va dal concentrarsi solo vita personale al dedicarsi solo al lavoro. Fatelo rispettando chi siete e le vostre preferenze. Insomma, siate voi stesse con orgoglio:  quello che fate non ve le devono imporre né gli stereotipi di genere né i role-model proposti dalle super-women.

Cosa ne pensate?

Fermiamo lo spreco di talenti femminili

Il differenziale retributivo di genere rischia di innescare un meccanismo tipo profezia che sia auto-avvera. Prima alcuni dati.

Sappiamo che esiste un differenziale retributivo di genere (il salario medio femminile è più basso di quello maschile) dovuto ai fenomeni della segregazione verticale (le donne hanno minore accesso alle posizioni più elevate nelle aziende) e delle segregazione orizzontale (le donne sono maggiormente rappresentate in alcune funzioni aziendali che sono quelle in cui vi sono minori possibilità di guadagno) e compensato in parte dal fatto che le donne sono meno rappresentate nelle fasce operaie.

In Italia, il differenziale retributivo di genere complessivo è addirittura inferiore alla media europea (5% vs 17%, dati 2009), ma non è una buona notizia. Infatti, il dato generale risente, oltre che della contrattazione collettiva, della selezione (positiva) nell’occupazione femminile (cioè il fatto che le donne “meno produttive” non entrano nemmeno nella forza lavoro) che rende il salario medio femminile maggiore di quello che prevarrebbe se anche le donne con minore qualificazione entrassero nel mercato del lavoro.

E’ anche noto che il differenziale esiste anche a parità di qualifica e impiego (cioè tra “vicini di scrivania”) e oscilla, mediamente, tra il 10 e il 18%. Alcuni studi parlano del 20-25% (dipende dal settore, dalla posizione, ecc.). Questo dato è preoccupante, non solo per ragioni di equità. Credo infatti che il pay gap, insieme ad altri fattori noti (dalla mancanza di servizi a supporto delle famiglie agli stereotipi femminili prevalenti) scoraggi le donne. Diventa, insomma, una profezia che si auto-avvera: le donne, vedendosi discriminate e sentendosi poco apprezzate nei fatti (se non nelle parole) tendono a auto-escludersi e a investire di meno nella propria carriera e professione.

Il pay gap porta a un sotto-utilizzo dei talenti femminili, cioè a uno spreco di risorse umane. Esattamente la cosa di cui un Paese come il nostro non ha bisogno. Ecco perché alla questione femminile è così attento il ministro dello sviluppo economico Passera. Speriamo che l’attenzione si traduca in azione concreta, continua e mirata finché il problema non è risolto.