Trovata la banda che deruba le donne

banda_bassottiScagionato il principale sospettato dello scarso progresso femminile nel lavoro, l’utero. Scoperti i veri responsabili che per anni hanno derubato le donne delle loro carriere: è la banda dell’aspirapolvere, dello straccio e del ferro da stiro. Ci auguriamo siano condannati all’ergastolo a vita.

Come spiega Elena Tebano nel suo articolo sulla 27Ora sulle moderne famiglie asimmetriche,  le donne italiane passano oltre 3 volte il tempo dedicato dagli uomini nelle faccende domestiche (204 vs 54 minuti/giorno) e “solo” poco più del doppio (23 minuti/giorno vs i 10 maschili) nella cura dei figli. Smettiamo quindi di dire che il problema delle carriere femminili sono i figli: se una donna non vuole fare riunioni a tarda sera e nel fine settimana, è per poter pulire approfonditamente i pavimenti (in modo che volendo ci si possa mangiare sopra) e per poter lucidare in santa pace i lavandini di casa finché diventino come specchi.

A parte notare che il differenziale di genere dei carichi genitoriali e domestici (quasi 3 ore al giorno, infatti le donne dedicano un totale di 227 minuti/giorno e gli uomini 64) è notevole, registriamo due fatti. Primo, nonostante la casa e la famiglia fossero storicamente il nostro regno (e anche la nostra riserva indiana), non abbiamo potuto scegliere per prime quali incombenze tenere e quali delegare. Infatti, abbiamo ceduto parte della cura dei figli e ci siamo tenute strette il lavoro da sguattere. Forse qualcuna preferisce pulire il bagno con spic-e-span invece che giocare coi bambini, ma ho i miei dubbi. Aggiungo anche, per esperienza, che parte del  tempo trascorso dalle madri coi figli in età scolare consiste nel controllo dei compiti scolastici (in questo caso concordo che pulire i bagni è meglio), mentre i padri, nel tempo di cura dei figli, giocano a pallone, visitano musei e fanno altre cose più divertenti e memorabili. Secondo, la situazione sarebbe facilmente modificabile, volendo. Se non si dimostrano particolari differenze biologiche per cui le donne sarebbero più adatte a occuparsi di faccende domestiche (es. solo loro sono dotate di mano prensile per l’elettrodomestico), gli uomini potrebbero iniziare a farsene carico immediatamente.

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Le donne costano

lipstickPer la precisione, possono arrivare a costare 28 trilioni di dollari in 10 anni. A questo punto avete capito che non parlo solo di rossetti e collant.

Le donne costano perché non partecipano abbastanza alla generazione di reddito. E’ quello che gli economisti chiamerebbero costo-opportunità (cioè il costo di un’opportunità tralasciata). Le donne sono circa il 50% della popolazione ma partecipano alla creazione del PIL per il 37%. Quanto vale questo divario in termini economici?

Può valere fino a 28 trilioni di dollari in 10 anni, cioè la differenza fra il PIL proiettato lasciando inalterata la più bassa  partecipazione delle donne all’economia e il PIL proiettato ipotizzando pari partecipazione dei generi. L’ultimo studio del Mckinsey Global Institute (How advancing women’s equality can add 12 trillion $ to global growth), uscito qualche giorno fa e ampiamente ripreso dalla stampa, riporta alcune stime. La più conservativa (riportata nel titolo del rapporto) allinea la partecipazione delle donne all’economia in tutti i paesi a quella del paese (nella regione di appartenenza) con minore divario di genere, ottenendo un aumento addizionale del PIL pari all’11% in dieci anni cioè a 12 trilioni di dollari. La stima più ottimista (divario di genere azzerato) porta a un amento del 26% del PIL in dieci anni, pari a 28 trilioni di dollari.

Il rapporto definisce il problema della diseguaglianza di genere “urgente e globale”. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, le donne sono una grande opportunità per l’economia e per se stesse. La crescita in Europa è piuttosto bassa: anche secondo le stime più conservative colmare il divario di genere aggiungerebbe un reddito  difficile da ottenere in altro modo. Ma è necessario darsi da fare, a tutti i livelli, per cogliere questa opportunità. Smettiamola di trattare questo tema come se fosse solo una questione di parità perché questo approccio ci ha fatto fare grandi passi avanti, ma si è rivelato inefficace per percorre l’ultimo miglio (nel quale stiamo avanzando a passo di lumaca da oltre un decennio). Secondo tutte le stime, questo penoso ultimo miglio durerà ancora almeno un paio di decenni se non cambiamo impostazione. Iniziamo a rubricarlo come tema economico e di crescita. Parliamo di meritocrazia, di talenti che servono per l’innovazione e di come colmare la carenza di lavoro qualificato che è in arrivo.

Leggete su questo tema anche l’articolo di Maria Silvia Sacchi La parità uomo-donna farebbe aumentare il PIL del 26%

Il gap di genere che non se ne va

mind-the-gap-tubeSi sente dire che il divario di genere nelle aspettative di carriera sia un problema del passato, infatti ne sarebbero immuni i cosiddetti millenial (la generazione nata tra il 1982 e il 2001, detta anche generazione Y, che è appena arrivata o sta arrivando sul mercato del lavoro). Non vorrei fare la guastafeste, ma devo segnalare un recente rapporto di Deloitte (Mind the Gaps. The 2015 Deloitte Millenial Survey) in cui, fra le altre cose, si chiedeva ai giovanissimi cosa volessero diventare nella loro vita lavorativa.  L’indagine (oltre 7500 intervistati in tutto il mondo) evidenza un gap di genere su cui riflettere:

  • 12 punti percentuali (donne:47%; uomini:59%) nell’aspirazione a diventare N.1 dell’organizzazione per cui si lavora
  • 7 punti percentuali (donne: 57%; uomini: 64%) nell’aspirazione a far parte della leadership (senior positions, che tradurrei liberamente come dirigenti o alti dirigenti) dell’organizzazione per cui si lavora.

Dati come questi sono soggetti a molte interpretazioni. Vorrei solo sottolineare tre cose:

  • si tratta di ragazzi giovanissimi, che presumibilmente non stanno ancora formando una famiglia e non hanno genitori anziani da accudire. La conciliazione, in questo caso, se c’entra, è solo in prospettiva. Qua siamo veramente all’inizio della vita lavorativa, le difficoltà pratiche vere devono ancora venire (e accentuare il gap aspirazionale), ma già le aspirazioni si differenziano. Qui sembra esserci lo zampino degli stereotipi di genere e la maledizione della mancanza di role model. Ci sono troppe poche donne leader (mi permetto di dire che probabilmente non è per mancanza di leadership femminile) e non riusciamo a farle conoscere abbastanza (se cercate una galleria di donne leader in vari campi, guardate la pagina facebook del Talento delle Donne).
  • se non si agisce sui giovani, sarà molto difficile raggiungere un bilanciamento di genere nella leadership. Se all’inizio della leadership pipeline partiamo così, poi quando recuperiamo?
  • se crediamo che vi sia un beneficio in una leadership bilanciata (a cominciare dal genere, ma non limitatamente ad esso), cioè se vogliamo una leadership che rifletta il mondo com’è (e il mercato come prende decisioni d’acquisto), dobbiamo fare qualcosa abbastanza velocemente. Se no, rischiamo un’altra generazione persa.

Un tasso di cambio sfavorevole: 78 centesimi per un dollaro

equal pay-heforsheAlcuni giorni fa ricorreva la giornata per la parità di retribuzione tra generi (Equal Pay Day) negli US . Anche se può stupire, le donne che lavorano guadagnano ancora il 78% di quello che guadagnano gli uomini, cioè incassano 78 centesimi di dollaro per ogni dollaro guadagnato da un uomo. Il dato, come qualsiasi dato “secco”, è una media e si basa su una serie di scelte nel calcolarlo. E’ un dato facile da criticare. Magari il differenziale è minore, ma nessuno nega che esista. Inoltre, potrebbe anche essere maggiore: sappiamo quanto sia difficile confrontare le total compensation di executive in posizioni apicali (anche a quei livelli vi è discriminazione).

Purtroppo il differenziale si manifesta subito: uno studio dell’American College Association ha rilevato che, a parità di tutte le altre condizioni, le ragazze neo-laureate guadagnavano il 7% in meno dei neo-laureati ad un anno dal diploma. Il punto quindi è che, maggiore o minore, questo differenziale esiste e si manifesta fin dall’ingresso nel mercato del lavoro ed è un disincentivo nell’attirare e trattenere le donne e nell’incoraggiarle a fare carriera. La parità di retribuzione e di prospettive di crescita professionale sono elementi basilari per supportare la leadership femminile e quindi l’auspicato  ribilanciamento di genere nella leadership. Molti uomini lo hanno capito per fortuna e quest’anno la campagna per la Equal Pay negli USA ha visto tanti uomini scendere in campo (molti hanno risposto all’appello di una not-for-profit  che chiedeva di fotografarsi con 78 centesimi in mano, come nella foto del post).

In Italia il differenziale retributivo di genere è inferiore perché lavorano meno donne (circa il 49%): essendo più selezionate, si orientano su lavori più qualificati e quindi meglio pagati. Il nostro migliore posizionamento nella classifica della parità retributiva è quindi purtroppo l’effetto “paradossale” del diverso mix di lavori svolti da uomini e donne e non una minore discriminazione.

Il divario retributivo di genere rimane una vergogna

1561_A4_Email_Poster.inddL’Italia è 129esima per quanto riguarda il divario retributivo di genere (cioè il differenziale salariale tra un uomo e una donna per mansioni equivalenti), come ci ricorda il Global Gender Gap Report 2014 pubblicato dal  World Economic Forum. Tutti quelli che hanno a cuore la meritocrazia dovrebbero scandalizzarsi un pò, indipendentemente dal genere.

Il Global Gender Gap Report è una classifica dei principali paesi pubblicata ogni anno.  Si basa su un indice (il Global Gender Gap Index) che considera quattro aree (partecipazione alla vita economica e opportunità, educazione, salute e partecipazione alla vita economica) nelle quali misura il divario tra situazione maschile e femminile, non i valori assoluti (infatti Nicaragua e Rwanda sono in cima alla classifica: lì non fa gran differenza nascere uomo o donna, purtroppo però non è buon segno).

Nel 2014, l’Italia, pur restando in coda (69esima su 142 paesi), è risalita nella classifica generale, ma aspettate a stappare lo champagne.

La risalita è dovuta principalmente a un miglioramento dell’indice relativo alla partecipazione alla vita politica (siamo 37esimi) grazie principalmente al maggior numero di parlamentari e ministri donne (su queste due dimensioni siamo circa trentesimi!). Ovvio che la cosa è positiva, l’ebbrezza di essere così alti in classifica ci da le vertigini, ma non dimentichiamo che questi sono i cambiamenti più facili da fare (come anche le quote nei CdA). Quando si tratta poche di centnaia di donne, si fa in fretta. La vera sfida è chiudere il divario per tutte le donne, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione alla vita economica e le opportunità. E qui sono dolori. Continuamo infatti ad andare male su questo fronte: siamo 114esimi. Non voglio fare la guastafeste, ma è proprio una vergogna, di cui il differenziale retributivo di genere è l’aspetto più eclatante. 

 

 

 

#LikeAGirl

banner4Always  #LikeAGirl  è un video pubblicitario (assorbenti) che su YouTube è stato visto quasi 2 milioni di volte. Come mai? Se fosse così facile ci riuscirebbero tutti. Bisogna invece toccare una corda, e, per quel che mi riguarda, il video la tocca.

Il cuore del problema è cosa significhi fare le cose come una ragazza (just like a girl). Di solito, nel linguaggio comune, figlio dei retaggi del passato, vuol dire farle senza metterela tutta, in una maniera teneramente patetica, che intenerisce e evoca protezione, rassicurando l’altro genere riguardo al fatto che fuori dalla casa-famiglia, siamo clueless (non ci capiamo nulla) e sopratturro non ci interessa vincere. Il modo di fare just like girls non aiuta certo a vincere la gara e a farsi strada, ma forse attira qualche uomo cn istinti protettivi (a loro volta dovuti a stereotipi di genere).

Ecco il problema: insegnare alle ragazzine i comportamenti just like girls le danneggia per sempre.

Nel video, ad alcune persone di età diversa si chiede cosa voglia dire ” fare le cose da ragazza”. Cosa significa tirare la palla?…per la bambina nella foto, vuol dire più forte che puoi perchè vuoi vincere. Guardate lo sguardo e vi togliete il dubbio. Ma per generazioni di bambine, tirare la palla, se eri una bambina, voleva dire tirarla piano e un pò casualmente. Ci ha programmato la cultura, non la genetica, per far vincere gli uomini. Era più comodo così (apparentemente) per tutti. Adesso è chiaro che quresta finta complementarietà tra generi fa più danni della grandine e questa pubblicità mette in guardia le bambine e le loro mamme. Fare le cose da ragazza non vuol più dire farle per restare in secondo piano.

Il progetto è nato per fare empowering delle bambine (e educare chi le circonda) a pensare a #LIKEAGIRL come forza, sicurezza empowerment. Lauren Greenfield dirige questo sforzo e merita un “brava” perché è andata al cuore del problema e ha cercato di affrontatlo.

 

Perchè gli uomini dovrebbero essere femministi

feminism-is-the-radical-notion-that-women-are-peoplePerchè gli uomini dovrebbero essere femministi? Perché, come scrive Charles Blow  nel suo  editoriale sul NY Times (2 Giugno, Yes, all men) solo quando gli uomini avranno imparato a riconoscere la misoginia il mondo riuscirà a liberarsene. E’ vero, non tutti gli uomini sono parte del problema, ma devono tutti essere parte della soluzione (da cui il titolo dell’editoriale: sì tutti gli uomini devono farsene carico). La misoginia non è un problema delle donne devono ma della società. 

#yesallmen è diventato un hashtag. Analogamente a #yesallwomen, che voleva dire “il problema riguarda tutte le donne”, il significato è: anche se gli uomini per lo più (esistono ecezioni) non sperimentano direttamente la violenza fisica e psicologica che provano le donne, anche se per fortuna non sono direttamente perpetratori di molestie o delitti nei confronti del genere femminile, il problema li riguarda tutti, perché riguarda il genere umano.