Il libro della Sandberg e le lezioni di tennis

tennisIl nuovo libro sulla leadership femminile, Facciamoci Avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire, uscito ieri a firma di Sheryl Sandberg, la COO di Facebook, mi ha ricordato le lezioni di tennis che prendevo oltre di trent’anni fa, vi spiegherò perché.

Partiamo dall’autrice. La Sandberg rientra tra le persone che “amiamo odiare”. Il suo essere ricchissima e realizzatissima la rendono un bersaglio facile: di solito suscita sentimenti ambivalenti, che tendono a virare sul negativo. Il suo essere riuscita così bene apparantemente in tutto (lavoro, famiglia, è pure carina) sucita ammirazione ma anche un senso di distanza che può mutare in antipatia. Il suo libro infatti è stato accolto, prima ancora di venire pubblicato, da una serie di polemiche, ma lei è abituata (ricorderete il suo celebre discorso alle laureande del Barnard College anche quello criticato)

Il problema del libro è comunque sempre il solito: il tono. Per esempio, scrive che sentendo le domande delle ragazze  a una sua conferenza e confrontandole con quelle dei ragazzi, le sono “cadute le braccia”: i ragazzi erano strategici e parlavano di business, le ragazze affrontavano questioni poco rilevanti. Di questi commenti, sicuramente fatti con le migliori intenzioni ma con una comunicazione non del tutto centrata, ce ne sono vari. Una delle critiche più frequenti che si leggono in rete, non a caso, è che lei “predica dal pulpito” e che il suo pulpito è troppo privilegiato per per avere risonanza con la maggioranza delle donne.

Ho letto il libro e trovo che gli argomenti toccati rientrino  tra quelli giusti da affrontare: il divario di ambizione, il rapporto tra avere successo e piacere agli altri, la ricerca del mentor, come farsi supportare dal  compagno e così via. I consigli che Sandberg da sono, per quanto generali, giusti. Non sono però facili da seguire, almeno non per tutti (la Sandberg  sembra basarli largamente sulla propria esperienza personale e quella delle sue conoscenti, che sono ovviamente un campione un po’ distorto della popolazione femminile professionale). E qui veniamo al vero problema e cioè che nel libro non si dice come fare.  Vengono impartiti consigli, in sé corretti, con tono piuttosto perentorio, cosa su cui si potrebbe anche chiudere un occhio, ma quello che è più grave è che si lasciano le lettrici nel dubbio di come si faccia a eseguire l’ordine. Essere ambiziose, darsi coraggio e farsi avanti sono incitazioni, mancano un minimo di istruzioni.

Mi ricorda quando prendevo lezioni di tennis da ragazzina e il mastro diceva: “devi colpire la palla col centro della racchetta”. Non v’era dubbio che, con le racchette di quegli anni, per mandarla dall’altra parte bisognasse colpirla al centro, ma come si faceva a farlo restava un mistero esoterico. Non capivo dove sarebbe arrivata la pallina esattamente, né come portare recisamente lì il centro della racchetta. Mi è stato detto molte volte di colpire al centro, ho capito che era importante, ho anche provato ma non per questo ci sono riuscita. Alla fine mi sono convinta che veramente non era il mio sport e l’ho mollato. L’incitazione fatevi avanti rischia di avere un simile effetto frustrante su molte donne.

Probabilmente questo libro è stato scritto come un manifesto ideologico e una presa di posizione sul tema da parte di una donna influente, non con l’intento di farne un manuale di auto-aiuto per le donne. Alla luce di questo, il tono risulta meno discutibile e antipatico: non sta parlando da donna a donna, ma a tutta la società o almeno a una piazza o a un anfiteatro pieno di gente.

Per quello che credo sia l’intento del libro, è un buon libro. Ha poi un grande pregio: fa capire una cosa che non tutti sanno e cioè che anche donne potenti e famose come la Sandberg e le sue conoscenti (tutte del suo calibro) hanno avuto momenti di insicurezza e di difficoltà legati al genere. Senza ombra di dubbio questo è il messaggio su cui riflettere: le difficoltà di genere riguardano tutte donne. Nessuna è esente dal passare sotto le forche caudine e dal sentirsi un po’ vinta in partenza. Alcune donne superano gli ostacoli e, loro stesse, riconoscono di aver fatto fatica.

Farsi avanti è un buono slogan,  quello che serve è qualche suggerimento pratico su come fare, magari detto con un pò più di empatia.

Il principio di Goldilocks e l’aspetto delle donne

goldilocksLa storia forse l’avete letta: una donna americana, Melissa Nelson,  che lavorava come assistente dentista nell’Iowa, è stata licenziata dal suo capo, il dentista James, perché troppo attraente. Negli ultimi mesi, secondo il dentista,  il suo abbigliamento rendeva “impossibile non notarla” e quindi era stato costretto a licenziarla per “salvare il suo matrimonio”. La Nelson ha fatto causa per discriminazione di genere ma ha perso. La Corte ha deliberato che, in casi come questo, si può favorire la famiglia senza commettere discriminazioni.

L’ avvocato della Nelson sottolinea giustamente il cattivo messaggio che questa storia trasmette: «È come se i giudici dicessero alle donne dell’Iowa: non pensiamo che gli uomini possano essere responsabili dei loro desideri sessuali, sono le donne  a dover controllare gli impulsi sessuali dei loro capi. E se i capi si lasciano sfuggire di mano la situazione le donne possono essere licenziate legalmente».

Non solo dalla sentenza sembra che solo le donne siano soggetti responsabili, ma anche è chiaro che devono stare attente a non essere né meno-che-carinepiù-che-carine. Insomma, una donna deve prestare attenzione ed essere esattamente-solo-carina  perché, se sbaglia per difetto o per eccesso, è penalizzata. Non deve apparire trascurata e scialba, ma nemmeno deve essere troppo attraente e vistosa. Il principio di Goldilocks (ispirato a una storia per bambini in cui gli orsetti volevano la pappa alla temperatura giusta e la cui morale è “meglio stare nel mezzo”) si applica dunque anche all’aspetto delle donne. Nè troppo fredde, nè troppo calde, semplicemente “giuste”.

E poi ci dicono  che guardiamo troppo al nostro aspetto esteriore. Un equilibrismo del genere richiede un monitoraggio continuo con sensori iper-sensibili, quindi forse facciamo bene a occuparci molto del nostro impatto fisico. Non solo, è anche indispensabile la capacità di prevedere ogni reazione dell’avversario alle proprie mosse, come in una partita a scacchi. Distraetevi un attimo e vi danno scacco matto.

Gli uomini, se sbagliano a gestire il proprio aspetto, sbagliano “nello stile” e commettono un peccato veniale, spesso condonato se vi sono altri aspetti positivi. Quando sbagliamo noi, invece, chiedono la nostra testa. Nell’Iowa (e purtroppo anche altrove), la ottengono.

Dvd: il linguaggio a doppia voce delle donne

Dr Judith Baxter è una linguista della Aston University che ha studiato il linguaggio delle donne che siedono nei board (CdA).

I suoi studi hanno potuto confermare quello che molte di noi sanno dall’esperienza e cioè che le donne fanno fatica a trovare il tono “giusto” e il linguaggio “giusto” nei meeting di alto livello, in particolare quando c’è molta pressione. Ho messo la parola giusto tra virgolette perché non stiamo parlando di ciò che è giusto in senso assoluto, ma di ciò che funziona in un dato contesto.

Baxter ha confrontato il linguaggio delle donne e degli uomini che siedono nei consigli di amministrazione (non nella mensa aziendale, ma nei CdA, lo sottolineo per dire che questo tema riguarda anche le donne senior) e ha trovato che le donne tendono a fare commenti auto-ironici, a esprimersi in modo indiretto e a scusarsi per ciò che stanno dicendo in misura quattro volte superiore a quella degli uomini.

In parte, spiega Baxter, questo modo di esprimersi è dovuto al desiderio di evitare conflitti, mantenere alleanze, non rompere equilibri e, in parte, al tentativo di adeguare il messaggio “in tempo reale” mentre lo si sta dando, sulla base delle reazioni che si manifestano.  Baxter lo chiama “double voice discourse” (DvD), discorso a doppia voce (esempio: “scusate, forse mi sbaglio, ma non sono daccordo” oppure “non sono un’esperta dell’argomento, ma vorrei dire…” e ancora “forse dovrei tacere visto che non conosco a fondo questo tema, ma…”).

Raramente il DvD ottiene i risultati voluti, più spesso indebolisce gli argomenti, ci fa apparire indecise, insicure o incapaci di prendere posizione e, in definitiva, non ci fa prendere sul serio e mina la nostra autorevolezza. Magari tra noi donne questo linguaggio può funzionare, ma non in una stanza piena di uomini dove  farsi ascoltare è, di per sé, una sfida e richiede che auto-stima, pervicacia e convinzione siano manifeste.

Dato che nelle stanze del potere le donne sono in minoranza (quando ci sono) e quindi partono svantaggiate, il DvD è da evitare.  Diciamo invece quello che dobbiamo dire senza preamboli, con sicurezza e con un tono di voce fermo. Quello che abbiamo da dire spesso è importante ed è un peccato che vada perso.

Donne vescovo e leadership femminile

Come avrete letto, il Sinodo della Chiesa Anglicana d’Inghilterra, a sorpresa e per un pugno di voti, non ha approvato l’ordinazione delle donne vescovo. La Chiesa Anglicana ammette dunque che le donne siano ordinate sacerdote, ma non che possano salire più di tanto nella gerarchia ecclesiastica (il solito soffitto).

Sono passati  già vent’anni dall’ordinazione della prima donna sacerdote, il 30% dei sacerdoti anglicani sono donne  e attualmente vengono ordinate più donne che uomini, eppure la proposta non è passata.

Come commenta il Financial Times di oggi (22 Novembre),  se la Chiesa Anglicana  non riesce a assicurare un “percorso di carriera” alle donne sacerdote farà fatica ad attirare e trattenere gli elementi migliori, il che significa che si priverà dei talenti necessari a sopravvivere. Sembra incredibile che il gruppo “emergente” delle donne sacerdote non abbia una prospettiva di crescita nell’organizzazione oltre un certo livello? Eppure questa storia ci è tristemente familiare….  (Notate che qualcuno dice che la vocazione dovrebbe sostituire l’ambizione.  Ma perché questo assunto dovrebbe valere solo per le donne?)

Saprete anche che, con singolare coincidenza, il giorno prima del famigerato voto contrario, la Chiesa Anglicana del Sudafrica aveva invece consacrato il suo primo vescovo donna, Ellinah Wamukoya, 61 anni. Sulla questione femminile (e purtroppo non solo su quella), il vecchio continente, purtroppo, mostra la propria vecchiaia.

Leadership femminile? No, grazie…

La leadership alle donne? No grazie, quella ce l’abbiamo già: noi vogliamo il potere“. Lo ha detto Emma Bonino che cito per ricordarvi (è l’ultima volta, prometto) di firmare la petizione on line promossa dalla Fondazione Bellisario per sostenere la proposta legislativa in favore dell’introduzione di quote riservate alle donne negli organismi direttivi delle imprese europee. C’è tempo solo fino al 14 Novembre (domani).

Firmare è velocissimo, basta cliccare qui per essere mandati sul sito change.org dove si inseriscono nome-cognome-indirizzo ed è fatta.