L’importanza della postura giusta

Prendo spunto da un TED Talk che tratta del linguaggio non verbale, tema su cui si sono dette e scritte tante cose, tanto da renderlo trito e spesso banalizzato.

Nel talk di Amy Cuddy (Amy Cuddy: Your body language shapes who you are) il linguaggio non verbale viene però discusso da un’angolatura insolita: parla di come la postura che assumiamo determini il nostro comportamento e, in definitiva, chi siamo e chi diventiamo.

Di solito lo studio del body language è utilizzato per aiutarci a capire chi abbiamo davanti e che intenzioni abbia. La pratica non è esente da rischi visto che, come spesso avviene, se la diagnosi è fatta da chi non se ne intende la possibilità di errore è abbastanza alta. Un altro utilizzo delle conoscenze del non verbale è quello di “auto-correggere” alcuni “difetti” (esempio: le posizioni incrociate). Questo approccio mirato alla correzione tende a ridurre ulteriormente l’auto-stima di chi si scopre pieno di “difetti” e si sente pure un impostore nel tentare di mascherarli.

La  prospettiva proposta da Amy è invece molto positiva. Lei dice: assumente per due minuti una posizione di “potere” (vedi foto piccola nel post, ma soprattutto guarda il video) e ti sentirai una persona di potere. La postura influenza la mente. Sentendoti una persona di potere, lo sarai “fake it till you become it”).

Troppo bello per essere vero? Esiste una base sperimentale e sembra proprio che funzioni. Certo che l’argomento non si esaurisce così semplicemente, ma sembra esserci qualcosa di interessante e utile nel suo suggerimento di assumere una postura di potere (aperta, come ad occupare e dominare lo spazio) prima di un incontro importante, di una relazione a un convegno, di un’intervista.

Perché ve ne parlo? Perché le posizioni non-di-potere (chiuse, incrociate, come a farsi piccoli) sono più spesso assunte dalle donne che dagli uomini. Ci danneggiano in due modi: vengono lette come posizioni non di potere dagli altri generando una serie di dinamiche che ci svantaggiano e, quel che è ancora peggio, ci fanno sentire persone non-di-potere.

Il capo pigro: un problema, forse un’opportunità

Ho recentemente letto un articolo sul Financial Times (“A boss that can’t be bothered is a boss that can be managed”, 15 Ottobre 2012) che aiuta a gestire un problema che le donne hanno spesso, cioè quello di fare più lavoro di quello che spetterebbe loro (perché qualcuno ne fa meno).

A volte chi si tira indietro sono i colleghi. La fattispecie descritta nell’articolo è invece un’altra ed è interessante. In questo caso, si parla di un capo pigro. Il boss che lavora poco tende a far lavorare di  più i collaboratori (per compensazione) ma a volte anche a danneggiarli (a causa del suo scarso lavoro l’apporto a livello aziendale del team è diluito). Ecco alcuni consigli:

  • Cercare di capire se si tratta di pigrizia conscia o inconscia. Se è inconscia, il boss può essere in parte educato. Diversamente, essendovi una motivazione che la/o porta a schivare il lavoro, è abbastanza difficile farlo.
  • Vale la pena di difendersi. Meglio  non lasciarsi scaricare addosso una quantità grande a piacere di lavoro. Il fatto di porre un limite vi farà rispettare di più. Spesso le donne ritengono, proprio perché donne, di dover dimostrare qualcosa in più dei colleghi uomini per avanzare. E’ vero, ma è pericoloso dimostrare di essere ottimi animali da soma. Le organizzazioni premiano infatti gli animali da competizione, che sono una tipologia praticamente opposta.
  • Se il boss ricade nella categoria di quelli che possono essere educati (vedi sopra), il feed-back da dare non deve essere aggressivo e deve essere circostanziato. Bisogna fargli/le capire bene l’impatto sul team del suo comportamento senza metterlo sulla difensiva.
  • Per non essere danneggiati dalla pigrizia del boss, la miglior cosa è rendersi visibili all’interno dell’organizzazione (cercando di essere per esempio coinvolta in progetti inter-funzionali, speciali, ecc.). In questo modo altri avranno modo di apprezzare le vostre qualità e non sarete indissolubilmente associate al boss pigro. Quindi offrtevi volontaria in progetti e iniziativie che vi facciano conoscere fuori dal vostro ufficio.
  • Il boss pigro può anche essere un’opportunità perché lascia fare ai collaboratori cose che dovrebbe fare lui/lei e vi permette di prendere l’iniziativa al suo posto.
  • Aggiungo un consiglio mio. Se il boss è un finto pigro, cioè è pigo nel fare quello che dovrebbe fare, ma iperattivo nel gestire la propria carriera, probabilmente di gestione della carriera e di politics aziendali se ne intende. Lasciando da parte il naturale disprezzo che questi personaggi evocano nei lavoratori coscienziosi, forse qualche lezione utile ce la possono dare. Anzi, più provate repulsione per questi carrieristi egoisti e senza scrupoli, più c’è qualcosa da imparare da loro. Forse vi si aprirà un mondo. Non intendo dire che diventerete pigre, ma che capirete come ci si muove all’interno dell’organizzazione e cosa conta e cosa non conta realmente ai fini della carriera (e non vi hanno insegnato). Non escluderei nemmeno di chiedere consigli sull’argomento carriera al capo pigro-carrierista. Addirittura, è anche possibile salire nella scia di un capo del genere.

Cosa ne pensate?

Consigli per auto-promuoversi

Una delle aree in cui le donne fanno più fatica è l’auto-promozione. La ragione è semplice: le caratteristiche di sicurezza e competitività tipicamente associate all’auto-promozione appartengono allo stereotipo maschile. Lo stereotipo femminile ci vorrebbe invece modeste e preoccupate solo di sostenere il successo degli altri.

Peccato che per fare carriera, secondo uno studio di Catalyst, far conoscere i propri successi all’interno dell’organizzazione per cui si lavora sia fondamentale. Quindi, se vogliamo sfondare il soffitto di cristallo aprendo così la strada anche alle donne che vengono dopo di noi, bisogna che impariamo ad auto-promuoverci.

Alcuni consigli utili vengono da Joan C. Williams e Rachel Dempsey che suggeriscono come fare auto-promozione in maniera sottile e indiretta, cosa che dovrebbe risultare più facile. Naturalmente, poi bisogna avere il coraggio di fare auto-promozione anche in maniera palese e diretta (sempre con buon gusto e senso della misura), ma questi suggerimenti mi sembrano un buon punto di partenza:

  • Sottolineate i successi del vostro team. Se siete una team leader o una manager, mandate email e fate commenti sui risultati e successi raggiunti della vostra squadra. In questo modo, farete pubblicità al lavoro che state facendo senza apparire egocentriche. Attenzione però, se qualcuno vi fa un complimento per il lavoro svolto, non dovete dare il merito solo al team. Quello è un comportamento di evitamento dei complimenti e negazione del vostro ruolo come leader.
  • Fate parlare bene di voi gli altri. Spesso i network femminili non danno ai propri membri lo stesso impulso propulsivo che danno quelli maschili. Assicuratevi che almeno il vostro “cerchio magico” parli sistematicamente bene di voi (e istruite le persone su cosa volete che sottolineino). Reciprocate il favore.
  • Fare guerrilla-marketing. Fate marketing subliminale assicurandovi che siano almeno visibili, anche se non ostentati, premi ricevuti, articoli in cui si parla di voi, ecc. Quanto meno, per favore, non occultateli. Assicuratevi anche che il profilo auto-biografico che utilizzate metta in risalto i vostri successi.
  • Aiutate gli altri. Mettete a disposizione la vostra esperienza e il vostro know-how. Questo probabilmente già lo fate: le donne hanno spesso tendenza a supportare gli altri, ma il punto di attenzione è che non dovete solo aiutare gli altri da dietro le quinte. Avete approfondito la conoscenza di un settore complesso, vinto una causa importante, concluso felicemente una consulenza per un’azienda esigente? Mandate ai vostri colleghi una email in cui vi mettete a disposizione per trasferire quello che avete imparato e fare di consulente interno.