Resistenza è una parola femminile

Se cercate di prevedere chi vincerà una gara di 5 km, è abbastanza facile: è funzione della dimensione del cuore e della maggiore capacità di ossigenare i muscoli. Se fate fare un una prova in laboratorio a un gruppo di atleti, potete facilmente stabilire chi di loro vincerà. Ma, sempre secondo Alex Hutchinson, teorico dei limiti “elastici” del fisico e della mente, è molto difficile predire chi vincerà una gara di 200 km perché entrano in gioco elementi psicologici più difficili da valutare.

Potreste pensare che dopo 200 km di corsa, ovviamente dormendo un paio d’ore tra una tappa e l’altra, magari con temperature rigide e con un dislivello equivalente a un Everest e mezzo, i muscoli, il cuore e i polmoni facciano la differenza. Non lo dite alla veterinaria Jasmin Paris, che ha appena vinto la Spine Race (268 miglia, oltre 13.000 mt di dislivello) percorrendo la distanza in 82 ore e 12 minuti. Ha preso oltre 9 ore di vantaggio sul secondo arrivato (un uomo) quando quello, stravolto, ha deciso di dormire qualche ora. A quel punto anche lei aveva le allucinazioni dalla stanchezza, ma ha mangiato qualcosa, si è tirata il latte (ha una figlia che sta ancora allattando) ed è ripartita perché “ha visto un’opportunità”.

Ci sono affascinanti spiegazioni per la nota resistenza delle donne di cui esistono vari altri esempi, anche in altre discipline sportive (tra cui
Courtney Dauwalter, una insegnante che ha vinto nel 2017 la Moab 240, 238 miglia nel deserto, dando 10 ore di distacco al secondo classificato). Si dice per esempio che si “proteggono” nella fase iniziale, mentre gli uomini si “buttano” troppo e poi non reggono (l’ego!!). Non lo so, ma inizio a pensare che la parola resistenza sia femminile non per caso.

Se vi interessa l’argomento, leggete l’articolo del FT Why women are outperforming men at the extremes of endurance

Trovata la banda che deruba le donne

banda_bassottiScagionato il principale sospettato dello scarso progresso femminile nel lavoro, l’utero. Scoperti i veri responsabili che per anni hanno derubato le donne delle loro carriere: è la banda dell’aspirapolvere, dello straccio e del ferro da stiro. Ci auguriamo siano condannati all’ergastolo a vita.

Come spiega Elena Tebano nel suo articolo sulla 27Ora sulle moderne famiglie asimmetriche,  le donne italiane passano oltre 3 volte il tempo dedicato dagli uomini nelle faccende domestiche (204 vs 54 minuti/giorno) e “solo” poco più del doppio (23 minuti/giorno vs i 10 maschili) nella cura dei figli. Smettiamo quindi di dire che il problema delle carriere femminili sono i figli: se una donna non vuole fare riunioni a tarda sera e nel fine settimana, è per poter pulire approfonditamente i pavimenti (in modo che volendo ci si possa mangiare sopra) e per poter lucidare in santa pace i lavandini di casa finché diventino come specchi.

A parte notare che il differenziale di genere dei carichi genitoriali e domestici (quasi 3 ore al giorno, infatti le donne dedicano un totale di 227 minuti/giorno e gli uomini 64) è notevole, registriamo due fatti. Primo, nonostante la casa e la famiglia fossero storicamente il nostro regno (e anche la nostra riserva indiana), non abbiamo potuto scegliere per prime quali incombenze tenere e quali delegare. Infatti, abbiamo ceduto parte della cura dei figli e ci siamo tenute strette il lavoro da sguattere. Forse qualcuna preferisce pulire il bagno con spic-e-span invece che giocare coi bambini, ma ho i miei dubbi. Aggiungo anche, per esperienza, che parte del  tempo trascorso dalle madri coi figli in età scolare consiste nel controllo dei compiti scolastici (in questo caso concordo che pulire i bagni è meglio), mentre i padri, nel tempo di cura dei figli, giocano a pallone, visitano musei e fanno altre cose più divertenti e memorabili. Secondo, la situazione sarebbe facilmente modificabile, volendo. Se non si dimostrano particolari differenze biologiche per cui le donne sarebbero più adatte a occuparsi di faccende domestiche (es. solo loro sono dotate di mano prensile per l’elettrodomestico), gli uomini potrebbero iniziare a farsene carico immediatamente.

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Realtà bifronte e correlazioni pericolose

Jano-bifronteNoi donne sappiamo che la realtà è bifronte, cioè che uno stesso fatto della vita (es. sposarsi, diventare genitori, ecc.) è interpretato in modo diverso (a volte opposto) a seconda che riguardi il genere femminile o maschile. Sappiamo anche che alcune correlazioni (che esistono nelle menti di selezionatori, manager, ecc.) sono per noi molto pericolose. Un esempio classico, trattato in un recente articolo uscito sulla 27 Ora, riguarda la correlazione tra avere figli e essere poco disponibili nel lavoro.

Nel caso degli uomini, infatti, avere famiglia è sinonimo di stabilità (assunti sottostanti: anzitutto li deve mantenere, poi la madre dei piccoli eviterà che lui si distragga troppo) e di disponibilità maggiore verso il lavoro (assunto sottostante: la paternità rende gli uomini più responsabili). Al contrario, nel caso della donna è sinonimo di instabilità (assunti sottostanti: la maternità finisce per occupare una parte preponderante della mente e del tempo delle donne, rendendole meno affidabili) e di minore disponibilità per il lavoro (assunto sottostante: la famiglia verrà sempre per prima).

La correlazione (applicata esclusivamente al genere femminile) tra avere famiglia e essere poco disponibili per il lavoro è pericolosa per le donne ma anche per le organizzazioni. Quanti talenti femminili vengono scartati per questo pregiudizio? Quanta leadership femminile viene sprecata e scoraggiata perché invece di ragionare qualcuno mette il cervello “in folle” e si fa portare dagli stereotipi? Quanta meritocrazia, tanto sbandierata, va a farsi benedire per colpa di questi pregiudizi?

Spesso chi adotta gli stereotipi come “scorciatoia” per categorizzare le persone è convinto di stare usando la propria esperienza. Il problema è che quello che sappiamo per esperienza, se applicato indiscriminatamente e senza verifiche, rischia di essere clamorosamente sbagliato.

 

Sopravvivenza per lavoratrici madri – Le sfide della leadership al femminile – Pillola N. 6

survival_kit_sardine_canSi scrive “biologia”, ma si legge “cultura”. Le difficoltà di essere lavoratrici e madri contemporaneamente dipendono molto più dalla suddivisione dei carichi familiari che dal fatto che i figli li facciamo con la nostra pancia.

Purtroppo, con l’esclusione dei paesi nordici, praticamente ovunque le donne si sobbarcano (volenti o nolenti) la maggior parte dei compiti di cura dei figli e non solo dei neonati. In Italia peggio che in altri paesi.

La soluzione ovviamente è cambiare la cultura, ma facciamo in tempo a diventare nonne prima di riuscirci. Nel frattempo dobbiamo sopravvivere.

I consigli che propongo (tratti da un articolo firmato da Liz O’Donnel uscito tempo fa sull’Huffington Post 8 Habits of Smart Working Mothers) servono alle madri lavoratrici a sopravvivere senza ammattire e senza sacrificare troppo la carriera.

1. Farsi aiutare.  Non avere paura di chiedere e fatelo in modo diretto. Farsi aiutare non è un segno di debolezza, è un modo di essere connesse che riconcilia con il mondo perché si scopre che le persone sono in effetti propense ad aiutarsi le une con le altre con complicità e simpatia.  Facendovi aiutare sarete anche meno sole. Però non aspettate che gli altri leggano nella vostra mente il bisogno di aiuto: un conto è la solidarietà, altra cosa

2. Esternalizzare. Non tutte le donne possono contare su grandi somme a disposizione, ma, quale che sia l’ammontare che vi potete permettere, retribuite  qualcuno per darvi una mano nel fare le attività che non sono critiche. Le mamme solidali probabilmente non bastano se l’obiettivo è arrivare a sera un pò meno distrutte.

3. Non puntare alla perfezione. Quando ci si fa aiutare dagli altri (retribuiti o meno) si deve accettare che facciano le cose diversamente da come le faremmo noi, a volt meglio ma a volte peggio. Le donne di successo sanno accettare standard adattati alle circostanze.

4. Negoziare. Chiedete orari flessibili, smart-work e quant’altro vi aiuti a conciliare meglio. Per farlo bisogna saper negoziare ma, prima ancora, chiedere nel modo giusto.

5. Usare la tecnologia. Aiuta a fare le cose prima e a distanza.

6. Essere flessibili sulla flessibilità. Anche se avete negoziato il tempo flessibile, se serve essere in ufficio in un giorno in cui dovevate essere a casa non vi tirate indietro. Segnalate che ci tenete ai risultati.

7. Saper dire di no. Vi chiederanno di entrare nei comitati dei genitori, di spazzare la scuola, di raccogliere fondi per la palestra di quartiere, di fare torte per le maestre…se non ce la fate, dite no senza sensi di colpa e senza scusarvi. Proponetevi, in un momento più favorevole, di dare il vostro contributo.
8. Chiamare un’amica. Una buona telefonata con qualcuno che vi capisce e vi fa fare una risata non è un lusso, è un bene di prima necessità. E’ una cura e una misura di prevenzione. Ne serve almeno una al giorno, per sorridere con leggerezza anche di cose faticose e pesanti. Non rinunciate, vi renderà più forti.