Le aziende provano a sedurre le donne

NailParty_Feet-600x450In un articolo il cui titolo contiene un divertente gioco di parole, apparso ieri 6 Ottobre sul FT (McKinsey’s manicures are a tacky way to nail recruits), Lucy Kellaway spara a zero su alcuni goffi tentativi di seduzione della popolazione femminile (iper-qualificata) da parte delle società di consulenza e delle banche d’affari.

Ecco i fatti. McKinsey, una società di consulenza internazionale, ha invitato le donne iscrite all’MBA di Stanford a una seduta manicure-pedicure durante la quale venivano illustrati i vantaggi di lavorare per loro. Bain, un’altra grande società di consulenza, propone alle donne che vuole interessare una sessione di cucina a loro dedicata. Goldman Sachs, la banca d’affari, ha invece donato alle donne come cotillion dopo un evento (sempre mirato a interessare potenziali reclute) un sacchetto pieno di oggetti tipicamente femminili (specchietto, limetta per unghie, ecc.)

Sul fatto che si tratti di iniziative e doni eteronormativi, credo non ci siano dubbi. Stanno, di fatto, dicendo alle donne che devono avere mani e piedi in ordine, saper cucinare e controllarsi il trucco nello specchietto. Capisco bene che innervosiscano Lucy al punto di farle scrivere: “Il prossimo evento destinato alle donne sarà sul tema di come stirare e fare la polvere?”. Devo però fare due considerazioni:

1) Per chi si ricorda bene il mondo della consulenza e delle banche d’affari quando la norma per le donne era assomigliare il più possibile agli uomini (abbigliamento, modo di fare, preferenze, ecc.) e quando qualsiasi segno di femminilità doveva essere mascherato e negato, c’è qualcosa di liberatorio in questo approcccio. E’ un piccolo (e forse contraddetto da altri più potenti messaggi) segnale che siamo sdoganate anche se siamo femminili. Forse è venuto, per le donne a cui piace fare le donne (oltre a fare le esperte di finanza, logistica, idrocarburi, chimica dei nuovi materiali, ecc.), il momento in cui fare coming-out non rovina la carriera.

2) Ci vogliono e ci cercano. Dopo anni in cui ci sgoliamo a spiegare che la diversità nei luoghi di lavoro conviene alle aziende, dopo decadi in cui la parità di genere veniva etichettata come questione femminile, dopo tutta questa traversata del deserto, forse ce l’abbiamo fatta. Rimandiamo al mittente, ma con garbo, le limette, i mani-pedicure, i corsi di cucina e qualsiasi altra cosa provino a usare come fumo negli occhi e chiediamo invece di essere pagate come gli uomini (e poi ce li spendiamo come vogliamo noi).

Guadagni più di lui? Leggi qua.

das-kapitalLui è il tuo Lui, ovviamente. Di lui generici che guadagnano meno di te sarà pieno il mondo ed è un loro problema, con tutta la fatica che hai fatto, mancherebbe pure; ma se è il Lui da cui torni a casa stravolta la sera e che ti dovrebbe togliere i coltelli dalla schiena (immagine metaforica), allora la cosa si complica.

Anzitutto, sei una minoranza: anche negli US  solo 1 su 4 donne guadagna più del consorte. Secondo, lui potrebbe avere un problema di ego (scusate se insisto, ma sono i maledetti stereotipi di genere anche in questo caso). Terzo, tutto questo ha conseguenze documentate, sviscerate e, senza troppi complimenti, schiaffate in faccia alle donne in carriera da Farnoosh Tarobi nel suo libro dall’auto-esplicativo titolo: When she makes more. La tesi è che per le donne che guadagnano di più le regole sono diverse. Il rischio di divorzio e infedeltà sono più alti.

Ne ha scritto Lucy Kellaway sul Financial Times di lunedì 12 maggio (Divorce is a risk when she earns more than him). Il titolo è un warning, però lei cita il caso di Angela Ahrendts (ex-capa di Burberry che Apple si è aggiudicata senza badare a spese,  il welcome gift era di 68 milioni di $), sposata da anni con un uomo che si occupa dei loro tre bambini.

Quindi vuol dire che si può fare. Ma, a quanto pare, funziona solo se l’ego maschile non è ferito. Due possibilità: l’ego è misurato con un metro diverso dalla moneta  (per esempio con il prestigio), quindi è salvo. Seconda possibilità, l’uomo decide, che, in fondo, non è poi così male. Forse lo standard di vita che una moglie danarosa permette di avere compensa l’iniziale fastidio.

Allora, che fare? Continuate a guadagnare di più, curate il suo ego (se ne vale la pena) e non fategli leggere il saggio di Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Il Capitale,  nè altro che ponga l’accento sulle disuguaglianze da appianare, che poi si monta la testa.

Perché ci svalutiamo e perché non ce lo possiamo permettere

selfdenigrateVeramente, il titolo dell’articolo di Lucy Kellaway sul Financial Times di lunedì 11 Novembre è “Perché è intelligente fingere di essere stupidi”. Ma lei fa sempre così, provoca con intelligenza, così  salti tutti gli altri articolo del FT e vai a leggere il suo (io almeno faccio così).

Leggendo bene, quello che dice è:

  • Noi donne tendiamo a auto-denigrarci. Uno studio (fatto su donne nei CdA di grandi società inglesi, tanto per dire che il target non erano sprovvedute, inesperte, stupide) ha rilevato che le affermazioni autodenigratorie sono 4 volte più frequnti nelle donne. Il risultato? Le donne vengono percepite come più deboli.
  • E’ un rito e significa: “Non sono pericolosa. Puoi avvicinarti”. Se pensassimo veramente di essere delle schifezze, staremmo zitte. Facciamo questi commenti perché è ovvio che siamo “vincenti”.

Ma funziona? E’ ricevuto come pensiamo noi?

Dipende. L’auto-svalutazione è una di quelle cose che funzionano differentemente a seconda  di quanto siamo affermate. Se lo siamo, tutto bene, ci rende più umane. Se non è così, è un auto-gol. Lucy cita un’intervisata con Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, in cui dichiarava di essere peggio dei predecessori sotto vari punti di vista, noioso, meno pio di altri…un maschio alfa (anche in abito talare) diventa irresistibile con queste affermazioni che lo avvicinano al resto del mondo e lo rendono meno “impossibile”.

Morale: “Solo quando è chiaro a tutti che la competenza di una donna è oltre ogni dubbio, sarà il momento di dore a tutti che non serve a nessuno”. Aspettiamo quindi un attimo, per favore. Se le donne si autodenigrano, a meno che non siano veramente affermate (per una donna, vuol dire affermata ogni possibile dubbio), le persone reagiranno dicendo:”Ma no, figurati!”, che è ancora peggio del silenzio.

I voti dell’Arcivescovo

BadGradeClipArtHo notato che noi donne quando arriviamo nel mondo del lavoro spesso abbiamo una specie di choc. Eravamo abituate a brillare nel mondo scolastico rispetto al genere opposto (prendevamo  voti molto migliori, ci laureavamo prima e senza grandi sofferenze, ecc.) ma, una volta approdate nella terra promessa del lavoro che immaginavamo per noi piena di soddisfazioni e successi, scopriamo che le cose si complicano. Molte di noi, all’inizio, restano basite e amareggiate, arrivando a dubitare della meritocrazia e immaginando oscuri complotti e sotterfugi alla base del nuovo ordinamento.

Il discorso ovviamente è complesso e ha a che vedere con le regole del gioco nel mondo del lavoro che non abbiamo certo deciso noi e non assomigliano ai nostri giochi d’infanzia (orientati all’inclusione più che alla competizione e all’affermazione del potere). Però concentriamoci sui voti.

Proprio mentre stavo riflettendo, per curiosità mia, sul valore predittivo dei voti scolastici mi sono imbattuta in un’intervista all’AB of C (così gli inglesi chiamano il potente Archibishop of Canterbury, l’Arcivescovo di Canterbury, guida della Chiesa Anglicana). Justin Welby (si chiama così l’AB of C) ha una storia interessante che meriterebbe un post a sé, ma la trovate sul suo sito dove tra le altre cose dice “Dobbiamo essere una Chiesa che prende dei rischi” che mi piace molto perché senza rischiare e senza coraggio non si combina molto.

In ogni caso, nell’intervista in questione (che era uno dei lunch del FT) AB of C ha raccontato, con la noncuranza di chi non deve dimostrare più niente di aver passato gli A-level (la Maturità inglese, per capirci) con voti scarsi (e non era modestia).

La nostra mitica Lucy Kellaway ha subito ripreso la “notizia” e ha scritto il solito pezzo divertentissimo (Financial Times del 13 Maggio) intitolato “I voti all’università non fanno la differenza in ufficio”. Come dice il titolo, giunge alla conclusione che i voti non predicono il successo nel mondo del lavoro. Allora, si chiede Lucy,  perché la gente spende così tanto tempo a parlarne? Perché diamo importanza a una cosa che sappiamo non contare quasi niente? Perché ci si ricorda dei voti presi in una calda settimana d’estate di trenta o quarant’anni prima? Lucy cita  due ragioni che ci interessano: 1) per molte persone quella  è l’ultima valutazione oggettiva della vita. Per chi fa l’università forse l’illusione della valutazione oggettiva si prolunga di qualche anno. Poi però finisce. 2) nessuno ti può togliere i voti della maturità o dell’università. Pensaci: quello che viene dopo è molto più precario e qualcuno o qualcosa ti può togliere il tuo status dall’oggi al domani. Se ti sei laureata con la lode probabilmente non conta e non vuol dire niente, ma è scolpito nella pietra.

C’è un risvolto interessante da sottolineare: chi ha avuto voti alti alla maturità o all’università, proprio per le ragioni che abbiamo detto, tende a approdare nel mondo del lavoro pensando di essere “membro a vita nel club degli intelligenti”.  Molte persone che nel mondo del lavoro si trovano già da anni hanno invece maturato un’opinione diversa di cosa sia l’intelligenzafuori dalla scuola. Questa differenza di vedute può creare qualche problema e frustrazione ai primi della classe.

P.S. Tutta questa storia ha però una curiosa post-morale che ci riporta al tema di quali siano i predittori del successo. Dopo la sua non brillante (per essere gentili) maturità AB of C ha studiato al prestigioso Trinity College di Cambridge, roccaforte esclusivissima dell’intellighenzia mondiale dove vengono ammessi solo i migliori studenti.  E allora? What do we make of this? Che la realtà è non lineare. Comunque, vi do un indizio: il liceo lo aveva fatto a Eton.