La minaccia dello stereotipo: se la conosci la eviti

Marissa Mayer (ex-CEO di Yahoo), quando le chiesere come si sentisse a essere l’unica donna in un mondo tech popolato praticamente solo da uomini, famosamente rispose:” I didn’t notice” (“non me ne sono accorta”). La risposta, a prima vista, sembra una negazione del problema, fa imbestialire e risulta ancora più antipatica perché proviene da una donna arrivata. Ma forse era solo una strategia di coping.

Al cuore della questione c’è un un meccanismo che gli psicologi chiamano “minaccia dello stereotipo” (stereotype threat). Come funziona? Se si appartiene a un gruppo su cui esiste uno stereotipo negativo (ad esempio le donne rispetto alle materie e professioni STEM) e se ci si identifica in quel gruppo, la performance tende ad adeguarsi allo stereotipo negativo (nell’immagine è riportata la dinamica). Molti esperimenti hanno dimostrato questo l’effetto e sappiamo che affligge praticamente tutti, relativamente alla caratteristica per cui sono negativamente stereotipati, se questa viene ricordata all’inizio della prova. Per esempio gli anziani fanno meno bene i test di memoria a breve se percepiscono la minaccia dello stereotipo. I ragazzi occidentali che competono con quelli orientali nei test di matematica li fanno meno bene se all’inizio si è ricordato loro che sono occidentali. E così via. Il calo di performance avviene a causa dello stress, della concentrazione (ansiosa) sulla propria performance e dello sforzo richiesto per “cacciare via” pensieri negativi. E’ importante sottolineare che a causa di questo effetto si riduce la performance oggettiva e la profezia si auto-avvera, confermando la falsa premessa.

In molti stiamo cercando di sensibilizzare aziende e scuole su questo effetto, ma ci vorrà del tempo per eradicare gli stereotipi negativi e i loro effetti. Nel frattempo, forse, la strategia di Marissa Mayer non è così male. Conosceteli, poi ignorateli. 

Parlate della #4RivoluzioneIndustriale alle bambine

donne4rivoluzMa non aspettate troppo perché le scelte di studio (#STEM vs #nonSTEM) influenzeranno la loro sopravvivenza nel mondo del lavoro e la possibilità dell’Italia di avere talento dove può creare valore.

Anche quest’anno dal #wef17 di #Davos arriva l’allarme: le donne rischiano di essere le principali vittime della #4RivoluzioneIndustriale. Perché? Semplice, l’automazione colpisce selettivamente alcune aree (nonSTEM) ma crea posti di lavoro in altre (STEM).

Aiutate le bambine di oggi a non essere donne vaso-di-coccio domani. Avere un’istruzione STEM vuol solo dire avere opzioni e possibilità in più, non è come stringere un patto col diavolo. Da grandi sceglieranno la strada che vorranno. Ma mettiamole in condizione di scegliere. E diamo al nostro Paese possibilità di impiegare tutto il talento che possiede dove può creare valore.

Le ragazze devono imparare la nuova lingua franca

sys failureSe la nuova lingua franca è la programmazione, le ragazze rischiano di non poter far sentire la propria voce.

Ne parla Nitasha Tiku in un articolo uscito oggi sul New York Times (How to get girls into coding). I dati la dicono tutta: l’anno scorso negli US solo il 18,5% dei ragazzi che hanno fatto il test AP (serve per entrare al college) in informatica erano di genere femminile. In tre stati degli US nemmeno una ragazza ha fatto quel test.

Nel 2013, non sorprendentemente visiti i dati citati,  le donne erano solo il 14% delle laureate in informatica (più inquetante ancora: nel 1984 erano il 36%).  I risultati si vedono nel mondo del lavoro: Google ha di recente reso noto che solo il 17% dei propri dipendenti con ruoli tecnici è di genere femminile.

La partecipazione delle donne a un’importante area STEM (questo acronimo significa Science Technology, Engineering, Maths) è in diminuzione e ha raggiunto livelli preoccupanti. Il danno è doppio: non solo ci sarà poca diversità nella professione se poche donne vi accedono, ma anche le donne perderanno l’opportunità di lavorare in un campo in espensione che offrirà molti posti di lavoro ben retribuiti.

Per fare qualcosa, bisogna muoversi su due piani. Uno, molto pratico, consiste nell’esporre alla programmazione e nell’invogliare le ragazze. Se non si viene esposti a qualcosa e non la si conosce, come si fa a sceglierla? E poi deve essere resa interessante e appetibile. Esistono organizzazioni negli US che hanno questo al cuore della propria missione, come Girls who Code. Sarebbe bello che arrivassero anche in Italia.

L’altro piano riguarda gli stereotipi e i role-model di genere. Dobbiamo fare attenzione: esistono ancora e le ragazze li respirano nell’aria. Come il fumo passivo, fanno male anche se non auto-provocati e i danni si vedono solo nel medio-lungo periodo quando i giochi sono fatti. L’antidoto è mostrare alle ragazze modelli di donne alternativi. Le  giovani donne  maghette della programmazione (geek, come si dice in gergo) esistono, basta cercarle nei posti giusti, per esempio nelle organizzazioni (presenti anche in Italia) come Girl Geek Dinners e Girls in Tech . Ma queste giovani donne affascinanti  non  ossessionate dall’aspetto fisico e dall’abbigliamento, ma comunque super-cool, non le troviamo nelle pubblicità e nemmeno nelle riviste femminili, se non raramente. Ecco, questo, francamente, è indifendibile e va cambiato.