Grazie James Damore

La vicenda è rimbalzata sulle principali testate giornalistiche e televisive e ha suscitato un discreto vespaio. Nel caso ve la foste persa, e se amate le saghe con colpi di scena, trovate il riassunto di seguito. Ma prima di cominciare, vorrei dire grazie a James Damore per aver acceso i riflettori sulla questione della scarsa presenza femminile nei settori tech. Tutto lo sbattimento che ci facciamo noi donne per attirare l’attenzione sul tema, i nostri convegni e i tweet che ci ritwittiamo tra noi, sono ben piccola cosa in confronto a quanto è riuscito a fare questo giovane ingegnere di Google, anche se non intenzionalmente.

ATTO PRIMO. Un ingegnere di Google, James Damore, (nella foto), dopo aver seguito un workshop su diversity & inclusion prende un volo per il Far East dove doveva recarsi in missione di lavoro. Sull’aereo, anziché, guardare i film, dormire, bere a volontà cocktail offerti dalla linea aerea, chiacchierare coi vicini e flirtare la hostess o lo stewart (a seconda delle preferenze), tutte attività che ogni tanto si rivelano ricche di sorprese piacevoli e inaspettate, scrive un memo di 10 pagine sul tema delle differenze di genere nelle abilità scientifiche e matematiche. Detto fatto, lo posta in un discussion board sulla intranet aziendale. Un pò di riposo e distrazione fa bene e schiarisce le idee, ma queste son cose che si capiscono più avanti nella vita, e il fatto che abbia speso il tempo del volo scrivendo il memo non è il punto, ma inizia a inquadrare il personaggio. Veniamo al memo. Apre con una premessa (“I value diversity and inclusion…. “) che pare la excusatio non petita di quanto segue, per  affermare che forse le donne sono sotto-rappresentate nel settore tecnologico in quanto meno portate  per quel tipo di attività e non perché discriminate. L’ingegnere gioca un pò con le parole, usa spesso “on average” per mitigare i suoi giudizi, ma il messaggio è quello.

Esiste abbondante letteratura che lo smentisce: le differenze tra i due generi non riguardano le abilità e la sotto-rappresentazione delle donne nel settore tech dipende da fattori culturali, tra cui gli stereotipi di genere (è un pò più complicato in realtà, ma le abilità proprio non c’entrano).  Per un’affermazione simile,  Larry Summers aveva dovuto scusarsi e poi dimettersi da rettore di Harvard (anche lui da ringraziare perché tutte le persone serie, dopo la sua infelice sortita, scrissero articoli e rilasciarono interviste per dire che si era sbagliato, ricordandoci come stanno le cose).

ATTO SECONDO. Nel giro di pochi giorni dal quando il memo “esce” (qualche collega lo mette in rete) e viene ripreso dalla stampa, Damore viene costretto a dimettersi da Google che lo accusa di avere una visione incompatibile con quella aziendale riguardo alle donne. Lui protesta, dice di essere stato licenziato per aver detto la verità (secondo lui), afferma che in Googlesi viene puniti se non ci si conforma all’ideologia prevalente, si fa fotografare indossando la maglietta che vedete nella foto con la scritta Goolag (vabbè, ammetto, la battuta è carina) e riceve un sacco di like sui social. Assange (creatore di WikiLeaks), dall’ambasciata ecuadoregna di Londra, non perde tempo e gli offre un lavoro, presumibilmente per sostenere una vittima della censura. Esce un pezzo sul New York Times in cui si chiede che il CEO di Google si dimetta (per aver fatto dimettere Damore). Si discute su dove stia il limite della libertà di pensiero ed espressione.

EPILOGO. Tutta la letteratura sulle differenze di genere nell’abilità matematica e scientifica è stata tirata fuori dagli scaffali dove prendeva polvere, riletta attentamente e divulgata in pezzi facilmente fruibili usciti sul FT, il WSJ, L’Economist, il NYT ecc. ecc. che tutti hanno letto perché una vicenda così succosa chi se la perde. E questa letteratura, che adesso tutti conoscono grazie a James, dice a chiare lettere che non vi sono differenze di genere in queste capacità e gli ostacoli che portano alla sotto-rappresentazione delle donne nei settori tech sono culturali.

Ragazze, siamo oneste, da sole ci avremmo messo decadi per ottenere questo risultato (per non parlare di quanto ci sarebbe costato in budget di comunicazione). E’ proprio vero che abbiamo bisogno degli uomini.

 

Airbnb raddoppia la presenza femminile in un anno

L’anti-Uber, dal punto di vista della diversità di genere, è Airbnb. Se Uber è diventato sinonimo del maschilismo sfacciato della Silicon Valley (con il caso della dipendente molestata, ma anche con pochissime donne nei ruoli tech), Airbnb  si è mossa con determinazione per aumentare la presenza femminile.

Tutto il settore tech è carente di talenti femminili, ma le start-up della Silicon Valley sono anche peggio del resto (solo il 23% di presenza femminile, contro il 36% del settore, secondo il Financial Times).

Avere più donne è un obiettivo che molti nel settore tech dichiarano, ma di fronte al quale si mostrano troppo rapidamente rinunciatari. Finalmente qualcuno ha dimostrato che rammaricarsi non serve, mentre funziona bene analizzare la situazione e agire con determinazione. Airbnb, accortasi di avere solo il 10% di donne tra i nuovi assunti, ha deciso di porre rimedio. Grazie ad un’analisi approfondita della situazione (fatta dai loro data scientist) Airbnb ha capito in quali punti del processo le donne venivano escluse o incontravano difficoltà a causa del genere ed è intervenuta. In un anno la percentuale di donne è passata dal 15 al 30, cioè è raddoppiata. A dimostrazione del fatto che la volontà e le analisi funzionano bene anche quando si tratta di aumentare la presenza femminile, esattamente come funzionano per fare tutto il resto.

Leggete tutta la storia su: https://www.ft.com/content/6ae56540-0f62-11e7-b030-768954394623 

 

Trump femminista senza volerlo

such_a_nasty_womanE’ stato osservato acutamente e provocatoriamente da Gillian Tett sul FT (The truth about Trumpkins) che ha fatto più Trump per riaccendere il femminismo negli ultimi anni di quanto abbiano fatto le femministe stesse.

Il suo linguaggio offensivo “da spogliatoio”, i suoi presunti comportamenti predatori nei confronti delle donne e la sua ammirazione del nostro genere purché ce ne stiamo in ruoli tipicamente femminili, hanno risvegliato il femminismo anche nelle donne più indifferenti. Le magliette con su scritto “I’m a nasty woman” (così Trump ha definito Hillary Clinton) sono diventate un cult e ci ricordano che competere sul serio contro gli uomini è ancora implicitamente vietato alle donne. Forse ci voleva questa wake-up call per ricordarci che la battaglia non è vinta ed è troppo presto per passare ad altro.

Grazie Donald, adesso però ci hai aiutato abbastanza.

Donne cattive che violano lo stereotipo femminile

nasty-debateCome sapete, Donald Trump ha definito Hillary Clinton,  sua rivale nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti, una “nasty woman“, cioè una donna cattiva.

Come sempre, dipende dai criteri che si usano per dividere i buoni dai cattivi. Che Hillary sia una donna che si rifiuta di fare la donna, è vero. Che respinga gli stereotipi di genere, è noto: anche quando era first lady si fece assegnare un incarico rilevantissimo come la riforma sanitaria. Insomma, se una donna è buona quando sta al suo posto, non compete con gli uomini e ricopre ruoli ancillari, ok, allora Hillary non è buona.

Questo episodio conferma quello che sapevamo già: le donne che violano lo stereotipo femminile vengono sanzionate perché gli stereotipi hanno anche una valenza prescrittiva (non solo descrittiva) e discostarsene è una forma di devianza sociale. The Donald e i suoi seguaci criticano Hillary in maniera palese e aggressiva, altri lo fanno inconsapevolmente e in maniera passiva-aggressiva, limitandosi a dichiarare che Hillary “non convince” (ndr ma perché quando le donne saltano si alza sempre l’asticella?). Potrebbero essere addirittura più pericolosi i secondi dei primi (non mi riferisco al voto), certamente sono più insidiosi perché i pregiudizi, quando sono inconsci, sono come virus mutati per diventare resistenti ai tentativi di debellarli.

Le elezioni presidenziali USA 2016 hanno chiarito, se ce ne fosse stato bisogno, che la leadership femminile può essere percepita come una minaccia o un elemento di destabilizzazione della società e che suscita ancora forti resistenze, alcune delle quali noi stessi fatichiamo a capire.

Equity: il film sulle donne a Wall Street che fa discutere

equity-wall-street-leadership-femminileEquity è un film indipendente prodotto da una donna (Sarah Megan Thomas) sul testo scritto da una donna (Amy Fox). E’ singolare perché la senior investment banker Naomi e le altre  che la circondano, sono tutte in posizioni professionali impegnative e di responsabilità. Nei film ambientati nel mondo della finanza le donne figurano tipicamente come assistenti o prostitute: raccontare Wall Street al femminile, che magari a chi legge questo blog appare scontato, il minimo sindacale, come dire,  non lo aveva ancora fatto nessuno. Good try, però ho alcuni punti (spoiler alert: se volete vedere il film quando esce in Italia, fermatevi qui perché rivelerò alcune parti della trama).

Il titolo, accattivante e provocatorio, sfrutta un gioco di parole (equity è il capitale netto di un’azienda, ma significa anche giustizia) per suggerire, in modo un po’ subliminale, che di giustizia non ce n’è tanta per le donne nel mondo della finanza. E, infatti, Naomi non fa una bella fine: paga un errore professionale in modo spropositato (come succede alle donne) e, dopo aver sacrificato la vita personale alla carriera (un cliché), si trova licenziata e accompagnata ai tornelli nel giro di due minuti.  Non esce nemmeno benissimo dal film la co-protagonista Samantha perché il finale la fa apparire voltagabbana e conformista e avremmo sperato di meglio. Per non parlare di Erin, la junior investment banker che riporta (subendola) a Naomi e le fa le scarpe in modo scorretto (il tradimento femminile per vendetta è un altro cliché).

Ci sono alcune chicche nel film, come il dialogo di Naomi col capo che le rinfaccia di non saper essere abbastanza soft coi clienti (dopo una selezione darwiniana che fa sopravvivere le più dure, hanno pure da ridire) e ci sono molte verità sulle discriminazioni di genere. Ciò non toglie che, per una volta che siamo protagoniste, non vorremmo essere rappresentate così. Se queste sono le donne leader al cinema, grazie no.

Prendo purtroppo atto del fatto che raccontare donne in carriera e di successo  senza cadere nei cliché, nei melodrammi o nelle storie eroiche di super-woman è ancora difficile. Questo però la dice lunga su quanta strada debba ancora fare la leadership femminile.

 

Abbiamo bisogno di una s….che ci liberi dallo stereotipo femminile

hilaryIl fatto che Hilary Clinton non ispiri grande simpatie nemmeno dalle donne merita di essere analizzato e capito al di là delle razionalizzazioni (lo scandalo Whitewater, la faccenda delle email, il potere dinastico dei Clinton, ecc.). La ragione per cui donne, anche altrimenti illuminate, non sceglierebbero una come la Cinton per bere lo Spritz temo abbia anche altre motivazioni, che purtroppo agiscono sottotraccia (e potrebbero essere una forma di unconcious bias). Forse, alla fine della riflessione potremmo arrivare alla conclusione di Andi Zeisler nel suo pezzo uscito oggi sul New York Times (The Bitch America Needs): l’America ha bisogno di una strega (la parola bitch sarebbe meglio tradotta con un’altra parola che inizia pure per s, comunque il concetto è quello).

Quello che rende Hillary una s. sono una serie di caratteristiche che collidono con lo stereotipo femminile (es. desiderare il potere, avere molta voglia di vincere, non esprimere emozioni, sorridere poco, ecc.). A questo si aggiunga un’altro elemento fortemente disturbante: Hillary  non solo  non usa la piacevolezza come una clava, che è quello che ci si aspetta dalle donne che vogliono avanzare in qualsiasi campo, ma addirittura se ne frega di violare le aspettative legate allo stereotipo femminile.

Hillary rappresenta una donna il cui potere si esprime fuori dalla sfera domestica e familiare e che esce dallo stretto perimetro delle norme e aspettative sociali che riguardano le donne, alle quali fa ben poche concessioni. Questi sono peccati che  non si perdonano e che quasi unanimemente sono interpretati come segnali di una cattiva indole (da s., in sintesi). Quante donne si auto-limitino per conformarsi a queste aspettative non lo sappiamo, ma probabilmente sono tante. Se Hillary ce la farà a conquistare la Casa Bianca, ci aiuterà a liberarcene.

 

Uteri che parlano di tecnologia (ma restano uteri)

susan-wojcicki-youtube-ceoIn un pezzo provocatorio e interessante dal titolo Cosa il mio utero può insegnarvi su come essere leader nel settore delle tecnologie, Margareth Gould Stewart (Vice-Presidente di Product Design per Facebook) commenta l’intervista fatta a una donna leader nel settore delle tecnologie, Susan Wojcicki CEO di YouTube.

Intervistata nell’ambito di una conferenza seria e importante del settore, a questa donna leader nelle tecnologie con una storia professionale unica e interessantissima (dipendente N. 16 di Google, tanto per dirne una), venivano fatte domande sulla famiglia per i primi 20 minuti. Dopo una breve introduzione sul suo straordinario profilo professionale, l’intervistatore infatti dice: “…ma il risultato veramente straordinario che Susan ha raggiunto è un altro. Perché non molto tempo fa Susan ha avuto il quinto figlio. E credo questo sia degno di un applauso.” Clap, clap, clap. E il resto no, ci domandiamo noi? Ma non è finita, perché l’intervistatore continua con la famosa domanda che viene fatta a tutte le donne leader che lavorano e mai agli uomini: “Come fa a fare tutto?”. Il che presuppone che tutto il ménage domestico-familiare sia a suo carico (ruolo stereotipato di genere). Avrà trovato il modo per non dormire? Ipnotizza i bambini? Li narcotizza?

L’appello dell’autrice del pezzo agli intervistatori (“concentriamoci su ciò che c’è nel cervello e nel cuore delle persone invece che sui ruoli stereotipati”) è quanto mai necessario e opportuno. Facciamo parlare le donne leader di quello che fanno e sanno e iniziamo a chiedere agli uomini delle loro famiglie.