Donne imprenditrici: il tallone d’Achille è nella nostra testa

talloneCome sempre ho esagerato per essere d’effetto. Non è solo nela nostra testa, ma è vero che su qualla abbiamo più controllo che sul resto, quindi partiamo da lì.

L’imprenditoria femminile mondiale, secondo il  Global  Entrepreneurship Monitor 2012 Women Report (già citato in un post precedente) prodotto dal Global Entrepreneurship Monitor (GEM), è il 37% dell’imprenditoria mondiale totale. Non male, considerate tutte le zavorre che abbiamo. Il dato va comunque qualificato, ecco cosa emerge dal rapporto:

1. le  donne vedono meno opportunità future legate alla propria attività imprenditoriale (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: “tempo un anno e ho conquistato tutto il mercato planetario”, le donne imprenditrici dicono: “speriamo di essere ancora qui tra un anno”)

2. le donne si auto-percepiscono meno capaci degli uomini come imprenditrici  (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: “tutto quello che ho ottenuto è frutto delle mie grandi capacità e della mia sconfinata volontà”, le donne imprenditrici dicono: “ho avuto fortuna e poi mi hanno aiutato tutti…”)

3. le donne tendono a non avere dipendenti o ad averne meno degli uomini (mia spiegazione: gli uomini imprenditori si circondano di collaboratori, le donne imprenditrici sono capaci di arrangiarsi e lo fanno. Però senza collaboratori non si cresce e non si creano posti di lavoro).

4. le donne danno proiezioni di crescita della propria impresa sono inferiori rispetto agli uomini (mia spiegazione: gli uomini sono abituati a esagerare, noi a minimizzare)

5. la presenza femminile a capo di attività imprenditoriali di dimensioni medio-grandi è bassa (2% in Europa). In altre parole, le imprese femminili tendono a essere piccole (mia spiegazione: gli uomini imprenditori sono più ambiziosi e megalomani, le donne imprenditrici pensano che piccolo sia bello…)

6. le donne internazionalizzano meno le proprie imprese (mia spiegazione: gli uomini imprenditori sono conquistador e ostentano sicurezza come tutti gli uomini, noi donne invece siamo più insicure e ci sembra spesso già un miracolo aver fatto quello che abbiamo fatto…ma, come dice Sandberg perché non facciamo quello che faremmo se non avessimo paura?).

Celebriamo i successi, ma la strada da fare resta tanta e comincia dalla nostra testa.

Fallire per avere successo

huffingtonVi segnalo ( e riassumo brevemente per chi non ha tempo) un interessante articolo pubblicato sull’Huffington Post. Parla di donne che hanno fallito prima di avere successo. Sono nomi noti, rispettati o addirittura riveriti, ai quali mai e poi mai ci verrebbe in mente di associare l’insuccesso. Qualche esempio? Oprah Winfrey (la anchor più celebre al mondo), la stessa Arianna Huffington (fondatrice dell’Huffington Post, nella foto), Marilyn Monroe (la divina), Vera Wang (stilista apprezzatissima) e, naturalmente, J.K. Rowling (autrice di Harry Potter), che ha ricevuto 12 “NO” prima di trovare un editore disposto a pubblicare le storie del maghetto. Eppure tutti ce le ricordiamo per il loro successo, non certo per i fallimenti.

Non è strano che sia così: la misura del successo è data da quante volte si è avuto successo e da quanto successo si è avuto, non da quante volte si è evitato il fallimento. Per avere successo, bisogna fare molti tentativi e, inevitabilmente, qualcuno non andrà a finire benissimo. Ma fallire serve ad avere successo.

Noi donne dovremmo pensarci più spesso, visto che la paura di sbagliare (e di essere imperfette) ci frena più di quanto freni il genere opposto.

Il Talento delle Donne

talentodelledonne (102x150)Care lettrici del blog, oggi esce un libro che ho scritto per le donne. Si intitola Il Talento delle Donne, che per me è quel particolare talento che alcune di noi hanno e che permette di sopravvivere e anche avere successo, in un mondo del lavoro ancora oggi maschile fino al midollo, restando orgogliosamente donne. Non è banale riuscirci. Complimenti a quelle che ce l’hanno fatta. Doppi complimenti se poi hanno anche aiutato altre donne a emergere e continuano a fare di questo un impegno, anche se di impegni ne hanno fin troppi  (non faccio nomi e cognomi per non cadere nella piaggeria, ma loro sanno che questa  dedica piena di stima, anche se criptata, è per loro).

Ho studiato un pò questo talento delle donne e ho concluso che si poteva apprendere, che forse per qualcuna era innato, ma questo non voleva dire che una donna intelligente non potesse fare la stessa cosa, se ben istruita. Sono un pò fissata con la formazione, okay, ma non è un abbaglio: veramente stiamo parlando di qualcosa che si apprende.

Sono trenta capitoli, ognuno su un argomento per noi un pò più difficile per via degli stereotipi di genere e dell’educazione. Sono ostacoli che, se li conosci, li eviti.

L’ho pensato come una vaccinazione. Come una campagna di immunizzazione contro alcuni virus che ci colpiscono selettivamente….buona lettura e aspetto i commenti, sul blog o sulla mia mail: odile.robotti@learningedge.it.

Dopotutto, forse è una donna

yahoo_frontpage_it-IT_s_f_p_bestfit_frontpageIl Financial Times del Weekend commenta il fatto che Marissa Mayer, a quanto pare, abbia disegnato lei stessa il nuovo logo di Yahoo (vedi immagine). Il quotidiano britannico ha chiesto il parere degli esperti di branding, che hanno giudicato il risultato mediocre o addirittura malriuscito (c’è da dire che, quando i clienti fanno da soli, noi consulenti diventiamo delle vipere). Il FT  conclude che “Marissa, dopotutto, forse è umana” (suppongo si riferisca al fatto che errare humanum est).

Veramente, a me, più che umana, è sembrata donna. Marissa dichiara che le piacciono le marche, i loghi, i colori, il design…(per una geek girl, questo è un coming-out) ma, a quanto sembra, le piace anche mettere le mani in pasta e fare le cose che in teoria dovrebbe delegare. Questo lo trovo abbastanza femminile. A conferma, porto i commenti scandalizzati degli uomini intono a lei che la accusano di micro-management e di non aver compreso l’entità della sfida. Lei, dal canto suo, afferma: “Non sono una professionista (del design) ma ne so abbastanza per essere pericolosa”.

Pensarla lì, al suo computer, mentre prova e riprova le sfumature di viola e l’inclinazione del punto esclamativo, immaginarne il sorriso soddisfatto quando trova il logo che le piace, me la fa sentire vicina. L’abbiamo conosciuta quando con pancia di 6 mesi ha preso a testa alta le redini di Yahoo, l’abbiamo capita un po’ meglio quando ha tolto ai dipendenti la possibilità di lavorare da casa, l’abbiamo guardata allibite mentre posava su Vogue. Non ci è mai venuto in mente  (almeno a me) di pensare: “sorella”. Questa volta sì. Parafrasando il FT direi: “Marissa, dopotutto, forse è una donna”

Letture consigliate per la vice-ministro Guerra

getting to 50 50La vice-ministro del lavoro e titolare delle pari opportunità Cecilia Guerra, dal Forum Ambrosetti a Cernobbio, solleva con forza il difficile tema della conciliazione. Con questa espressione si indica sinteticamente la conciliazione familiare, cioè la conciliazione tra carriera e famiglia, problema che notoriamente riguarda le donne e basta, perché di solito gli uomini hanno solo la carriera di cui preoccuparsi.

Non dite, neanche in un momento di debolezza: “beati loro”. Non è così, almeno secondo le autrici (Sharon Meers, ex-director da Goldman Sachs, e Joanna Strober managing director di una private  equity firm nella Silicon Valley) del libro Getting to 50/50. Infatti, gli uomini che dividono il carico di lavoro con le donne godono di una serie di vantaggi, Numerosi benefici (intuitivi da capire) ricadono sulla famiglia (figli e mogli) e altri sulla coppia (pare che gli uomini che collaborano al 50% con le proprie mogli abbiano una vita sessuale migliore). Insomma, dividere il carico di lavoro familiare tra marito e moglie sarebbe un gioco a somma positiva.

Se solo si riuscisse a metterlo in testa agli uomini italiani, state pensando (almeno l’ho pensato io)…Sbagliato: la ricerca dimostra che, per arrivare al 50/50, ciò che conta non è il punto di vista maschile ma quello femminile. Le donne dovrebbero adottare una 50/50 Mindset, cioè impegnarsi a lasciar fare ai mariti, rinunciando a controllare tutto.

Certo che il problema è  complesso, però questo libro (consigliato alla ministra che, giustamente, ha evidenziato come il problema sia  culturale e la conciliazione riguardi tutta la società) è una lettura che fa riflettere su come affrontarlo. Le aziende e i ministeri devono fare la loro parte (consistente) per rendere la conciliazione una realtà e non un’utopia. Ma non basta.

Tolleranza zero

nomorepage3Pare che il Sun (quotidiano britannico di ampia diffusione), messo sotto pressione, stia per eliminare le donne in topless dalla propria pagina 3. Questa pagina è stata caratterizzata per decenni dalla presenza di una ragazza giovanissima a seno nudo (inutile dire che era sempre abbondante).

Secondo me sbaglia chi dice chisseneimporta, tanto noi leggiamo altri quotidiani ed è meglio combattere per farci valere nelle organizzazioni e per entrare nei CdA. Ha ragione invece Lucy-Anne Holmes ad aver avviato su Change.org una petizione (che ha raccolto oltre 114.00 firme) per chiedere al Sun di eliminare la pagina così come è adesso.

L’immagine degradata della donna, presentata come oggetto sessuale, danneggia tutte noi in modo sottile, anche se giriamo tailleur e siamo sempre accollatissime e preparatissime. Lo spiega bene Lorella Zanardo, che di questo problema si occupa da anni, nel Corpo delle Donne. Ne parla anche nel suo libro, rivolto ai giovani, Senza chiedere il permesso. Tollerare queste immagini della donna è sbagliato perché danno forza ai peggiori stereotipi. In molti hanno proposto di continuare ad avere la foto di una donna nella pagina 3 del Sun, ma di sostituire la ragazza in topless con altre immagini, che diano l’idea di quanto diverse siamo tra noi e delle nostre possibilità (non sarebbero male, per esempio, una donna chirurgo o prete o capocantiere o cantante punk).

Chic CEO

img-marissamayerMarissa Mayer ne ha fatta un’altra delle sue. Ricordate che osò cambiare lavoro (prendendo le redini del motore di ricerca Yahoo) quando era incintissima (situazione che rende la maggior parte di noi umili, piene di sensi di colpa come se fosse un tradimento nei confronti del lavoro e speranzose che la pancia non attiri su di sé troppa attenzione)?

Ecco, adesso si è inventata di posare su Vogue, il famoso mensile di moda. Sul numero di Settembre, in più, cioè quello probabilmente a maggiore diffusione dell’anno. Ma non bastava nemmeno questo, ed eccola in pose che una volta si definivano lascive: abito viola guainato, scarpa tipo Manolo, sdraiata su una chaise-longue.

Fa bene o fa male? Ancora una volta questa biondissima e coraggiosa donna divideil mondo in due fazioni. Bisogna dire che è una che si ama o si odia.

Secondo me, dal punto di vista di Yahoo, fa bene. Non so se  abbia posato per vanità (l’ego dei CEO di solito ha le dimensioni di una piccola isola, quindi è possibile e non ci sarebbe niente di male), ma sicuramente ha senso dal punto di vista del rilancio di Yahoo (c’è chi dice che la sua gestione abbia rimesso il punto esclamativo dopo la parola Yahoo).  Lei si definisce “both glamorous and a geek” e questa sembra che sia esattamente l’immagine di Yahoo che vuole proiettare.

Cosa ci insegna questa storia? Primo, che se sei CEO il tuo personal brand e quello della tua azienda sono indissolubilmente legati e nessun messaggio può venire dato per caso.  Secondo, occuparsi del proprio brand fa parte del lavoro. In altre parole, mentre era comodamente sdraiata sulla chaise-longue, in realtà Marissa stava lavorando intensamente e forse più efficacemente di quando è alla scrivania facendo tre conf call in contemporanea per decidere la strategia aziendale o una nuova acquisizione.

Questo però è un insegnamento che riguarda tutte noi, non solo le Marisse: lavorare sul nostro brand, che richieda un’intervista a un settimanale o la partecipazione a una cena di gala, è lavoro. E merita anzitutto una strategia, poi energia, convinzione e focalizzazione. Che ci piaccia o meno, vedere il lavoro in termini  ristrettivi non giova al successo personale e aziendale.