Donne nei CdA: con un poco di zucchero, la pillola va giù

Sapete com’è andata a finire la vicenda della proposta di direttiva che introduceva le quote rosa a livello europeo proposta dal commissario EU Viviane Reding e osteggiata da 11 paesi membri (capeggiati dal Regno Unito). La vittoria della Reding è stata parziale perché la proposta è stata riformulata in modo meno stringente per le aziende, ma approvata all’unanimità grazie alla versione un po’ edulcorata che ha superato le resistenze degli oppositori.

Le aziende europee non dovranno soddisfare delle quote rosa come nella proposta iniziale della Reding, ma dovranno dimostrare di aver fatto tutto il possibile per portare il numero delle donne nei CdA al 40% entro il 2020 e sul progresso verso l’obiettivo dovranno fornire uno stato di avanzamento annuale. Ci saranno sanzioni (i Paesi membri sceglieranno quali, per esempio si potranno comminare multe oppure si potrà procedere alla revoca della nomina di un candidato uomo) per le aziende che non raggiungeranno l’obiettivo del 40% entro il 2020 (anticipato al 2018 per le azienze pubbliche che “devono dare l’esempio”).

Meno forte della proposta iniziale, con alcuni punti deboli dal punto di vista implementativo (quello che farebbe scattare le sanzioni non è chiarissimo), la proposta di direttiva (deve essere ancora passata al Parlamento Europeo) è comunque un passo avanti importante perché costringe le aziende a tenere presente la questione femminile anche nei “luoghi sacri” e ad aumentare la trasparenza nella selezione dei membri dei CdA.

La quota di donne nei CdA delle aziende di grandi dimensioni in Europa è il 13,7% (di poco aumentato rispetto al 2010).

In Italia, la percentuale si ferma al 6,1%, in lievissimo miglioramento rispetto al 5,9% del  2011. Il cammino è lungo e questa legislazione riguarda solo le 5000 società quotate e i CdA, non la miriade di altre società e non il management. Però bisogna riconoscere che qualcosa inizia a muoversi nella direzione giusta.

L’orgoglio sbagliato

Le quote sembrano la negazione della nostra essenza più profonda.

Maccome? Le quote sono per chi non ce la fa (con tutto il rispetto) e per chi preferisce chiedere aiuto piuttosto che stringere i denti (con un pizzico di disprezzo). Molte donne (viscerlmente) non amano le quote.  Per avvicinarsi alle quote si devono “turare il naso” (le più giovani non ricorderanno questa espressione, meglio per loro).

Ecco, non è così. Certo che ce la possiamo fare da sole. Ma non è questo il punto. Ci dovrebbe essere un senso di urgenza in tutti (non in tutte, in tutti) noi. Non possiamo aspettare. Abbiamo bisogno di fare “reset” perché un sistema in cui le donne, che sono le migliori laureate da anni, scendono al 13,7% nei posti del potere, come possiamo credere che sia un caso? Come possiamo pensare che sia “naturale”? A me ricorda quando anni fa gli esperti di statistica notarono che in Cina nascevano meno bambine. E iniziarono a dire “guardate che non è possibile”. Qualcuno alzò le spalle: “sarà la natura”. No, non era la natura. Le facevano fuori, aborto selettivo.

E’ una distorsione anche stavolta. Non possamo “lasciar fare alla natura”. Se non credete a niente altro che ai numeri, guardate quelli. Le donne sono oltre 50% delle laureate e (molto) meno del 15% nelle posizioni di comando. L’intelligenza delle donne inizia a decadere drammaticamente oltre i 25 anni? la gravidanza ci danneggia cerebralmente? Abbiamo meno voglia di lavorare? (questa è quella che fa più ridere). Se crediamo a queste, ce ne racconteranno di ancora più grosse la prossima volta.

Volete fare qualcosa? Firmate la petizione per supportare la proposta legislativa di Viviane Reding (Commissario EU) che si batte per introdurre le quote rosa a livelo europeo, pur avendocela fatta senza di esse, ovviamente. La sta facendo circolare la Fondazione Bellisario e tantissime donne che, vi assicuro, sono entrate nella stanza dei bottoni senza le quote. Proprio per questo vogliono le quote, perché sanno che adesso, la spallata finale, la dobbiamo dare tutte insieme. E’ il momento di avere l’orgoglio di dire che siamo brave e  siamo sicure di meritare il 40% dei posti nella stanza dei bottoni. Vi chiedo non solo di firmarla, ma di dire a tutti che la avete firmata e di farla girare. Questo è l’orgoglio giusto.

C’è tempo solo fino al 14 Novembre per firmare la petizione che chiede l’introduzione di quote riservate alle donne negli organismi direttivi delle imprese europee.

Avete dubbi?

Effetti della speranza

Un articolo apparso alcuni mesi fa su Science a firma di professori della Northwestern University discuteva gli effetti di lungo periodo di una legge introdotta in India per favorire la leadership femminile. La legge c riservava alle donne, in alcuni villaggi scelti in maniera casuale, posizioni di leadership nel consiglio del villaggio. In pratica, quote rosa.

Nel mondo occidentale, quando pensiamo alle quote rosa, pensiamo principalmente a cose tipo “scardinare” i meccanismi di cooptazione, a dare una chance alle donne meritevoli e a creare role model femminili. Di solito non parliamo di “ridare la speranza” che è invece un altro potente effetto delle quote, come emerge dallo studio della Northwestern University.

Esther Duflo (eccellente studiosa e autrice di Poor Economics, un saggio su come combattere la povertà), ha commentato i risultati dello studio sottolineando come la legge abbia espanso l’idea di ciò che era possibile per una persona di genere femminile. La legge ha cambiato il modo in cui i genitori vedevano le figlie femmine e come loro stesse si proiettavano nel futuro. In pratica, ha dato speranza a una categoria, le ragazze, che prima non ne avevano alcuna. La legge ha diminuito del 25% il  gap di genere nelle aspirazioni dei genitori verso i figli e del 32% in quella delle ragazze adolescenti. I genitori insomma hanno intravisto migliori possibilità per le figlie grazie alla legge e hanno investito di più nell’educarle. Le adolescenti si sono applicate di più perché hanno considerato possibile un futuro diverso legato all’istruzione.

Il problema di non avere alcuna speranza è che non si fa niente per provare a cambiare (tanto non c’è speranza). La mancanza di ottimismo diventa una trappola. Qualsiasi cosa riaccenda speranza e ottimismo ha un dunque effetto positivo.

Ovviamente non sto paragonando la condizione delle donne in Italia a quella delle donne nei villaggi dell’India. E’ però vero che a volte le donne sono sfiduciate riguardo alle proprie possibilità di fare carriera e di accedere a posti di comando al punto di auto-escludersi dalla competizione (“tanto non posso vincere”). E’ anche vero che a volte, i capi, esitano a portare avanti le candidature delle donne perché  pensano che abbiano meno possibilità di farcela (come i genitori in India non mandavano a scuola le figlie).  Al di là di tutte le altre considerazioni, se le quote rosa hanno l’effetto di far aumentare la fiducia delle donne e dei loro capi nelle possibilità di successo al femminile, possiamo ipotizzare un effetto positivo.

Messaggio alle aziende illuminate che hanno obiettivi di quote rosa per il proprio management e non solo per i consigli d’amministrazione: comunicate i vostri obiettivi di management rosa. Non basta averli, bisogna dichiararli a tutti e comunicarli chiaramente. Parte dell’effetto, abbiamo visto, viene dalla speranza e dall’ottimismo che generano.

Cosa ne pensate?

Le donne rimescolano le carte nei CdA

Monica Schulz-Strelow (presidentessa di FidAR, un’associazione che si batte per aumentare il numero di donne negli organi di controllo) aggiunge una nuova prospettiva con cui valutare la presenza di donne nei consigli di amministrazione.

Secondo lei, infatti, il valore non è solo nella maggiore diversità che la presenza femminile crea all’interno degli organi di controllo. Monica Schulz-Strelow dice che le donne nei CdA rimescolano le carte perché riescono a porre domande penetranti ai presidenti, quasi sempre uomini, in quanto “si sentono meno legate ai network economici maschili”.

Raccontata così, il fatto di essere state escluse fino ad ora dagli old boys networks  potrebbe darci un vantaggio (naturalmente, nei casi in cui si cercano consiglieri che pongano domande penetranti).

Cosa pensate del nostro potere di rimescolare le carte?

Presenza femminile nei CdA in Europa

I consigli di amministrazione sono potenzialmente una delle parti più opache delle aziende in quanto le nomine avvengono spesso con la cooptazione di persone che appartengono delle reti personali e professionali dei membri. Quella della presenza femminile nei CdA è quindi una battaglia molto difficile da vincere senza le quote.

Ecco la situazione:

  • Nonostante tante buone intenzioni, i CdA europei delle società quotate sono ancora in prevalenza maschili (media europea: 11,7%). Non per niente Viviane Reding (Commissario Europeo alla Giustizia), ha invitato le  società quotate e a partecipazione pubblica ad impegnarsi per portare al 30% le quote rosa nei Consigli di Amministrazione entro il 2015 (e al 40% entro il 2020).
  • L’Italia è parecchio sotto la media (in 29esima posizione su 33 paesi) con il 4% di amministratori di sesso femminile nelle quotate. La recente legge legge Golfo/Mosca, che richiede di portare ad almeno il 20% la rappresentanza del genere meno rappresentato nel primo mandato ( 2012) e al 33,3% nel secondo mandato dovrebbe porre in parte rimedio.
  • La Spagna, presenta una situazione poco migliore della nostra (ha una partecipazione dell’11%) e si è data l’obiettivo per il 2015 di arrivare a una presenza femminile del 40%
  • Il Regno Unito ha registrato qualche miglioramento: la partecipazione femminile è arrivata quasi al 15% nei CdA delle prime 100 aziende
  • La Germania, il paese europeo più popolato e motore dello sviluppo della EU, in questo campo non da il buon esempio. La partecipazione femminile nei board delle società tedesche è l’8,5%. In quelle del DAX-30 è al 4%. (“Tira su la media” la Siemens che ha 2 donne nel proprio board composto da 10 membri)
  • Buona posizione in classifica, ma migliorabile, per la Svezia (è al 28,2%) e  la Finlandia (al 25,9%).
  • Gli unici ad uscirne veramente a testa alta sono i norvegesi: la partecipazione femminile nei CdA ha raggiunto quota 40% sotto l’impulso di una legge promulgata nel 2002 che ha richiesto alcuni anni di richiami e sollecitazioni da parte del governo norvegese prima che le aziende si allineassero.

Insomma, le quote sono la strada più veloce, forse l’unica, per portare equilibrio nei CdA, ma comunque richiedono tempo.

La mancata cooptazione delle donne nei CdA. Un delitto ad arma bianca.

Sul Financial Times del 13 Gennaio un articolo (“Le donne progrediscono lentamente nel rompere il soffitto di vetro”) fotografa in maniera lucida la partecipazione delle donne ai Consigli d’Amministrazione (CdA) in Europa. Tony Barber, autore dell’articolo, analizza il caso della Germania, molto utile per capire quali siano i meccanismi “subdoli” con cui avviene l’esclusione delle donne (e di altre minoranze) dai CdA. Il caso è emblematico perché, essendo un delitto ad arma bianca, rischia di essere classificato come incidente.

Ecco cosa sostiene Barber. Una delle ragioni, forse la principale, per cui i CdA risultano così impenetrabili alle donne, è l’accumulo delle cariche da parte di poche persone che, avete indovinato, sono uomini. In Germania, ma è vero anche altrove, il sistema capitalistico delle partecipazioni incrociate fra aziende ha favorito per molti anni una concentrazione di potere. Anche se questo sistema è stato in parte smantellato, i CdA sono rimasti roccaforti quasi impenetrabili e l’accumulo delle cariche è duro a morire. In situazioni di questo tipo, la meritocrazia perde e la cooptazione vince. I soffitti di vetro sono del tipo anti-proiettile per le donne perché una delle principali regole della cooptazione è che si selezionano i propri simili.

Consiglio alle donne. Una piccola cosa si può fare da subito senza aspettare che le quote rosa scardinino i meccanismi di cooptazione. Quando si forma un comitato o un gruppo nel quale vorreste entrare perché pensate di poter dare un contributo positivo, segnalatevi e chiedete di partecipare. Lo dico perché le donne lo fanno molto meno degli uomini, non ci viene naturale farci avanti proporci. Ma ci sono almeno due buone ragioni per farlo. Come minimo, metterete un pò in crisi la connivenza generale che di solito accompagna la cooptazione. Nel caso più favorevole, dall’altra parte troverete qualcuno di intellettualmente onesto (una buona notizia: ce ne sono!) che valuterà le vostre credenziali. E vinca il migliore, nello spirito della meritocrazia. Vi è già capitato di non venire inclusa (e magari nemmeno presa in considerazione per l’inclusione) da un consiglio, un comitato, un gruppo di progetto perché non assomigliavate abbastanza a chi lo componeva? Se sì, siete in buona compagnia. Avete fatto qualcosa per segnalare/contrastare la vostra mancata inclusione? O avete lasciato perdere?