Come farsi strada nel mondo del lavoro: Sheryl Sandberg da 3 consigli.

2903dbe09eafe9200099d4423c0864ed61f8bea0_1600x1200Quando Sheryl Sandberg alza il ditino (come nella foto), sta per darci una lezione, magari a costo di urtare qualche suscettibilità. Vale la pena di ascoltare questo TED Talk sempreverde in cui spiega cosa possono fare le donne per diventare leader nel mondo del lavoro. Rivelo i tre consigli che da per sviluppare la  al femminile leadership, ma consiglio di guardare il video.

Numero Uno. Sedersi al tavolo (cioè pretendere nel lavoro un posto che riconosca il proprio valore, non accontentarsi di contribuire stando dietro alle quinte o sedute sugli strapuntini).

Numero Due. Avere un partner che supporti la vostra carriera al fianco (la scelta del partner non è cruciale solo per il patrimonio cromosomico di eventuali figli ma anche per l’appoggio psicologico e materiale che può dare al nostro sviluppo personale, che si tratti di carriera o altro. Purtroppo, tipicamente alle donne non si spiega che questo è un criterio importante nello scegliere il Principe Azzurro e rischiamo così di finire con uomini tanto straordinari quanto poco desiderosi di supportarci e invece tanto bisognosi di essere supportati loro).

Numero Tre. Non lasciare prima di lasciare (cioè di non compiere scelte auto-limitanti in previsione di dover, un domani, lasciare per farsi una famiglia. Investire nella propria carriera fino al momento in cui si prenderà, se succederà, una strada diversa).

Solo con questi tre, la leadership femminile potrebbe avanzare parecchio.

Le donne leader aiutano le altre donne?

Cat-Fight13Quando due donne litigano, è una cat-fight, una lotta tra gatti. Quando lo fanno due uomini, è un sano confronto tra maschi-alfa. O almeno, così molti interpretano una identica situazione situazione conflittuale (una con due donne protagonste, l’altra con due uomini, ma per il resto nessuna differenza). Lo spiega un interessante esperimento che mette in luce come tendiamo a “problematizziare” i conflitti tra donne attribuendovi un significato che va oltre l’oggetto del conflitto. Insomma, i pregiudizi di genere sembrano giocare un ruolo rilevante nell’interpretazione dei conflitti tra donne e nei miti che ne derivano.

In un pezzo recente sul New York Times Sheryl Sandberg spiega che non è vero che che le donne leader non rimandano giù l’ascensore e addirittura ostacolano il proprio genere, o almeno, questo è un resoconto parziale di ciò che avviene.

Ecco come stanno realmente le cose. Nei contesti in cui sono minoritarie, le donne spesso tendano a prendere le distanze dalle altre donne per cercare di essere cooptate dagli uomini (per farsi considerare una dei loro), è vero, purtroppo. Ma questo non ha a che vedere con la natura delle donne, bensì con la dinamica dei gruppi minoritari. In altri contesti, meno distorti, le donne si aiutano. I dati riportati nello studio pubblicato da Catalyst su questo argomento sono significativi. Leggetelo, ma, tanto per esemplificare: il 70 percento dei mentor di donne considerate ad alto potenziale erano donne, solo il 30 percento erano uomini. E il 65 percento di queste donne hanno “restituito” diventando a loro volta mentor di altre donne. Non solo le donne si aiutano, ma anche non interrompono la catena di aiuto dopo essere state aiutate.

E allora?  Se non ci mettono in condizioni impossibili, noi donne collaboriamo e ci aiutiamo come gli uomini. E quindi? Invece di aggiustare le donne, aggiustiamo le organizzazioni e arriviamo al 30% di donne nella leadership (come sta cercando di fare il #30pctclub).

L’opportunità della Sandberg

rolemodelCome nel caso precedente (Il problema della Sandberg), l’opportunità non è della Sandberg, che ne ha già tante e ne sta calamitando ancora di più (per esempio la carriera politica), ma nostra, ma lei, in un certo senso, ci sta alzando una palla.

Riassumo le puntate precedenti. L’instancabile Sandberg ha pubblicato un nuovo libro, Lean in for Graduates, dedicato alle giovani laureate. Sulla falsa riga del precedente, Lean in (Facciamoci Avanti), anche questo contiene un bel pò di incitazioni (a questo proposito, vale il commento che avevo fatto su Lean in: Il libro della Sandberg e le lezioni di tennis).

Lo stile di comunicazione di Sanberg, che possiamo accusare di tutto ma non di eccessiva indulgenza, finisce sempre per farci sentire scolarette che non capiscono la lezione, ma almeno ha avuto il merito, forse indiretto, di far scattare qualcosa. Costanza Rizzacasa d’Orsogna ha scitto prima sulla 27 Ora (Non fate carriera? Colpa Vostra. Sheryl Sandberg II il tono non cambia) e poi sul  Corriere della Sera di sabato 3 Maggio (Se non hai successo è colpa tua. Ma la linea dura fa discutere) due pezzi che hanno  ufficialmente riaperto il dibattito sulla leadership al femminile.

La conversazione non si era mai interrotta ma era rimasta un pò sotto-traccia. Quote-sì-quote-no, obiettivi di Lisbona (non raggiunti) sull’occupazione femminile e altre questioni più pratiche avevano distolto l’attenzione dal tema, un pò più filosofico, di cosa sia la leadership al femminile. Appunto, cos’è? E’ veramente diversa da quella maschile? Non è  che poi, una volta al potere, diventamo str… anche noi? Chi sono i role model? (domanda ben più difficile da rispondere rispetto alla più pragmatica: chi sono le donne di successo?)

Torniamo alla Sandberg. Dall’altezza del suo tacco 12 confortevolmente portato, Sandberg da consigli alle donne che vogliono fare carriera. Ufficialmente è così. Date il libro, o qualsiasi delle sue centinaia di interviste, in mano anche a un abile avvocato e non troverà nessun appiglio per sostenere che ci sia dell’altro. Eppure, chissà come mai,  tutte abbiamo capito una cosa diversa. Cioè che ci dia consigli per  diventare come lei e che, in particolare rivolgendosi alle giovani con il nuovo libro, le inciti a imitarla. Il problema è che molte non vogliono, ad alcune l’idea fa quasi venire il mal-di-mare (ma siccome siamo politicamente corrette non lo possiamo nemmeno dire). Molte donne non riconoscono in lei un role model. Una donna di successo, certo. Una maestra, forse anche. Ma un modello, magari no.

Povate a fare la domanda “chi è il tuo modello?” alle donne che conoscete e vedrete fiorire molte risposte diverse, spesso rivelatrici dell’essenza della persona e di come questa si vede nel mondo. Per qualcuna il modello sarà Madre Teresa, per altre Marisa Bellisario  o Shakira o Rita Levi Montalcini o Marissa Mayer o Malala  o anche le numerose amiche, sorelle, madri, zie, cape, ex-cape anonime ma importantissime nelle nostre vite. La leadership al femminile, insomma non è a taglia unica, one-size-does-not-fit-all, ed è una buona notizia: forse questo è proprio uno degli aspetti che la valorizzano. La leadership al femminile è multiforme come lo siamo noi.

 

 

 

Il problema della Sandberg

bad teacherDiciamo subito che il problema, più che della Sandberg (COO di Facebook, stra-pagatissima top-manager della Silicon Valley, autrice di bestseller, moglie felice, madre realizzata – e sicuramente ho omesso qualcosa), è nostro. E di cosa si tratta?

In essenza, secondo me, si tratta di decidere: a) se ci va di farci dare lezioni da una che ha vinto alla lotteria della vita, quindi forse dovrebbe solo tacere e far finta di niente per non attirarsi invidie e malocchi b) se ci piace tutta questa enfasi sulla carriera e sul lavoro, cioè  la filosofia di vita che c’è sotto c) se ci convincono  i suoi suggerimenti sulla carriera.

Sono tre cose diverse ed è utile tenerle separate.

Sul punto a), da una lato Sheryl Sandberg  è molto credibile: se non sa lei come fare carriera, ditemi chi devo ascoltare. Tuttavia, proprio per il fatto di essere francamente così remota da tutti noi, parlo per me anche se dico noi, non è la persona più adatta a dare lezioni nè a essere role model. Manca la complicità e l’empatia. Parla dei “problemi delle donne” ma facciamo fatica a immaginare che siano gli stessi che abbiamo noi. Anch’io, quando ho letto la sua intervista tempo fa sul Financial Times, fatta dalla bravisissima Gillian Tett, in cui diceva “oggi sono in ufficio in tuta perché alle 4 del pomeriggio vado a vedere la partita di non so cosa di mio figlio” (ovviamente non è una citazione letterale) mi sono innervosita. Questo è un privilegio cara Sandberg, non un merito. E qui sorge il problema, perché noi donne non amiamo che altre ci sbandierino in faccia i propri privilegi. Se lo fanno, vengono escluse dal gruppo. A forza di stare con gli uomini, forse se lo è dimenticato e per lei è certamente meglio così.

Sul punto b) vorrei dire che chi compera il libro della Sandberg, sa cosa può trovarci. Non è un libro per ritrovare la spiritualità nè per perdere peso nè per  imparare a andare in mountain-bike. Non è un libro che si intitola “Fiabe per bimbi” e parla del kamasutra. It is what it is. Sandberg non è Che Guevara ma non ne fa certo mistero, la Silicon Valley non è una comune e i libri  (Lean in e Lean in for graduates) li acquisteranno le donne interessate alla carriera (e magari, anzi me lo auguro, a mille altre cose) per cercare consigli sulla carriera. Chi cerca altro, lo cerca in altri libri. Non diamo però a Sandberg la grande responsabilità di indirizzare le giovani donne in generale. Delle donne a noi vicine, meglio che ci facciamo carico tutte noi  con l’esempio e l’altruismo.

Sul punto c) credo che quello che ha da dire Sandberg meriti di essere ascoltato, se non altro per l’osservatorio privilegiato da cui arriva (siamo in Italia e non in California, ma rimane utile). Quel che  infastidisce (leggete il divertentissimo e vetriolico pezzo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna sulla 27ma Ora: Non fate carriera? Colpa vostra. Sheryl Sandberg II, il tono non cambia.) è come lo dice. Sandberg finisce per suscitare più controversie (naturalmente utili a promuovere il libro) che ispirazione al genere femminile (utile a far auto-promuovere le donne), ma non dovremmo confondere i piani.

Concludo rivelandovi una associazione mentale bizzarra che ho avuto pensando ai consigli della Sandberg. Mi sono ricordata una scena gustosa di un filmetto che si intitola Bad Teacher, cioè Cattiva Maestra. Nel film, Cameron Diaz è nel ruolo di una cattiva maestra elementare (in realtà non è cattiva, ma non sa insegnare, non gliene potrebbe importare di meno e ha accettato il lavoro solo perché le servono i soldi). Una sera Cameron (Elisabeth) è in un pub con una collega, un’altra maestra elementare, ma completamente opposta a lei: completamente dedita all’insegnamento e molto carente sul piano dell’avvenenza fisica (20 kg sovrapeso, pochi capelli in testa, sempre sudaticcia, ecc.). Tra una birra e l’altra, Cameron (Elisabeth) da alla maestra bruttina dei consigli su come fare colpo sugli uomini. La bruttina ascolta e suda ancora più del solito (rivoli visibili). Cameron (Elisabeth) la incalza, la incita a provare e le spiega come auto-presentarsi a dei tipi del tavolo vicino e come invitarne uno a ballare in maniera seduttiva. Durante questa scena tutti pensano: “Cara Cameron-Elisabeth, se vai tu a invitarlo a ballare, non ti fa nemmeno finire di parlare e ti dice di sì. Ma la cicciona? Ma la vuoi mandare al macello? Lei non è te: non può funzionare.” Soprattutto, quasi tutti pensano:” La bruttina non seguirà mai i tuoi consigli, non si alzerà, non andrà al tavolo dei vicini ad invitare uno a ballare, perché non è così matta da farlo, perché capirà che i tuoi consigli sono una bufala e che tutto finirà in una prevedibile umiliazione”. Invece, la bruttina-cicciona, con i pochi capelli ormai completamente bagnati dal sudore e visibilmente terrorizzata dall’enormità della sfida, segue il consiglio di Cameron-Elisabeth. E funziona.

Forse, non era poi una così cattiva maestra.

 

 

Il libro della Sandberg e le lezioni di tennis

tennisIl nuovo libro sulla leadership femminile, Facciamoci Avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire, uscito ieri a firma di Sheryl Sandberg, la COO di Facebook, mi ha ricordato le lezioni di tennis che prendevo oltre di trent’anni fa, vi spiegherò perché.

Partiamo dall’autrice. La Sandberg rientra tra le persone che “amiamo odiare”. Il suo essere ricchissima e realizzatissima la rendono un bersaglio facile: di solito suscita sentimenti ambivalenti, che tendono a virare sul negativo. Il suo essere riuscita così bene apparantemente in tutto (lavoro, famiglia, è pure carina) sucita ammirazione ma anche un senso di distanza che può mutare in antipatia. Il suo libro infatti è stato accolto, prima ancora di venire pubblicato, da una serie di polemiche, ma lei è abituata (ricorderete il suo celebre discorso alle laureande del Barnard College anche quello criticato)

Il problema del libro è comunque sempre il solito: il tono. Per esempio, scrive che sentendo le domande delle ragazze  a una sua conferenza e confrontandole con quelle dei ragazzi, le sono “cadute le braccia”: i ragazzi erano strategici e parlavano di business, le ragazze affrontavano questioni poco rilevanti. Di questi commenti, sicuramente fatti con le migliori intenzioni ma con una comunicazione non del tutto centrata, ce ne sono vari. Una delle critiche più frequenti che si leggono in rete, non a caso, è che lei “predica dal pulpito” e che il suo pulpito è troppo privilegiato per per avere risonanza con la maggioranza delle donne.

Ho letto il libro e trovo che gli argomenti toccati rientrino  tra quelli giusti da affrontare: il divario di ambizione, il rapporto tra avere successo e piacere agli altri, la ricerca del mentor, come farsi supportare dal  compagno e così via. I consigli che Sandberg da sono, per quanto generali, giusti. Non sono però facili da seguire, almeno non per tutti (la Sandberg  sembra basarli largamente sulla propria esperienza personale e quella delle sue conoscenti, che sono ovviamente un campione un po’ distorto della popolazione femminile professionale). E qui veniamo al vero problema e cioè che nel libro non si dice come fare.  Vengono impartiti consigli, in sé corretti, con tono piuttosto perentorio, cosa su cui si potrebbe anche chiudere un occhio, ma quello che è più grave è che si lasciano le lettrici nel dubbio di come si faccia a eseguire l’ordine. Essere ambiziose, darsi coraggio e farsi avanti sono incitazioni, mancano un minimo di istruzioni.

Mi ricorda quando prendevo lezioni di tennis da ragazzina e il mastro diceva: “devi colpire la palla col centro della racchetta”. Non v’era dubbio che, con le racchette di quegli anni, per mandarla dall’altra parte bisognasse colpirla al centro, ma come si faceva a farlo restava un mistero esoterico. Non capivo dove sarebbe arrivata la pallina esattamente, né come portare recisamente lì il centro della racchetta. Mi è stato detto molte volte di colpire al centro, ho capito che era importante, ho anche provato ma non per questo ci sono riuscita. Alla fine mi sono convinta che veramente non era il mio sport e l’ho mollato. L’incitazione fatevi avanti rischia di avere un simile effetto frustrante su molte donne.

Probabilmente questo libro è stato scritto come un manifesto ideologico e una presa di posizione sul tema da parte di una donna influente, non con l’intento di farne un manuale di auto-aiuto per le donne. Alla luce di questo, il tono risulta meno discutibile e antipatico: non sta parlando da donna a donna, ma a tutta la società o almeno a una piazza o a un anfiteatro pieno di gente.

Per quello che credo sia l’intento del libro, è un buon libro. Ha poi un grande pregio: fa capire una cosa che non tutti sanno e cioè che anche donne potenti e famose come la Sandberg e le sue conoscenti (tutte del suo calibro) hanno avuto momenti di insicurezza e di difficoltà legati al genere. Senza ombra di dubbio questo è il messaggio su cui riflettere: le difficoltà di genere riguardano tutte donne. Nessuna è esente dal passare sotto le forche caudine e dal sentirsi un po’ vinta in partenza. Alcune donne superano gli ostacoli e, loro stesse, riconoscono di aver fatto fatica.

Farsi avanti è un buono slogan,  quello che serve è qualche suggerimento pratico su come fare, magari detto con un pò più di empatia.

A casa non si torna

a_casa_non_si_tornaSono stata al premio “Immagini Amiche” organizzato dall’ UDI (Unione Donne Italiane) per celebrare quelle pubblicità, trasmissioni, video amici delle donne. Come abbiamo tutti sotto gli occhi, molto di quello che si vede in giro non lo è. A una riflessione più attenta, anche quello che sembra OK al primo sguardo, nasconde la bufala perché raffoza alcuni stereotipi (es. la donna che si sacrifica, la donna che fa tutto, la donna perfetta, ecc.) che hanno già fatto più danni della grandine e non capisco cosa serva ancora per metterli al bando.

Delle immagni amiche presentate, una, secondo me, merita l’appauso. E’ un video brevissimo  che si intitola “A casa non si torna“. Per favore, cliccate il link, guardatelo  e fatelo vedere a tutte le bambine, ragazzine e giovani adulte che conoscete. Fatelo vedere, ovviamente, anche a esponenti del genere maschile. Figli e figlie, nipoti, studenti, amici: divulgatelo.

Il video lascia parlare alcune donne che fanno professoni tipiamente maschili (la camionista, la spazzina, la capo-cantiere…). Queste donne descrivono il propio lavoro con naturalezza, passione, orgoglio.  Sono donne normali, anche fisicamente. Sono completamente fuori da ogni cliché (e infatti non rientrano in nessuno degli stereotipi prevalenti: nè la donna-bambola nè la donna manager-di-tutto nè la madre lavoratrice perfetta e bionica), ma non ostentano e non provocano. Sono  assertive, sono convinte della propria scelta (“a casa non si torna”), sono loro stesse e basta. E questo, secondo me, le rende molto seduttive. Anche senza trucco e  in tuta, sono dei role model e delle star.

Ecco, per me questa è leadership al femminile è anche questaNon pensiamo che i role model siano solo la Sandberg o la Meyer e, soprattutto, non proponiamo solo questi come modelli da emulare alle giovani donne.  Non  suggeriamo per favore role model a senso unico: sono stretti come una camicia di forza. Anche se le sognamo professioniste, presidenti, primi ministri (scegliendo anche in che  paese), direttori generali – e non c’è niente di male a sognarlo – a queste bambine facciamo vedere la camionista, l’elettricista, la spazzina. Perché quello che le può rendere, oltre che vincenti, anche felici è pensare “posso essere quello che voglio”.

Il video dura meno di due minuti  e mezzo, ma avrete voglia di rivederlo, quindi calcolatene almeno cinque.

PS Volete fare una doccia scozzese, dopo aver visto A casa non si torna Rinfrescatevi le idee su come i media italiani descrivono le donne. Guardate il sempre validissimo e inquietante (questo non da condividere con le piccole) video Il Corpo delle Donne di Lorella Zanardo. Se non lo avete già visto, è un must, ma questo non vi lascerà col sorriso sulle labbra.

Bella come la mamma

pretty_like_mommyPrendo spunto dall’affermazione fatta da Sheryl Sandberg (COO di Facebook) a Davos: “gli stereotipi cominciano con le t-shirt”. Si riferisce a delle t-shirt che ha visto in giro recentemente e che esibiscono la scritta “Intelligente come il papà” oppure “Bella come la mamma”. Sembra una cosa “anni 50” e rischia di far sorridere come quando si sente dire una stupidaggine. Invece forse dovremmo preoccuparci.

Secondo la Sandberg la questione è abbastanza importante e non è la sola a pensarla così. Esiste anche un sito piuttosto noto che si chiama Pink Stinks (significato: il rosa fa schifo) la cui funzione è di sensibilizzare sul tema e dare suggerimenti su come allevare le figlie fuori dagli stereotipi (per quello che può fare la famiglia da sola). Il loro slogan “c’è più di un modo per essere una bambina”.

Sono d’accordo che non dovremmo sottovalutare l’impatto degli stereotipi né accettarli. Credo che ci dobbiamo preoccupare del sottile messaggio che ricevono le bambine su cosa ci si aspetti dal genere femminile.

Le donne leader di domani si trovano tra le bambine di oggi.  Chiamarle “principessa” e regalare loro cucine economiche in miniatura, bambolotti e mini-set di trucchi  non è certo un modo per aiutarle a scegliere liberamente cosa faranno da grandi. Per far emergere i talenti femminili di domani dobbiamo liberare le bambine dagli stereotipi femminili.