#ShareTheLoad

ariel-india-sharetheload-540x304La pubblicità di Ariel (detersivo per lavatrice) in India è stata molto premiata, giustamente, e si inserisce in un filone socialmente responsabile che può contribuire a cambiare la cultura di genere e gli stereotipi (la pubblicità ci influenza più di quanto vogliamo ammettere). Non so se Ariel elimini le macchie meglio di altri prodotti, ma fa qualcosa per eliminare la macchia dell’ineguaglianza di genere e questo me lo rende simpatico.

Veniamo allo spot. E’ la storia di un anziano padre “maschilista pentito” perché non ha dato il buon esempio aiutando sua moglie in casa e ora vede la figlia, ormai madre e moglie, replicare quel modello di genere con fatica e rassegnazione. La giovane donna arriva a casa dal lavoro parlando concitatamente (con l’ufficio) al cellulare e mentre parla inizia a mettere su la cena, a sistemare la casa e a caricare la lavatrice. Il marito guarda la TV (ovviamente ritiene di dare il suo contributo facendosi un’opinione su sport, politica, ecc.). L’anziano padre ci rimane male (i papà quando gli toccano la loro principessa sono molto sensibili), vorrebbe che il genero desse una una mano alla figlia, ma capisce che anche lui replica ciò che ha visto fare quando era piccolo.

Ma non è mai troppo tardi, pensa l’anziano  padre. Quella sera, quando torna a casa sua,  inizia ad aiutare la moglie (costernata) a caricare la lavatrice (da qui: share the load). E lo scrive in una lettera alla figlia. Divulghiamo questo messaggio: non è mai troppo tardi per cambiare un modello di ruolo sbagliato.

Trovata la banda che deruba le donne

banda_bassottiScagionato il principale sospettato dello scarso progresso femminile nel lavoro, l’utero. Scoperti i veri responsabili che per anni hanno derubato le donne delle loro carriere: è la banda dell’aspirapolvere, dello straccio e del ferro da stiro. Ci auguriamo siano condannati all’ergastolo a vita.

Come spiega Elena Tebano nel suo articolo sulla 27Ora sulle moderne famiglie asimmetriche,  le donne italiane passano oltre 3 volte il tempo dedicato dagli uomini nelle faccende domestiche (204 vs 54 minuti/giorno) e “solo” poco più del doppio (23 minuti/giorno vs i 10 maschili) nella cura dei figli. Smettiamo quindi di dire che il problema delle carriere femminili sono i figli: se una donna non vuole fare riunioni a tarda sera e nel fine settimana, è per poter pulire approfonditamente i pavimenti (in modo che volendo ci si possa mangiare sopra) e per poter lucidare in santa pace i lavandini di casa finché diventino come specchi.

A parte notare che il differenziale di genere dei carichi genitoriali e domestici (quasi 3 ore al giorno, infatti le donne dedicano un totale di 227 minuti/giorno e gli uomini 64) è notevole, registriamo due fatti. Primo, nonostante la casa e la famiglia fossero storicamente il nostro regno (e anche la nostra riserva indiana), non abbiamo potuto scegliere per prime quali incombenze tenere e quali delegare. Infatti, abbiamo ceduto parte della cura dei figli e ci siamo tenute strette il lavoro da sguattere. Forse qualcuna preferisce pulire il bagno con spic-e-span invece che giocare coi bambini, ma ho i miei dubbi. Aggiungo anche, per esperienza, che parte del  tempo trascorso dalle madri coi figli in età scolare consiste nel controllo dei compiti scolastici (in questo caso concordo che pulire i bagni è meglio), mentre i padri, nel tempo di cura dei figli, giocano a pallone, visitano musei e fanno altre cose più divertenti e memorabili. Secondo, la situazione sarebbe facilmente modificabile, volendo. Se non si dimostrano particolari differenze biologiche per cui le donne sarebbero più adatte a occuparsi di faccende domestiche (es. solo loro sono dotate di mano prensile per l’elettrodomestico), gli uomini potrebbero iniziare a farsene carico immediatamente.

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Il divario retributivo di genere rimane una vergogna

1561_A4_Email_Poster.inddL’Italia è 129esima per quanto riguarda il divario retributivo di genere (cioè il differenziale salariale tra un uomo e una donna per mansioni equivalenti), come ci ricorda il Global Gender Gap Report 2014 pubblicato dal  World Economic Forum. Tutti quelli che hanno a cuore la meritocrazia dovrebbero scandalizzarsi un pò, indipendentemente dal genere.

Il Global Gender Gap Report è una classifica dei principali paesi pubblicata ogni anno.  Si basa su un indice (il Global Gender Gap Index) che considera quattro aree (partecipazione alla vita economica e opportunità, educazione, salute e partecipazione alla vita economica) nelle quali misura il divario tra situazione maschile e femminile, non i valori assoluti (infatti Nicaragua e Rwanda sono in cima alla classifica: lì non fa gran differenza nascere uomo o donna, purtroppo però non è buon segno).

Nel 2014, l’Italia, pur restando in coda (69esima su 142 paesi), è risalita nella classifica generale, ma aspettate a stappare lo champagne.

La risalita è dovuta principalmente a un miglioramento dell’indice relativo alla partecipazione alla vita politica (siamo 37esimi) grazie principalmente al maggior numero di parlamentari e ministri donne (su queste due dimensioni siamo circa trentesimi!). Ovvio che la cosa è positiva, l’ebbrezza di essere così alti in classifica ci da le vertigini, ma non dimentichiamo che questi sono i cambiamenti più facili da fare (come anche le quote nei CdA). Quando si tratta poche di centnaia di donne, si fa in fretta. La vera sfida è chiudere il divario per tutte le donne, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione alla vita economica e le opportunità. E qui sono dolori. Continuamo infatti ad andare male su questo fronte: siamo 114esimi. Non voglio fare la guastafeste, ma è proprio una vergogna, di cui il differenziale retributivo di genere è l’aspetto più eclatante. 

 

 

 

Le aziende provano a sedurre le donne

NailParty_Feet-600x450In un articolo il cui titolo contiene un divertente gioco di parole, apparso ieri 6 Ottobre sul FT (McKinsey’s manicures are a tacky way to nail recruits), Lucy Kellaway spara a zero su alcuni goffi tentativi di seduzione della popolazione femminile (iper-qualificata) da parte delle società di consulenza e delle banche d’affari.

Ecco i fatti. McKinsey, una società di consulenza internazionale, ha invitato le donne iscrite all’MBA di Stanford a una seduta manicure-pedicure durante la quale venivano illustrati i vantaggi di lavorare per loro. Bain, un’altra grande società di consulenza, propone alle donne che vuole interessare una sessione di cucina a loro dedicata. Goldman Sachs, la banca d’affari, ha invece donato alle donne come cotillion dopo un evento (sempre mirato a interessare potenziali reclute) un sacchetto pieno di oggetti tipicamente femminili (specchietto, limetta per unghie, ecc.)

Sul fatto che si tratti di iniziative e doni eteronormativi, credo non ci siano dubbi. Stanno, di fatto, dicendo alle donne che devono avere mani e piedi in ordine, saper cucinare e controllarsi il trucco nello specchietto. Capisco bene che innervosiscano Lucy al punto di farle scrivere: “Il prossimo evento destinato alle donne sarà sul tema di come stirare e fare la polvere?”. Devo però fare due considerazioni:

1) Per chi si ricorda bene il mondo della consulenza e delle banche d’affari quando la norma per le donne era assomigliare il più possibile agli uomini (abbigliamento, modo di fare, preferenze, ecc.) e quando qualsiasi segno di femminilità doveva essere mascherato e negato, c’è qualcosa di liberatorio in questo approcccio. E’ un piccolo (e forse contraddetto da altri più potenti messaggi) segnale che siamo sdoganate anche se siamo femminili. Forse è venuto, per le donne a cui piace fare le donne (oltre a fare le esperte di finanza, logistica, idrocarburi, chimica dei nuovi materiali, ecc.), il momento in cui fare coming-out non rovina la carriera.

2) Ci vogliono e ci cercano. Dopo anni in cui ci sgoliamo a spiegare che la diversità nei luoghi di lavoro conviene alle aziende, dopo decadi in cui la parità di genere veniva etichettata come questione femminile, dopo tutta questa traversata del deserto, forse ce l’abbiamo fatta. Rimandiamo al mittente, ma con garbo, le limette, i mani-pedicure, i corsi di cucina e qualsiasi altra cosa provino a usare come fumo negli occhi e chiediamo invece di essere pagate come gli uomini (e poi ce li spendiamo come vogliamo noi).

Pari opportunità: non è solo un problema delle donne

gender pay gapIn un recente editoriale sul NY Times, Charles Blow (‘Williams,’ the Princess and the Gender Pay Gap, 6 Febbraio) racconta che gli fa rabbia pensare che sua figlia entri in un mondo del lavoro che non è ancora paritetico dal punto di vista del genere.

Vedo con piacere che sempre più uomini prendono una posizione decisa a favore delle pari opportunità e contro lo stereotipo femminile. Credo che il coinvolgimento degli uomini sia fondamentale per percorrere l’ultimo miglio della parità di genere, ma riconosco che non è sempre facile capire qualcosa che non si sperimenta direttamente, che apparentemente non ci riguarda e che fa parte della “normalità”, quindi il loro ingaggio non va dato per scontato. Per riuscirci, è importante che anzitutto gli uomini capiscano dove si nascondono e come agiscono le discriminazioni e i pregiudizi di genere. Nella mia esperienza, sono utili le spiegazioni chiare e fattuali.  Poi, come suggerisce Blow,  utilizziamo il fatto che spesso gli uomini sono padri, fratelli, mariti, fidanzati, figli per “avvicinare” e rendere concreto il problema. Le diverse opportunità hanno reso, rendono o renderanno la vita meno facile a qualche donna a cui questi uomini tengono. Magari penseranno a una madre brillantemente laureata e ambiziosa che è uscita dal mondo del lavoro e ha qualche rimpianto, a una figlia che deve fare più fatica per affermarsi dei suoi colleghi maschi e si scoraggia, a una compagna che arriva a casa la sera arrabbiata perché non vede valorizzato il proprio sforzo professionale. Infine, facciamo leva sul loro senso di fair play e sul valore della meritocrazia.

Blow scrive di essere furioso al pensiero che sua figlia dovrà affrontare un mondo del lavoro dove esiste un divario retributivo di genere (almeno del 15-20%) e aggiunge di ritenere le pari opportunità non un problema femminile, bensì sociale e morale. Ovviamente sono d’accordo e credo che noi donne dobbiamo sempre più porre il problema in questi termini.

Lo smart-work supporta la leadership femminile, ma non solo

1launch-at-home-businessLo smart-work (lavoro intelligente) è a metà strada tra il lavoro tradizionale (da svolgersi in orari determinati e in ufficio) e il tele-lavoro svolto sempre in remoto. Varie multinazionali basate in Italia lo praticano già (sulla scia di simili pratiche adottate dalla casa madre) e ne hanno avuto evidenti benefici sia dal punto di vista dei costi (riduzione degli spazi fisici necessari) sia da quello della produttività che, secondo motli studi, aumenta (il Politecnico di Milano stima un aumento del 5,5%). Verrà depositata una legge bi-partisan dalle parlamentari Alessia MoscaIrene TinagliBarbara Saltamarini per regolamentarlo, nella speranza di allargare la base di aziende che lo adottano. L’Italia infatti è fatta di aziende medie e piccole più che di multi-nazionali: finché l’adozione di queste misure rimane loro appannaggio non cambierà il modo di vivere il lavoro degli italiani.

Lo smart-work  è importante per la carriera e la leadership femminile per due ragioni. Primo, si rivolge a tutti e piace a molti, soprattutto i giovani della generazione Y, non solo alle donne, ed è lì il bello. Mentre il part-time, che è servito ad alcune donne a conciliare vita lavorativa e familiare, portava con sè una stigmatizzazione forte (sanciva un uscita dalla competizione e comportava rallentamento di carriera più che proporzionale al tempo “sottratto” al lavoro a tempo pieno), non è così per lo smart-work. Optare per il lavoro intelligente, da casa o dall’ufficio a seconda di quello che si deve fare, non è infatti una scelta solo da mamme. Secondo, lo smart work contribuisce a eliminare un fenomeno di sottile discriminazione (la cosiddetta discriminazione di seconda generazione) legato alla presenza o meno in ufficio in alcune fasce orarie (tipicamente serali) che sono chiaramente meno accessibili alle donne con famiglia, in particolare in certi momenti della loro vita. L’influenza del face-time (il tempo in cui “mostrare la faccia”, cioè “farsi vedere” in ufficio) sulla carriera è ancora forte in molte culture aziendali in cui è conssiderata una manoifestazione dell’impegno nella carriera e di un elevato carico di lavoro e responsabilità.

Lo smart-work, in generale, può servire a promuovere la meritocrazia perché spinge verso una misurazione dei risultati concreti e riduce il presenzialismo inutile. Può anche incoraggiare gli uomini, sempre più frequenti nelle generazioni giovani, che desiderano passare più tempo con i propri figli, ma che esiterebbero a farlo a costo di una penalizzazione della propria carriera, a lavorare da casa. In altre parole, lo smart-work ci aiuta ad evolvere verso la famiglia 2.0, più paritetica nella divisione di compiti e responsabilità, che permetterà ai talenti femminili di emergere semplicemente togliendo un pò di peso dalle nostre spalle.

Scomoda verità o calunnia? La competizione tra donne

cats fightingSi sente spesso dire che le donne siano particolarmente competitive tra loro e facciano meno squadra degli uomini. E’ una scomoda verità o è una calunnia? E poi, perché, visto che in generale siamo meno competitive degli uomini, dovremmo tirare fuori proprio tra di noi tutta questa voglia di competere? Non è un pò paradossale?

Su questo tema ha scritto recentemente anche Caroline Criado-Perez (giornalista e femminista britannica) sul Financial times (Attack on women by women hold women back). Il punto, secondo Criado-Perez, è che noi donne siamo sovraesposte a figure maschili di successo e vediamo invece solo una piccola minoranza di donne emergere come leader (forse ricorderete la sua famosa e ovviamente simbolica battaglia a favore della rappresentazione di donne illustri sulle banconote della Banca d’Inghilterra). E’ vero: i ruoli di potere sono ancora ricoperti da uomini e questo favorisce un’associazione mentale tra leadership e genere maschile. Basta accendere la televisione: in prevalenza, si vedono gli uomini (protagonisti) agire prodezze e le donne (in ruoli di solito subordinati) commentare quello che gli uomini hanno fatto e cercare di attirare la loro atttenzione o di sedurli.

Conseguenza? Le donne competono tra loro per ottenere visibilità nei confronti del potere e cioè degli uomini. Perchè, si chiede Caroline Criado-Perez, dovremmo stupirci se le donne vedono le altre donne come possibili usurpatrici dell’attenzione maschile che serve ad avere successo? E poi, finchè il potere è maschile, non dovrebbe meravigliare che le donne attacchino le donne. Quando si attacca, di solito si attacca chi è debole.

A questo si aggiunga che la competizione non è incoragiata nelle bambine e nelle ragazze, che imparano a non condividere il proprio desiderio di emergere e competere. Quando la voglia di competizione e di vittoria non viene accettata e non viene permesso di manifestarla in maniera “sana”, il rischio che sfoci in invidie segrete e nel desiderio di vedere gli altri fallire non è così strano (e si accompagna spesso a vergogna e a sensi di colpa).

E allora? Torniamo sempre a bomba: le donne devono avere il permesso di competere alla pari degli uomini e si deve raggiungere un significativo numero di donne leader. Quando il potere (e la sua conquista) diventeranno  anche femminili, sparirà questa strana forma di sabotaggio che a volte avviene tra donne.

Ricordare alle donne l’importanza di fare squadra è sempre una buona idea, ma forse non basta, visto che la ragione per cui competiamo insesnsatamente tra noi non è la nostra cattiva indole. Negare che esista una certa competizione tra donne non serve a risolvere il problema e diventa quasi un’ammissione implicita che della narrativa sessista in base alla quale le donne sarebbero istintivamente gelose dei successi delle loro sorelle e dotate spesso di aggressività felina. Questa sì che è una calunnia su cui francamente vale la pena di indignarsi, ma, per dimostrare la falsità dell’insinuazione, è meglio che prendiamo noi la parola e ne spieghiamo le cause.