Uova strapazzate

uova-strapazzateDue fra le aziende più ammirate della mitica della Silicon Valley (Apple e Facebook) hanno decisio di offrire come benefit alle proprie dipendenti donne il congelamento degli ovociti.

La notizia, a parte lo scalpore, ha creato un bel rompicapo. La questione (è giusto dal punto di vista delle donne e della società?) potrebbe essere infatti una di quelle domande diaboliche che molte di queste aziende, fra le quali famosamente Google, fanno durante i propri colloqui di assunzione per separare i veri talenti dal resto dell’umanità (se l’argomento vi interessa, leggete il libro: Are you smart enough to work at Google?).

Inizialmente, sembrerebbe positivo l’interesse nei confronti della popolazione femminile: in fondo una misura del genere dice a chiare lettere che queste aziende cercano donne e che per attirarle sono disposte a mettere sul piatto qualcosa di più (la procedura di congelamento costa oltre 10.000 $) di un mani-pedicure (vedi precedente post).

Questo “regalo” però puzza un pò di bruciato. Il messaggio che lancia è che sia ok rimandare l’età della procreazione per perseguire obiettivi di carriera e che diventare madri e donne leader allo stesso tempo sia poco pratico o irrealistico. Anzi, dato che il congelamento (della maternità e degli ovociti) è supportato economicamente dall’azienda, forse è anche sottilmente consigliato (il Financial Times classifica la misura come nudging, la pratica di “induzione” di comportamenti con suggerimenti indiretti e rinforzi positivi). Indubbiamente, fornire nidi aziendali, servizi di assistenza anziani e congedi di paternità, altre possibili misure a favore dei dipendenti, manda un messaggio ben diverso: segnala che essere genitori e dipendenti apprezzati dall’azienda sono cose compatibili.

E’ però vero, e forse vengono in mente anche a voi dei casi, che alcune donne semplicemente non trovano l’uomo con cui desiderano fare figli entro i venti, i trenta e nemmeno i trentacinque anni. In altre parole, non rimandano la maternità per fare carriera, ma perché le circostanze della vita non hanno permesso di trovare l’uomo giusto. Magari per qualche donna la spesa è un ostacolo e tornerebbe utile l’offerta dell’azienda di pagare il congelamento degli ovociti. Per qualche altra, potrebbe essere un problema più di natura psicologica, legato al far accettare l’idea del congelamento alla propria cerchia amicale e famigliare. In questo caso, il supporto economico delle aziende di fatto aiuta a sdoganare la pratica e a renderla accettabile. Purtroppo, o per fortuna, essendo le aziende che sono, il solo fatto di offrirla la rende anche una cosa cool, moderna, desiderabile che verrà imitata. Chi decide, a questo punto, dove è giusto fermarsi? Qual è l’età limite per la genitorialità?

Questo tipo di benefit non è come la sala con il calcio balilla, la palestra o il servizio concierge. Offrirlo alle dipendenti ha un significato diverso e la mossa va oltre la normale concorrenza che le aziende leader si fanno tra loro per attirare i talenti. La questione è complicata, forse veramente si potrebbe provare a farla nei colloqui per neo-assunti, anche per confrontarci su questo tema con la generazione più direttamente interessata.

La vergogna segreta

Il titolo si riferisce alla vergogna delle piccole menzogne che le donne devono raccontare quando hanno bisogno di uscire presto dall’ufficio per poter dedicare tempo alla famiglia (recuperare i figli dall’allenamento, portarli dal pediatra, ripassare con loro prima di una verifica, ecc.). Il problema colpisce in particolare le donne nelle professioni/aziende in cui la flessibilità è ancora un tabù. Esistono infatti ancora molte aziende  in cui né i risultati né il totale delle ore lavorate (magari da posti diversi dall’ufficio) contano per essere credibili e per accreditarsi quanto la presenza (presenzialismo) fisica sul luogo di lavoro. Come nota Hanna Rosin in The secret shame of the Working Mother, non è un caso che  Anne-Marie Slaughter (ricordate l’articolo Why women still can’t have it all ) abbia dovuto mollare un incarico alla Casa Bianca perché non riusciva a seguire i suoi figli teenager. Finché faceva la professoressa all’università (lavoro più flessibile) tutto andava bene. Il problema per molte donne non è infatti la quantità di lavoro (noi donne maciniamo parecchio), ma la mancanza di flessibilità.

La cosa assurda è che, alla fine, al presenzialismo come valore e come correlato della dedizione al lavoro, crediamo anche noi donne (pur sapendo che non vale nulla). Ci sentiamo infatti in colpa se andiamo via alle 18 (praticamente è come prendere mezza giornata di ferie se non come una fuga) anche se abbiamo finito tutto quello che dovevamo fare. L’altra assurdità è che ci abbassiamo a raccontare storie. La ragione che diamo per uscire un pò prima è più spesso la macchina da ritirare dal meccanico (impegno che evoca solidarietà maschile) e raramente il bambino da recuperare dal nido causa baby-sitter ammalata. La spiegazione per essere arrivate alle 10 invece che alle 830 è spesso una otturazione urgente che abbiamo dovuto fare dal dentista e raramente un bambino che deve vuole essere accompagnato dalla mamma a fare la vaccinazione.

Sheryl Sandberg (chief operating officer di Facebook, un lavoro impegnativo) orgogliosamente dichiara di andare a casa alle 1730 e riprendere a lavorare (da casa) quando i figli sono a letto. Certo, è in una posizione privilegiata in cui le regole del gioco le decide lei. Certo, è più facile imporsi quando si è un personaggio del suo calibro. Certo, il suo capo è un carismatico ragazzo ventisettenne (Mark Zuckerberg) che gira in felpa e scarpe da ginnastica e incarna un nuovo modo di pensare. Ma non è questo il punto. Il punto vero è che, se lo può fare la COO di  Facebook senza che l’azienda si paralizzi e il lavoro di centinaia di persone si blocchi, mi devono spiegare perché non lo possa fare chiunque altro.

Che dite?