Lock her up: cosa succede a chi viola lo stereotipo femminile

lock hillary

Cosa succede alle donne che violano lo stereotipo femminile combattendo per il potere? Cosa succede quando, invece cedere il passo agli uomini nelle organizzazioni e nella politica, si fanno avanti sul serio minacciando la supremazia maschile?

Gli stereotipi di genere sono vendicativi: discostarsi da ciò che prescrivono è considerata una forma di devianza sociale. Lo ha sperimentato in maniera dirompente Hillary Clinton, i cui detrattori vorrebbero vedere locked up (cioè rinchiusa in carcere). Certo, questo episodio si inserisce in un contesto di odio crescente nelle campagne elettorali e nella società, ma sa molto di misoginia e di caccia alle streghe (in effetti mi meraviglio che non abbiano chiesto di bruciarla sul rogo).

Le donne che si scostano dallo stereotipo femminile lo fanno a proprio rischio e pericolo.  La situazione cambierà solo quando avremo cambiato gli stereotipi di genere, ma questo richiede che molte donne prima accedano al potere e ne subiscano la gogna. Si sentiranno dire che sono troppo maschili, dovranno rispondere a domande assurde tipo perché non hanno figli o come mai non si occupano dei nipoti (invece di rompere le scatole). Verranno guardate con curiosità antropologica e giudicate secondo standard impossibilmente alti, da uomini e da donne. Speriamo che non mollino. Alla leadership femminile servono role model. Dato che il prezzo che le donne devono pagare per accedere al potere è esorbitante, credo che non possiamo fare tanto i difficili.

 

#ShareTheLoad

ariel-india-sharetheload-540x304La pubblicità di Ariel (detersivo per lavatrice) in India è stata molto premiata, giustamente, e si inserisce in un filone socialmente responsabile che può contribuire a cambiare la cultura di genere e gli stereotipi (la pubblicità ci influenza più di quanto vogliamo ammettere). Non so se Ariel elimini le macchie meglio di altri prodotti, ma fa qualcosa per eliminare la macchia dell’ineguaglianza di genere e questo me lo rende simpatico.

Veniamo allo spot. E’ la storia di un anziano padre “maschilista pentito” perché non ha dato il buon esempio aiutando sua moglie in casa e ora vede la figlia, ormai madre e moglie, replicare quel modello di genere con fatica e rassegnazione. La giovane donna arriva a casa dal lavoro parlando concitatamente (con l’ufficio) al cellulare e mentre parla inizia a mettere su la cena, a sistemare la casa e a caricare la lavatrice. Il marito guarda la TV (ovviamente ritiene di dare il suo contributo facendosi un’opinione su sport, politica, ecc.). L’anziano padre ci rimane male (i papà quando gli toccano la loro principessa sono molto sensibili), vorrebbe che il genero desse una una mano alla figlia, ma capisce che anche lui replica ciò che ha visto fare quando era piccolo.

Ma non è mai troppo tardi, pensa l’anziano  padre. Quella sera, quando torna a casa sua,  inizia ad aiutare la moglie (costernata) a caricare la lavatrice (da qui: share the load). E lo scrive in una lettera alla figlia. Divulghiamo questo messaggio: non è mai troppo tardi per cambiare un modello di ruolo sbagliato.

La pubblicità che aiuta a cambiare la cultura di genere

dddydoIl Super-Bowl (campionato di football americano che si è giocato un mese fa circa), essendo l’evento sportivo più guardato in televisione negli USA, è  di  interesse anche dal punto di vista della pubblicità (molte persone confessano di guardarlo per quello). Quando si spendono 4.5 Milioni di dollari per andare in onda 30 secondi si cerca di farlo con uno spot memorabile. Cosa si sceglie di dire in quei 30 secondi conta qualcosa.

Quest’anno Pantene (prodotti per capelli) ha scelto di mostrare DeAngelo Williams, un super-campione di football che è anche molto cool, mentre fa le treccine alla figlia. Il tutto avviene in modo molto naturale, non sembra un evento speciale.

La frase che compare sullo schermo (“Girls who spend quality time with their dads grow up to be stronger women.”) contiene vari messaggi. Primo, fare le treccine non è una prerogativa della mamma o di altri membri femminili della famiglia. Secondo, è tempo di qualità, se è fatto con qualità (non serve fare cose straordinarie, il punto non è quale sia l’attività). Terzo, il tempo passato con il papà aiuta la bambina a diventare una donna forte, quindi è un investimento sul suo futuro.

Credo che pubblicità come contribuiscano a cambiare la cultura di genere e sarebbe bello vederne anche qua in Italia, dove invece trionfano donne inutilmente discinte oppure occupate a scolare la pasta oppure ossessionate dal bucato, mentre gli uomini guidano le automobili o si impegnano in altre attività dello stereotipo maschile.

Il gap di genere che non se ne va

mind-the-gap-tubeSi sente dire che il divario di genere nelle aspettative di carriera sia un problema del passato, infatti ne sarebbero immuni i cosiddetti millenial (la generazione nata tra il 1982 e il 2001, detta anche generazione Y, che è appena arrivata o sta arrivando sul mercato del lavoro). Non vorrei fare la guastafeste, ma devo segnalare un recente rapporto di Deloitte (Mind the Gaps. The 2015 Deloitte Millenial Survey) in cui, fra le altre cose, si chiedeva ai giovanissimi cosa volessero diventare nella loro vita lavorativa.  L’indagine (oltre 7500 intervistati in tutto il mondo) evidenza un gap di genere su cui riflettere:

  • 12 punti percentuali (donne:47%; uomini:59%) nell’aspirazione a diventare N.1 dell’organizzazione per cui si lavora
  • 7 punti percentuali (donne: 57%; uomini: 64%) nell’aspirazione a far parte della leadership (senior positions, che tradurrei liberamente come dirigenti o alti dirigenti) dell’organizzazione per cui si lavora.

Dati come questi sono soggetti a molte interpretazioni. Vorrei solo sottolineare tre cose:

  • si tratta di ragazzi giovanissimi, che presumibilmente non stanno ancora formando una famiglia e non hanno genitori anziani da accudire. La conciliazione, in questo caso, se c’entra, è solo in prospettiva. Qua siamo veramente all’inizio della vita lavorativa, le difficoltà pratiche vere devono ancora venire (e accentuare il gap aspirazionale), ma già le aspirazioni si differenziano. Qui sembra esserci lo zampino degli stereotipi di genere e la maledizione della mancanza di role model. Ci sono troppe poche donne leader (mi permetto di dire che probabilmente non è per mancanza di leadership femminile) e non riusciamo a farle conoscere abbastanza (se cercate una galleria di donne leader in vari campi, guardate la pagina facebook del Talento delle Donne).
  • se non si agisce sui giovani, sarà molto difficile raggiungere un bilanciamento di genere nella leadership. Se all’inizio della leadership pipeline partiamo così, poi quando recuperiamo?
  • se crediamo che vi sia un beneficio in una leadership bilanciata (a cominciare dal genere, ma non limitatamente ad esso), cioè se vogliamo una leadership che rifletta il mondo com’è (e il mercato come prende decisioni d’acquisto), dobbiamo fare qualcosa abbastanza velocemente. Se no, rischiamo un’altra generazione persa.

Il migliore amico della donna

misoginia2Si dice che il migliore amico dell’uomo sia il cane. E della donna? In questo momento, paradossalmente, i nostri detrattori sono i nostri migliori amici.

Dal professor Gaudio, rettore della Sapienza di Roma, che ha fatto il giudice in un concorso di bellezza organizzato dall’ateneo, al premio Nobel Hunt, che ha dichiarato che è meglio non avere donne nei laboratori scientifici (spiegazione: si innamorano, fanno innamorare e piangono se le si critica), i nostri “nemici” hanno avuto il merito di ricompattare un fronte che si stava disperdendo credendo che la vittoria fosse ormai conquistata.

Quasi 30.000 firme su change.org per chiedere le dimissioni di Gaudio e sei rettrici italiane che gli scrivono insieme una lettera aperta sono un piccolo miracolo in un momento in cui la parità di genere sembra a molti (uomini e donne) un problema del secolo scorso. Scienziate di mezzo mondo, indignate dall’infelice quanto rivelatoria battuta di Hunt, hanno reso virale nel giro di poche ore l’hashtag DistractinglySexy (corredando i tweet con loro foto in camice o tuta anti-ebola come per dire: noi ci lavoriamo nei laboratori, mica andiamo a divertirci).

Ringraziamo quindi entrambi questi uomini per due ragioni. Primo, per averci riportato alla realtà: esistono ancora molti pregiudizi e stereotipi di genere e non sono appannaggio solo di persone ignoranti. Secondo, per averci permesso di contarci e di verificare che possiamo contare le une sulle altre.

 

Perchè gli uomini dovrebbero essere femministi

feminism-is-the-radical-notion-that-women-are-peoplePerchè gli uomini dovrebbero essere femministi? Perché, come scrive Charles Blow  nel suo  editoriale sul NY Times (2 Giugno, Yes, all men) solo quando gli uomini avranno imparato a riconoscere la misoginia il mondo riuscirà a liberarsene. E’ vero, non tutti gli uomini sono parte del problema, ma devono tutti essere parte della soluzione (da cui il titolo dell’editoriale: sì tutti gli uomini devono farsene carico). La misoginia non è un problema delle donne devono ma della società. 

#yesallmen è diventato un hashtag. Analogamente a #yesallwomen, che voleva dire “il problema riguarda tutte le donne”, il significato è: anche se gli uomini per lo più (esistono ecezioni) non sperimentano direttamente la violenza fisica e psicologica che provano le donne, anche se per fortuna non sono direttamente perpetratori di molestie o delitti nei confronti del genere femminile, il problema li riguarda tutti, perché riguarda il genere umano.

Dalla parte di Camilla

belen-come-mi-vorrei-italia-1E uscito oggi sulla 27sima Ora un pezzo che fa riflettere. Si intitola  Camilla 20 anni sfida Belen: il tuo programma è maschilista . In pratica, una giovane di 20 anni, Camilla, se la prende con Belén Rodríguez, la show-girl, per il programma che conduce, dal titolo, fuorviante “Come mi vorrei”. Dico che è fuorviante perché molto chiaramente le ragazze che si rivolgono a Belen per ricevere consigli inseguono lo stereotipo femminile commerciale più che cercare di diventare come vorrebbero loro.

E’ così terribile questo programma? I problemi sono due: il primo è la semplificazione della figura femminile, ridotta a puro look, cioè all’aspetto esteriore. Il secondo riguarda i modelli femminili proposti:  donne irraggiungibili per avvenenza fisica e glamour, ma con poco altro da raccontare. Non è così che possiamo crescere la prossima generazione di donne leader. Non è questo che vogliamo che i nostri figli maschi vedano in televisione, perché la televisione sdogana tutto rendendolo normale e accettabile e non vorremmo che si aspettassero questo comportamento dalle loro giovani amiche.

E Camilla cosa ha fatto? Ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org per far chiudere il programma e ha già raccolto oltre trentamila firme. Chiudere un programma sembra una misura piuttosto dura e poco liberista, ma non facciamoci tentare dal  “basta cambiare canale” perché purtroppo, anche facendolo, si trovano messaggi simili. Come racconta da anni Lorella Zanardo, tutta la nostra televisione è programmata per perpetrare l’ immagine di una donna ossessivamente preoccupata di piacere secondo i canoni estetici in vigore, anche a costo di diventare un’altra, invece di provare a cambiare qualche regola essendo se stessa. Se non ci si ribella mai queste trasmissioni si moltiplicheranno e sarà difficile sovrastare la loro voce esprimendo un punto di vista diverso sulle donne.

Anche se ce la stiamo prendendo con una trasmissione che forse è solo marginalmente peggio di tante altre, credo che facciamo un favore a tutti chiedendo di eliminarla. Forse anche a Belen stessa: possibile mai che una donna di successo non possa fare qualcosa di più significativo e utile per le altre donne che aprire il loro guardaroba, guardare il contenuto con disapprovazione e ordinare perentoria di cambiare tutto, scrivendo i punti chiave dei propri suggerimenti col rossetto sullo specchio? Alla fine, anche Belén  è prigioniera di questa immagine femminile che contribuisce ad alimentare. Non dico che debba provare a vincere un Nobel, la sua carriera e il suo successo sono altrove, ma anche lavorando nel mondo dello spettacolo si possono agire comportamenti più consapevoli e socialmente utili. Non è un ambiente da demonizzare e condannare a priori, ci mancherebbe, ma da indirizzare con le nostre preferenze di consumatori e il nostro potere di cittadini sì.