L’opportunità della Sandberg

rolemodelCome nel caso precedente (Il problema della Sandberg), l’opportunità non è della Sandberg, che ne ha già tante e ne sta calamitando ancora di più (per esempio la carriera politica), ma nostra, ma lei, in un certo senso, ci sta alzando una palla.

Riassumo le puntate precedenti. L’instancabile Sandberg ha pubblicato un nuovo libro, Lean in for Graduates, dedicato alle giovani laureate. Sulla falsa riga del precedente, Lean in (Facciamoci Avanti), anche questo contiene un bel pò di incitazioni (a questo proposito, vale il commento che avevo fatto su Lean in: Il libro della Sandberg e le lezioni di tennis).

Lo stile di comunicazione di Sanberg, che possiamo accusare di tutto ma non di eccessiva indulgenza, finisce sempre per farci sentire scolarette che non capiscono la lezione, ma almeno ha avuto il merito, forse indiretto, di far scattare qualcosa. Costanza Rizzacasa d’Orsogna ha scitto prima sulla 27 Ora (Non fate carriera? Colpa Vostra. Sheryl Sandberg II il tono non cambia) e poi sul  Corriere della Sera di sabato 3 Maggio (Se non hai successo è colpa tua. Ma la linea dura fa discutere) due pezzi che hanno  ufficialmente riaperto il dibattito sulla leadership al femminile.

La conversazione non si era mai interrotta ma era rimasta un pò sotto-traccia. Quote-sì-quote-no, obiettivi di Lisbona (non raggiunti) sull’occupazione femminile e altre questioni più pratiche avevano distolto l’attenzione dal tema, un pò più filosofico, di cosa sia la leadership al femminile. Appunto, cos’è? E’ veramente diversa da quella maschile? Non è  che poi, una volta al potere, diventamo str… anche noi? Chi sono i role model? (domanda ben più difficile da rispondere rispetto alla più pragmatica: chi sono le donne di successo?)

Torniamo alla Sandberg. Dall’altezza del suo tacco 12 confortevolmente portato, Sandberg da consigli alle donne che vogliono fare carriera. Ufficialmente è così. Date il libro, o qualsiasi delle sue centinaia di interviste, in mano anche a un abile avvocato e non troverà nessun appiglio per sostenere che ci sia dell’altro. Eppure, chissà come mai,  tutte abbiamo capito una cosa diversa. Cioè che ci dia consigli per  diventare come lei e che, in particolare rivolgendosi alle giovani con il nuovo libro, le inciti a imitarla. Il problema è che molte non vogliono, ad alcune l’idea fa quasi venire il mal-di-mare (ma siccome siamo politicamente corrette non lo possiamo nemmeno dire). Molte donne non riconoscono in lei un role model. Una donna di successo, certo. Una maestra, forse anche. Ma un modello, magari no.

Povate a fare la domanda “chi è il tuo modello?” alle donne che conoscete e vedrete fiorire molte risposte diverse, spesso rivelatrici dell’essenza della persona e di come questa si vede nel mondo. Per qualcuna il modello sarà Madre Teresa, per altre Marisa Bellisario  o Shakira o Rita Levi Montalcini o Marissa Mayer o Malala  o anche le numerose amiche, sorelle, madri, zie, cape, ex-cape anonime ma importantissime nelle nostre vite. La leadership al femminile, insomma non è a taglia unica, one-size-does-not-fit-all, ed è una buona notizia: forse questo è proprio uno degli aspetti che la valorizzano. La leadership al femminile è multiforme come lo siamo noi.

 

 

 

Il problema della Sandberg

bad teacherDiciamo subito che il problema, più che della Sandberg (COO di Facebook, stra-pagatissima top-manager della Silicon Valley, autrice di bestseller, moglie felice, madre realizzata – e sicuramente ho omesso qualcosa), è nostro. E di cosa si tratta?

In essenza, secondo me, si tratta di decidere: a) se ci va di farci dare lezioni da una che ha vinto alla lotteria della vita, quindi forse dovrebbe solo tacere e far finta di niente per non attirarsi invidie e malocchi b) se ci piace tutta questa enfasi sulla carriera e sul lavoro, cioè  la filosofia di vita che c’è sotto c) se ci convincono  i suoi suggerimenti sulla carriera.

Sono tre cose diverse ed è utile tenerle separate.

Sul punto a), da una lato Sheryl Sandberg  è molto credibile: se non sa lei come fare carriera, ditemi chi devo ascoltare. Tuttavia, proprio per il fatto di essere francamente così remota da tutti noi, parlo per me anche se dico noi, non è la persona più adatta a dare lezioni nè a essere role model. Manca la complicità e l’empatia. Parla dei “problemi delle donne” ma facciamo fatica a immaginare che siano gli stessi che abbiamo noi. Anch’io, quando ho letto la sua intervista tempo fa sul Financial Times, fatta dalla bravisissima Gillian Tett, in cui diceva “oggi sono in ufficio in tuta perché alle 4 del pomeriggio vado a vedere la partita di non so cosa di mio figlio” (ovviamente non è una citazione letterale) mi sono innervosita. Questo è un privilegio cara Sandberg, non un merito. E qui sorge il problema, perché noi donne non amiamo che altre ci sbandierino in faccia i propri privilegi. Se lo fanno, vengono escluse dal gruppo. A forza di stare con gli uomini, forse se lo è dimenticato e per lei è certamente meglio così.

Sul punto b) vorrei dire che chi compera il libro della Sandberg, sa cosa può trovarci. Non è un libro per ritrovare la spiritualità nè per perdere peso nè per  imparare a andare in mountain-bike. Non è un libro che si intitola “Fiabe per bimbi” e parla del kamasutra. It is what it is. Sandberg non è Che Guevara ma non ne fa certo mistero, la Silicon Valley non è una comune e i libri  (Lean in e Lean in for graduates) li acquisteranno le donne interessate alla carriera (e magari, anzi me lo auguro, a mille altre cose) per cercare consigli sulla carriera. Chi cerca altro, lo cerca in altri libri. Non diamo però a Sandberg la grande responsabilità di indirizzare le giovani donne in generale. Delle donne a noi vicine, meglio che ci facciamo carico tutte noi  con l’esempio e l’altruismo.

Sul punto c) credo che quello che ha da dire Sandberg meriti di essere ascoltato, se non altro per l’osservatorio privilegiato da cui arriva (siamo in Italia e non in California, ma rimane utile). Quel che  infastidisce (leggete il divertentissimo e vetriolico pezzo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna sulla 27ma Ora: Non fate carriera? Colpa vostra. Sheryl Sandberg II, il tono non cambia.) è come lo dice. Sandberg finisce per suscitare più controversie (naturalmente utili a promuovere il libro) che ispirazione al genere femminile (utile a far auto-promuovere le donne), ma non dovremmo confondere i piani.

Concludo rivelandovi una associazione mentale bizzarra che ho avuto pensando ai consigli della Sandberg. Mi sono ricordata una scena gustosa di un filmetto che si intitola Bad Teacher, cioè Cattiva Maestra. Nel film, Cameron Diaz è nel ruolo di una cattiva maestra elementare (in realtà non è cattiva, ma non sa insegnare, non gliene potrebbe importare di meno e ha accettato il lavoro solo perché le servono i soldi). Una sera Cameron (Elisabeth) è in un pub con una collega, un’altra maestra elementare, ma completamente opposta a lei: completamente dedita all’insegnamento e molto carente sul piano dell’avvenenza fisica (20 kg sovrapeso, pochi capelli in testa, sempre sudaticcia, ecc.). Tra una birra e l’altra, Cameron (Elisabeth) da alla maestra bruttina dei consigli su come fare colpo sugli uomini. La bruttina ascolta e suda ancora più del solito (rivoli visibili). Cameron (Elisabeth) la incalza, la incita a provare e le spiega come auto-presentarsi a dei tipi del tavolo vicino e come invitarne uno a ballare in maniera seduttiva. Durante questa scena tutti pensano: “Cara Cameron-Elisabeth, se vai tu a invitarlo a ballare, non ti fa nemmeno finire di parlare e ti dice di sì. Ma la cicciona? Ma la vuoi mandare al macello? Lei non è te: non può funzionare.” Soprattutto, quasi tutti pensano:” La bruttina non seguirà mai i tuoi consigli, non si alzerà, non andrà al tavolo dei vicini ad invitare uno a ballare, perché non è così matta da farlo, perché capirà che i tuoi consigli sono una bufala e che tutto finirà in una prevedibile umiliazione”. Invece, la bruttina-cicciona, con i pochi capelli ormai completamente bagnati dal sudore e visibilmente terrorizzata dall’enormità della sfida, segue il consiglio di Cameron-Elisabeth. E funziona.

Forse, non era poi una così cattiva maestra.