Il principio di Goldilocks e l’aspetto delle donne

goldilocksLa storia forse l’avete letta: una donna americana, Melissa Nelson,  che lavorava come assistente dentista nell’Iowa, è stata licenziata dal suo capo, il dentista James, perché troppo attraente. Negli ultimi mesi, secondo il dentista,  il suo abbigliamento rendeva “impossibile non notarla” e quindi era stato costretto a licenziarla per “salvare il suo matrimonio”. La Nelson ha fatto causa per discriminazione di genere ma ha perso. La Corte ha deliberato che, in casi come questo, si può favorire la famiglia senza commettere discriminazioni.

L’ avvocato della Nelson sottolinea giustamente il cattivo messaggio che questa storia trasmette: «È come se i giudici dicessero alle donne dell’Iowa: non pensiamo che gli uomini possano essere responsabili dei loro desideri sessuali, sono le donne  a dover controllare gli impulsi sessuali dei loro capi. E se i capi si lasciano sfuggire di mano la situazione le donne possono essere licenziate legalmente».

Non solo dalla sentenza sembra che solo le donne siano soggetti responsabili, ma anche è chiaro che devono stare attente a non essere né meno-che-carinepiù-che-carine. Insomma, una donna deve prestare attenzione ed essere esattamente-solo-carina  perché, se sbaglia per difetto o per eccesso, è penalizzata. Non deve apparire trascurata e scialba, ma nemmeno deve essere troppo attraente e vistosa. Il principio di Goldilocks (ispirato a una storia per bambini in cui gli orsetti volevano la pappa alla temperatura giusta e la cui morale è “meglio stare nel mezzo”) si applica dunque anche all’aspetto delle donne. Nè troppo fredde, nè troppo calde, semplicemente “giuste”.

E poi ci dicono  che guardiamo troppo al nostro aspetto esteriore. Un equilibrismo del genere richiede un monitoraggio continuo con sensori iper-sensibili, quindi forse facciamo bene a occuparci molto del nostro impatto fisico. Non solo, è anche indispensabile la capacità di prevedere ogni reazione dell’avversario alle proprie mosse, come in una partita a scacchi. Distraetevi un attimo e vi danno scacco matto.

Gli uomini, se sbagliano a gestire il proprio aspetto, sbagliano “nello stile” e commettono un peccato veniale, spesso condonato se vi sono altri aspetti positivi. Quando sbagliamo noi, invece, chiedono la nostra testa. Nell’Iowa (e purtroppo anche altrove), la ottengono.

Usciamo dalla riserva indiana e diciamo la nostra

Tempo fa  Marina Terragni scriveva su Io Donna che è molto difficile per le donne accedere a posizioni di rilievo nel sistema mass-mediatico e, in particolare, nel mondo della carta stampata.  Allo stesso tempo, osservava Terragni, “la rete è donna”, intendendo che sulla rete ci esprimiamo invece molto spesso. La rete è democratica, si sa.

Ma ecco il problema, secondo Terragni: noi donne tendiamo a esprimerci tanto in rete, ma in prevalenza su questioni femminili o comunque, aggiungo io, su questioni riguardo alle quali ci riteniamo autorizzate a dire la nostra. Purtroppo, anche in rete, ci esprimiamo meno sui grandi temi dell’attualità politica, dell’economia, dell’etica. E in azienda, ci esprimiamo poco sulla strategia e sulla visione (questo tema merita un post a parte perché ci crea non pochi problemi). Ci sono eccezioni, anche notevoli, ma in genere credo che l’osservazione di Terragni sia corretta.

Ma perché? E’ proprio vero che non ci interessiamo o non capiamo niente di politica, economia, strategia? No, la questione è un’altra. Noi donne tendiamo a “parlare quando ci viene data la parola”, cioè quando qualcuno ci chiede la nostra opinione o quando ci sentiamo esperte della materia. Manchiamo spesso di sense of entitlement nell’esprimerci, cioè di quel senso di essere autorizzate di diritto a esprimere le nostre opinioni. Gli uomini invece sono meno restii a dire ciò che pensano anche su argomenti che non conoscono a fondo e riguardo ai quali non sono autorevoli.

Il problema è che alla lunga, auto-censurare il proprio pensiero riduce l’auto-stima. Si rischia di convincersi che, a parte su poche questioni,  la nostra opinione non conti e “non faccia la differenza” (non ci siamo espresse, ma qualcun altro ha parlato e il mondo non si è fermato).  A forza di non esprimere opinioni su certi argomenti, inoltre, il pensiero su quegli argomenti si atrofizza (perché attraverso il confronto con gli altri il pensiero si affina).

Non è difficile vedere, ancora una volta, educazione e stereotipi alla base di questo comportamento. Ma sicuramente anche il desiderio, maggiore nelle donne  che negli uomini anche per ragioni biologiche (differenze ormonali), di evitare i conflitti può in parte spiegare la nostra riluttanza ad asserire le nostre opinioni.

Terragni nel suo articolo invitava le donne “a dire la loro”. Mi unisco all’esortazione e aggiungo alcune cose. Primo: chi tace in azienda rischia di essere scambiato per qualcuno che non pensa, che è scarsamente interessato agli argomenti trattati o non si sente parte del team. Tacere troppo spesso è un comportamento auto-limitante per la vostra carriera. Secondo: se avete un’opinione, soprattutto se contraria a quella della maggior parte del gruppo, può essere importante esprimerla (per contrastare il fenomeno del groupthink che caratterizza gruppi troppo omogenei). Se tacete, non state facendo un favore a nessuno, anzi. Terzo: quando si parla, bisogna andare diritti al punto e essere concisi. Tenere la parola per tanto tempo senza aggiungere valore alla conversazione è valutato negativamente (però, anche se non dovrei dirlo, rischia di essere comunque meglio che essere stati zitti). Non è facile esprimere in modo chiaro e sintetico le proprie idee, ma si impara facendo, quindi, fate esercizio e accettate di  non essere perfette le prime volte.

Ultimo punto: se non abbiamo il coraggio di prendere la parola su questioni rilevanti per il nostro Paese, per l’azienda per cui lavoriamo, per il mondo in cui viviamo, saremo relegate inesorabilmente nella riserva indiana delle questioni “di pertinenza femminile”. Per favore, riprendiamoci il diritto di dire la nostra su tutto.

Cinque propositi per l’anno nuovo dedicati a aspiranti leader

La Harvard Business Review (HBR) ha pubblicato, nell’ultimo numero del 2011, 5 propositi per l’anno nuovo che suggerisce ad aspiranti leader.

Forse non sono cose nuovissime, ma sono quelle giuste. Eccole nell’ordine in cui le riporta l’articolo:

  • Trovarsi un mentore. Significa trovare una persona che ammiriamo per il successo raggiunto, per i valori che esprime e per lo stile che adotta e chiedere a questa persona di diventare nostro sponsor. La prima parte non è sempre banale, la seconda richiede coraggio, ma vale la pena.
  • Formare un gruppo di sviluppo di leadership. Significa trovare altre 5-7 persone con cui trovarsi periodicamente per condividere e discutere le sfide e le opportunità della leadership. Serve a sentirsi meno soli, oltre che a sviluppare la leadership. Un po’ americano come consiglio? Se da noi non si fa, peggio per noi: un’occasione di crescita mancata.
  • Fare volontariato. Di qualsiasi tipo sia, amplia gli orizzonti e insegna a comunicare e lavorare in ambienti diversi.
  • Lavorate o almeno viaggiate in un paese nuovo. La sensibilità culturale è una competenza in ascesa.
  • Passare più tempo a fare domande che a dare risposte. In un mondo che cambia, l’atteggiamento vincente è una profonda curiosità per ciò che ci circonda, accompagnata all’umiltà di accettare che le risposte che siamo in grado di dare da soli sono veramente poche (e non riguardano le grandi sfide delle organizzazioni e del mondo).

Cosa ne pensate? Cosa aggiungereste? Cosa eliminereste?