California girls vs. Rubin boys

california girlLa California girl non è quella nella foto bensì Janet Yellen, ultra-sessantacinquenne professoressa emerita dell’Università di Berkeley in California nonché vice-presidente della Federal Reserve (FED). Il Rubin boy, Larry Summers, che non porta i calzoni corti, è stato rettore dell’università di Harvard ed è il protégé dell’ex- Segretario al Tesoro degli USA Robert Rubin. Yellen e Summers si contendono la presidenza della Federal Reserve (FED) in rinnovo a Gennaio (termine del mandato di Ben Bernanke).

Quando si arriva al duello finale per queste posizioni il gioco si è da tempo spostato dalla competenza e autorevolezza ad altro. La storia di Yellen vs. Summers non è solo per FED watchers, addetti ai lavori e appassionati di politica monetaria: ci interessa tutte perché illustra, su scala ingrandita, ciò che avviene spesso nelle organizzazioni in cui lavoriamo.

Il “caso di studio” Yellen vs. Summers  illustra in pochi semplici passaggi su cosa si fa leva per mettere da parte una donna:

  • Network contro network. La tattica N. 1 è usare la potenza del proprio network. Summers fa parte dell’establishment Clinton-Rubin e i cattivi dicono anche della Harvard Mafia (la parola mafia viene usata per indicare che il network è compatto intorno ai propri membri e disposto a tutto per difenderne gli interessi). Le Berkeley girls sono in numero inferiore e meno potenti (anche se tra di loro ci sono Nancy Pelosi, Dianne Feinstein e altre che hanno  firmato una petizione a supporto di Yellen). Il Washington Post scrive: ”Il Presidente Obama apprezza molto Summers ed è circondato dai suoi  amici e colleghi di tutta una vita. Al contrario, non conosce veramente Yellen, nè la conoscono bene gli altri consiglieri economici alla Casa Bianca”.  Capite che  Yellen è meno “nel giro giusto”.
  • Insinuare che manca qualcosa. Commentando la candidata donna con: “E’ molto brava, ma…”. C’è sempre qualcosa di essenziale che manca, peccato che non abbia di solito a che vedere con l’essenza ma con le sembianze della leadership (che sono maschili). Di cosa si tratta? Di tutte quelle qualità che, essendo ricompensate negli uomini e sanzionate nelle donne, tendono a essere più esibite dal genere maschile (vedi stereotipi).
  • Dire che sarebbe una scelta guidata dal genere. Insinuando che, se viene scelta la candidata donna, è per favorire il suo genere e non per merito. In pratica, si  bisbiglia che “ci sono persone altrettanto capaci e meritevoli” e si lascia intendere che la scelta sarebbe dovuta al desiderio di favorire l’ascesa delle donne. Se invece venisse  scelto un uomo, come quasi sempre avviene, significherebbe che ci si è fatti guidare solo dal merito. (Se il ragionamento vi sembra illogico, lo è).
  • Dire “ma chi la conosce?”. Yellen è meno conosciuta essendo rimasta, per stile personale e per le posizioni ricoperte, più “sotto lo schermo radar” rispetto a Summers. Potreste dire che Summers, per quanto più noto, ha avuto però anche  cattiva stampa. Vero, ma la  notorietà favorisce sempre  (si chiama effetto Zajonc e su questo prometto un post a parte).
  • Dire che non è abbastanza rassicurante e carismatica. Ma, alla fine, come avviene la scelta quando ci sono due candidati come questi, entrambi con credenziali eccellenti? L’immagine che si sono costruiti negli anni è la chiave. Si dice che  la Casa Bianca si senta rassicurata dalle capacità di Summers di gestire una eventuale crisi dei mercati e dalla fiducia che i mercati hanno in lui (più che in Yellen). Ecco un altro punto di attenzione per noi donne: la gestione della nostra immagine, che, in buona parte, è affidata alla potenza e all’estensione del nostro network. Perché è il network che  deve ritrasmettere e moltiplicare la nostra immagine. E così chiudiamo il cerchio: la mia sensazione è che Summers abbia dedicato molta più energia di Yellen alla promozione della propria immagine e a coltivare un network forte, strategicamente posizionato e con una certa accondiscendendte propensione al culto della sua personalità.

Riassumo in poche parole cosa ci insegna il caso Yellen-Summers: coltivate la vostra immagine e il vostro network e fatelo strategicamente; fatevi conoscere; state in guardia contro gli stereotipi di genere che vi appiccicano addosso.

E smettiamola di parlare di donne

notmyproblemboysmallAvivah Wittenberg-Cox (Fondatrice e Presidente Onorario del  Professional Women Network Europeo) è brava perché non ne lascia passare una. Giustamente, ci fa osservare che alcune tra le migliori prassi per quanto riguarda la diversità di genere, considerate quasi “vacche sacre”, in realtà, danneggiano sottilmente le donne (Three Diversity “Best Practices” That Hurt Women). Eccole.

Il primo colpo parte nei confronti di chi parla di diversità di genere. Ma non erano “i migliori amici delle donne” quelli che sollevavano il problema? No, infatti i generi sono solo due e, di conseguenza, le organizzazioni possono essere solo sbilanciate o bilanciate per quanto riguarda il genere (c’è un limite biologico alla diversità). Parlare di “diversità di genere” è una forma di eufemismo, è un modo per evitare di ammettere che siamo sbilanciati. E aggiunge: parlare di diversità è doppiamente fuorviante perché le donne rappresentano il 50% della popolazione, il 60% dei laureati e il 60% delle decisioni di acquisto mentre il concetto di diversità di solito si applica alle minoranze. Parlare di diversità di genere ci fa sentire parte di una delle minoranze, mentre siamo la maggioranza. (Per inciso, questo è un classico caso di ipnosi collettiva: nessuno si accorge dell’assurdità finché  Avivah non schiocca le dita e ci sveglia)

La seconda stoccata colpisce e affonda alcuni venerati KPI (key performance indicators) che le aziende hanno scelto per promuovere la cosiddetta diversità di genere.  Le metriche con cui le aziende si danno obiettivi “di genere”, secondo Avivah, danno un messaggio sbagliato e non incidono dove serve. La metrica “percentuale di donne manager” e il relativo obiettivo “avere il 30% di donne manager entro il 2020”, per esempio, fanno intendere che l’organizzazione debba “farsi in quattro” per promuovere tutte le donne possibili e crea, comprensibilmente, qualche fastidio e  resistenza (per ragioni diverse, ma in entrambi i generi). Peraltro, probabilmente, un indicatore del genere porterà a promuovere donne nelle solite funzioni in cui già sono “segregate” (risorse umane, marketing e altre staff).  Se è vero che “fatta la metrica, trovato l’inganno per aggirarla”, è anche vero che le organizzazioni, quando vogliono, sanno fare meglio. In questo caso, per esempio, si potrebbero dare obiettivi neutri dal punto di vista genere,  come ”avere in tutte le funzioni almeno il 35% (o 50%) di entrambi i generi”.

Infine, l’affondo: smettiamola di parlare di donne. Secondo Avivah, parlare di “iniziative per garantire uguali opportunità alle donne” conferma, nella mente degli uomini, che il problema non li riguarda. Sappiamo invece bene che, puntando tutto (o quasi) sul genere maschile,  le opportunità sono perse non solo dalle donne, ma dalle organizzazioni. Il problema è quindi di tutti. Meglio parlare allora di talenti, scrive Avivah, dato che farli emergere è una necessità delle organizzazioni e buttarne via o scoraggiane la metà è una follia che si paga a suon di opportunità perse. Allora è meglio non parlare di iniziative a favore delle donne, ma pittosto di iniziative a favore della meritocrazia, un problema di tutti, in particolare in Italia.

Cosa ne pensate?

Donne nei CdA: con un poco di zucchero, la pillola va giù

Sapete com’è andata a finire la vicenda della proposta di direttiva che introduceva le quote rosa a livello europeo proposta dal commissario EU Viviane Reding e osteggiata da 11 paesi membri (capeggiati dal Regno Unito). La vittoria della Reding è stata parziale perché la proposta è stata riformulata in modo meno stringente per le aziende, ma approvata all’unanimità grazie alla versione un po’ edulcorata che ha superato le resistenze degli oppositori.

Le aziende europee non dovranno soddisfare delle quote rosa come nella proposta iniziale della Reding, ma dovranno dimostrare di aver fatto tutto il possibile per portare il numero delle donne nei CdA al 40% entro il 2020 e sul progresso verso l’obiettivo dovranno fornire uno stato di avanzamento annuale. Ci saranno sanzioni (i Paesi membri sceglieranno quali, per esempio si potranno comminare multe oppure si potrà procedere alla revoca della nomina di un candidato uomo) per le aziende che non raggiungeranno l’obiettivo del 40% entro il 2020 (anticipato al 2018 per le azienze pubbliche che “devono dare l’esempio”).

Meno forte della proposta iniziale, con alcuni punti deboli dal punto di vista implementativo (quello che farebbe scattare le sanzioni non è chiarissimo), la proposta di direttiva (deve essere ancora passata al Parlamento Europeo) è comunque un passo avanti importante perché costringe le aziende a tenere presente la questione femminile anche nei “luoghi sacri” e ad aumentare la trasparenza nella selezione dei membri dei CdA.

La quota di donne nei CdA delle aziende di grandi dimensioni in Europa è il 13,7% (di poco aumentato rispetto al 2010).

In Italia, la percentuale si ferma al 6,1%, in lievissimo miglioramento rispetto al 5,9% del  2011. Il cammino è lungo e questa legislazione riguarda solo le 5000 società quotate e i CdA, non la miriade di altre società e non il management. Però bisogna riconoscere che qualcosa inizia a muoversi nella direzione giusta.

Leadership femminile? No, grazie…

La leadership alle donne? No grazie, quella ce l’abbiamo già: noi vogliamo il potere“. Lo ha detto Emma Bonino che cito per ricordarvi (è l’ultima volta, prometto) di firmare la petizione on line promossa dalla Fondazione Bellisario per sostenere la proposta legislativa in favore dell’introduzione di quote riservate alle donne negli organismi direttivi delle imprese europee. C’è tempo solo fino al 14 Novembre (domani).

Firmare è velocissimo, basta cliccare qui per essere mandati sul sito change.org dove si inseriscono nome-cognome-indirizzo ed è fatta.

 

L’orgoglio sbagliato

Le quote sembrano la negazione della nostra essenza più profonda.

Maccome? Le quote sono per chi non ce la fa (con tutto il rispetto) e per chi preferisce chiedere aiuto piuttosto che stringere i denti (con un pizzico di disprezzo). Molte donne (viscerlmente) non amano le quote.  Per avvicinarsi alle quote si devono “turare il naso” (le più giovani non ricorderanno questa espressione, meglio per loro).

Ecco, non è così. Certo che ce la possiamo fare da sole. Ma non è questo il punto. Ci dovrebbe essere un senso di urgenza in tutti (non in tutte, in tutti) noi. Non possiamo aspettare. Abbiamo bisogno di fare “reset” perché un sistema in cui le donne, che sono le migliori laureate da anni, scendono al 13,7% nei posti del potere, come possiamo credere che sia un caso? Come possiamo pensare che sia “naturale”? A me ricorda quando anni fa gli esperti di statistica notarono che in Cina nascevano meno bambine. E iniziarono a dire “guardate che non è possibile”. Qualcuno alzò le spalle: “sarà la natura”. No, non era la natura. Le facevano fuori, aborto selettivo.

E’ una distorsione anche stavolta. Non possamo “lasciar fare alla natura”. Se non credete a niente altro che ai numeri, guardate quelli. Le donne sono oltre 50% delle laureate e (molto) meno del 15% nelle posizioni di comando. L’intelligenza delle donne inizia a decadere drammaticamente oltre i 25 anni? la gravidanza ci danneggia cerebralmente? Abbiamo meno voglia di lavorare? (questa è quella che fa più ridere). Se crediamo a queste, ce ne racconteranno di ancora più grosse la prossima volta.

Volete fare qualcosa? Firmate la petizione per supportare la proposta legislativa di Viviane Reding (Commissario EU) che si batte per introdurre le quote rosa a livelo europeo, pur avendocela fatta senza di esse, ovviamente. La sta facendo circolare la Fondazione Bellisario e tantissime donne che, vi assicuro, sono entrate nella stanza dei bottoni senza le quote. Proprio per questo vogliono le quote, perché sanno che adesso, la spallata finale, la dobbiamo dare tutte insieme. E’ il momento di avere l’orgoglio di dire che siamo brave e  siamo sicure di meritare il 40% dei posti nella stanza dei bottoni. Vi chiedo non solo di firmarla, ma di dire a tutti che la avete firmata e di farla girare. Questo è l’orgoglio giusto.

C’è tempo solo fino al 14 Novembre per firmare la petizione che chiede l’introduzione di quote riservate alle donne negli organismi direttivi delle imprese europee.

Avete dubbi?

Leadership femminile o al femminile?

Mi è stato chiesto se leadership femminile  e leadership al femminile indichino la stessa cosa. Secondo me non del tutto.

Leadership femminile è la leadership delle donne. Promuovere la leadership femminile vuol dire contribuire a realizzare le condizioni per cui le donne possano accedere alle posizioni di leadership. Queste condizioni vanno da iniziative “hard” e ancora per qualcuno (non per me) controverse come le quote rosa, ad altre iniziative “hard” la cui realizzazione richiederà tempo e denaro come fornire maggiore assistenza per anziani e bambini, che tipicamente ricadono sulle donne, a iniziative “soft”, come quelle di cui mi occupo io cioè sensibilizzazione, informazione, formazione, ecc. Avere una leadership femminile in un paese o in un’organizzazione, vuol dire che in quel paese o organizzazione esiste un significativo numero di leader donne.

Quando si parla di leadership al femminile, invece, di solito si intende il modo in cui le donne agiscono la leadership o, in altri termini, lo stile di leadership che caratterizza il genere femminile. Il presupposto è che la leadership di declini diversamente a seconda del genere, cioè che le donne abbiano un modo diverso di essere leader dagli uomini. Questo è un argomento su cui esistono varie opinioni. C’è chi ritiene che la personalità, storia individuale e il background (sociale, culturale, ecc.) pesino più del genere nel determinare lo stile di leadership e c’è chi pensa, invece, che il genere dia una connotazione molto forte al comportamento del leader.  Non è una questione così banale. Immaginate di voler aumentare la diversità all’interno di un consiglio di amministrazione i cui membri siano solo uomini, provengano dall’establishment, siano laureati in economia o in legge nelle migliori università. Potete scegliere tra una donna che ha fatto gli stessi studi e proviene dallo stesso background (bocconiana, master alla Columbia University, posizioni di rilievo nel mondo finanziario) professionale degli altri membri o uomo che di background e formazione diversa. Chi scegliereste? Chi potrebbe meglio salvare questo ipotetico CdA dalle insidie del groupthink (cioè dalla tendenza a conformarsi a un punto di vista dominante)?

Sappiate che il dibattito in letteratura è aperto e ci sono visioni (quella cosiddetta psicologica vs quella situazionale) contrapposte. Quello che è vero però, è che è quasi impossibile studiare nella realtà effetti di genere sulla leadership prescindendo dal contesto, cioè dalle diverse situazioni di opportunità, potere, rappresentanza nel mondo del lavoro che caratterizzano i due generi . In altre parole, siamo sicuri che le differenze della leadership al femminile non siano un effetto delle differenze di opportunità e di potere?

Forse le caratteristiche che si attribuiscono alla leadership al femminile sono un’altra di quelle cose che scompariranno una volta che il contesto sarà parificato per i due generi. Intanto se ne può parlare. A patto però che non diventi l’ennesimo stereotipo che ci costringe a essere diverse da quello che vorremmo.

Cosa ne pensate?

Effetti della speranza

Un articolo apparso alcuni mesi fa su Science a firma di professori della Northwestern University discuteva gli effetti di lungo periodo di una legge introdotta in India per favorire la leadership femminile. La legge c riservava alle donne, in alcuni villaggi scelti in maniera casuale, posizioni di leadership nel consiglio del villaggio. In pratica, quote rosa.

Nel mondo occidentale, quando pensiamo alle quote rosa, pensiamo principalmente a cose tipo “scardinare” i meccanismi di cooptazione, a dare una chance alle donne meritevoli e a creare role model femminili. Di solito non parliamo di “ridare la speranza” che è invece un altro potente effetto delle quote, come emerge dallo studio della Northwestern University.

Esther Duflo (eccellente studiosa e autrice di Poor Economics, un saggio su come combattere la povertà), ha commentato i risultati dello studio sottolineando come la legge abbia espanso l’idea di ciò che era possibile per una persona di genere femminile. La legge ha cambiato il modo in cui i genitori vedevano le figlie femmine e come loro stesse si proiettavano nel futuro. In pratica, ha dato speranza a una categoria, le ragazze, che prima non ne avevano alcuna. La legge ha diminuito del 25% il  gap di genere nelle aspirazioni dei genitori verso i figli e del 32% in quella delle ragazze adolescenti. I genitori insomma hanno intravisto migliori possibilità per le figlie grazie alla legge e hanno investito di più nell’educarle. Le adolescenti si sono applicate di più perché hanno considerato possibile un futuro diverso legato all’istruzione.

Il problema di non avere alcuna speranza è che non si fa niente per provare a cambiare (tanto non c’è speranza). La mancanza di ottimismo diventa una trappola. Qualsiasi cosa riaccenda speranza e ottimismo ha un dunque effetto positivo.

Ovviamente non sto paragonando la condizione delle donne in Italia a quella delle donne nei villaggi dell’India. E’ però vero che a volte le donne sono sfiduciate riguardo alle proprie possibilità di fare carriera e di accedere a posti di comando al punto di auto-escludersi dalla competizione (“tanto non posso vincere”). E’ anche vero che a volte, i capi, esitano a portare avanti le candidature delle donne perché  pensano che abbiano meno possibilità di farcela (come i genitori in India non mandavano a scuola le figlie).  Al di là di tutte le altre considerazioni, se le quote rosa hanno l’effetto di far aumentare la fiducia delle donne e dei loro capi nelle possibilità di successo al femminile, possiamo ipotizzare un effetto positivo.

Messaggio alle aziende illuminate che hanno obiettivi di quote rosa per il proprio management e non solo per i consigli d’amministrazione: comunicate i vostri obiettivi di management rosa. Non basta averli, bisogna dichiararli a tutti e comunicarli chiaramente. Parte dell’effetto, abbiamo visto, viene dalla speranza e dall’ottimismo che generano.

Cosa ne pensate?