Elogio della pigrizia (ovvero: tirarsi indietro)

Evo-EVO2-TreadmillEcco la pillola di saggezza estiva N. 3 proposta da Shumpeter (The Economist, August 17th 2013): rendersi conto che il vero problema è che facciamo troppo, non troppo poco. Terapia prescritta: provare a “tirarsi-indietro” (il contrario di “farsi-avanti” , espressione resa celebre da Sheryl Sandberg e titolo dell’omonimo libro).

I  guru ci incitano a fare di più (es. frequentare più persone per allargare il nostro network, rendersi più visibili nel mondo del lavoro, ecc.) e questo genera una montagna di impegni, email, incontri che divorano il nostro tempo e creano ansia. Secondo una ricerca del McKinsey Global Institute, pare che passiamo il 25% del nostro tempo scrivendo e rispondendo a email. C’è chi invece punta il dito sulle interminabili riunioni a cu tutti partecipiamo come causa principale di perdita di tempo. Sta di fatto che c’è un’epidemia di super-lavoro che ci danneggia e non solo perché ci stressa, ma perché soffoca la nostra creatività (si vedano gli studi di Teresa Amabile, docente della Harvard Business School, sull’argomento).  In pratica questo tapis-roulant su cui siamo costretti a correre ci impedisce di pensare alle cose importanti. Cosa fare?

Anzitutto, periodicamente (almeno una volta all’anno) domandarsi se tutto quello che facciamo è veramente necessario o anche utile. Di solito si scopre che circa il 20% delle nostre attività potrebbero essere eliminate senza grande danno, in alcuni casi con evidenti benefici anche per gli altri (il lavoro che facciamo genera spesso lavoro anche per altre persone). Come queste attività si siano intrufolate nelle nostre agende e ci abbiano fatto credere di essere importanti è un’altra storia. Per cominciare, eliminiamole (creiamo, come diceva Jim Collins, una “stop-doing list”). Poi riflettiamo su quale sia il meccanismo che ce le ha fatte accettare (a volte cercare) e stiamo allerta per il futuro.

Secondo, copiamo da alcuni famosi personaggi di successo. Bill Gates quando gestiva Microsoft si prendeva due settimane l’anno per pensare isolandosi in un cottage. Non siamo Gates? Prendiamoci almeno un paio di giorni. Jack Welch, quando gestiva General Electric, si prendeva un’ora al giorno. In questo caso stiamo attente a applicare le proporzioni. Dedicare 5 minuti al giorno a pensare è meglio di niente, ma i pensieri creativi hanno bisogno di stare in ammollo per venire fuori.

California girls vs. Rubin boys

california girlLa California girl non è quella nella foto bensì Janet Yellen, ultra-sessantacinquenne professoressa emerita dell’Università di Berkeley in California nonché vice-presidente della Federal Reserve (FED). Il Rubin boy, Larry Summers, che non porta i calzoni corti, è stato rettore dell’università di Harvard ed è il protégé dell’ex- Segretario al Tesoro degli USA Robert Rubin. Yellen e Summers si contendono la presidenza della Federal Reserve (FED) in rinnovo a Gennaio (termine del mandato di Ben Bernanke).

Quando si arriva al duello finale per queste posizioni il gioco si è da tempo spostato dalla competenza e autorevolezza ad altro. La storia di Yellen vs. Summers non è solo per FED watchers, addetti ai lavori e appassionati di politica monetaria: ci interessa tutte perché illustra, su scala ingrandita, ciò che avviene spesso nelle organizzazioni in cui lavoriamo.

Il “caso di studio” Yellen vs. Summers  illustra in pochi semplici passaggi su cosa si fa leva per mettere da parte una donna:

  • Network contro network. La tattica N. 1 è usare la potenza del proprio network. Summers fa parte dell’establishment Clinton-Rubin e i cattivi dicono anche della Harvard Mafia (la parola mafia viene usata per indicare che il network è compatto intorno ai propri membri e disposto a tutto per difenderne gli interessi). Le Berkeley girls sono in numero inferiore e meno potenti (anche se tra di loro ci sono Nancy Pelosi, Dianne Feinstein e altre che hanno  firmato una petizione a supporto di Yellen). Il Washington Post scrive: ”Il Presidente Obama apprezza molto Summers ed è circondato dai suoi  amici e colleghi di tutta una vita. Al contrario, non conosce veramente Yellen, nè la conoscono bene gli altri consiglieri economici alla Casa Bianca”.  Capite che  Yellen è meno “nel giro giusto”.
  • Insinuare che manca qualcosa. Commentando la candidata donna con: “E’ molto brava, ma…”. C’è sempre qualcosa di essenziale che manca, peccato che non abbia di solito a che vedere con l’essenza ma con le sembianze della leadership (che sono maschili). Di cosa si tratta? Di tutte quelle qualità che, essendo ricompensate negli uomini e sanzionate nelle donne, tendono a essere più esibite dal genere maschile (vedi stereotipi).
  • Dire che sarebbe una scelta guidata dal genere. Insinuando che, se viene scelta la candidata donna, è per favorire il suo genere e non per merito. In pratica, si  bisbiglia che “ci sono persone altrettanto capaci e meritevoli” e si lascia intendere che la scelta sarebbe dovuta al desiderio di favorire l’ascesa delle donne. Se invece venisse  scelto un uomo, come quasi sempre avviene, significherebbe che ci si è fatti guidare solo dal merito. (Se il ragionamento vi sembra illogico, lo è).
  • Dire “ma chi la conosce?”. Yellen è meno conosciuta essendo rimasta, per stile personale e per le posizioni ricoperte, più “sotto lo schermo radar” rispetto a Summers. Potreste dire che Summers, per quanto più noto, ha avuto però anche  cattiva stampa. Vero, ma la  notorietà favorisce sempre  (si chiama effetto Zajonc e su questo prometto un post a parte).
  • Dire che non è abbastanza rassicurante e carismatica. Ma, alla fine, come avviene la scelta quando ci sono due candidati come questi, entrambi con credenziali eccellenti? L’immagine che si sono costruiti negli anni è la chiave. Si dice che  la Casa Bianca si senta rassicurata dalle capacità di Summers di gestire una eventuale crisi dei mercati e dalla fiducia che i mercati hanno in lui (più che in Yellen). Ecco un altro punto di attenzione per noi donne: la gestione della nostra immagine, che, in buona parte, è affidata alla potenza e all’estensione del nostro network. Perché è il network che  deve ritrasmettere e moltiplicare la nostra immagine. E così chiudiamo il cerchio: la mia sensazione è che Summers abbia dedicato molta più energia di Yellen alla promozione della propria immagine e a coltivare un network forte, strategicamente posizionato e con una certa accondiscendendte propensione al culto della sua personalità.

Riassumo in poche parole cosa ci insegna il caso Yellen-Summers: coltivate la vostra immagine e il vostro network e fatelo strategicamente; fatevi conoscere; state in guardia contro gli stereotipi di genere che vi appiccicano addosso.

L’importanza della postura giusta

Prendo spunto da un TED Talk che tratta del linguaggio non verbale, tema su cui si sono dette e scritte tante cose, tanto da renderlo trito e spesso banalizzato.

Nel talk di Amy Cuddy (Amy Cuddy: Your body language shapes who you are) il linguaggio non verbale viene però discusso da un’angolatura insolita: parla di come la postura che assumiamo determini il nostro comportamento e, in definitiva, chi siamo e chi diventiamo.

Di solito lo studio del body language è utilizzato per aiutarci a capire chi abbiamo davanti e che intenzioni abbia. La pratica non è esente da rischi visto che, come spesso avviene, se la diagnosi è fatta da chi non se ne intende la possibilità di errore è abbastanza alta. Un altro utilizzo delle conoscenze del non verbale è quello di “auto-correggere” alcuni “difetti” (esempio: le posizioni incrociate). Questo approccio mirato alla correzione tende a ridurre ulteriormente l’auto-stima di chi si scopre pieno di “difetti” e si sente pure un impostore nel tentare di mascherarli.

La  prospettiva proposta da Amy è invece molto positiva. Lei dice: assumente per due minuti una posizione di “potere” (vedi foto piccola nel post, ma soprattutto guarda il video) e ti sentirai una persona di potere. La postura influenza la mente. Sentendoti una persona di potere, lo sarai “fake it till you become it”).

Troppo bello per essere vero? Esiste una base sperimentale e sembra proprio che funzioni. Certo che l’argomento non si esaurisce così semplicemente, ma sembra esserci qualcosa di interessante e utile nel suo suggerimento di assumere una postura di potere (aperta, come ad occupare e dominare lo spazio) prima di un incontro importante, di una relazione a un convegno, di un’intervista.

Perché ve ne parlo? Perché le posizioni non-di-potere (chiuse, incrociate, come a farsi piccoli) sono più spesso assunte dalle donne che dagli uomini. Ci danneggiano in due modi: vengono lette come posizioni non di potere dagli altri generando una serie di dinamiche che ci svantaggiano e, quel che è ancora peggio, ci fanno sentire persone non-di-potere.

Dvd: il linguaggio a doppia voce delle donne

Dr Judith Baxter è una linguista della Aston University che ha studiato il linguaggio delle donne che siedono nei board (CdA).

I suoi studi hanno potuto confermare quello che molte di noi sanno dall’esperienza e cioè che le donne fanno fatica a trovare il tono “giusto” e il linguaggio “giusto” nei meeting di alto livello, in particolare quando c’è molta pressione. Ho messo la parola giusto tra virgolette perché non stiamo parlando di ciò che è giusto in senso assoluto, ma di ciò che funziona in un dato contesto.

Baxter ha confrontato il linguaggio delle donne e degli uomini che siedono nei consigli di amministrazione (non nella mensa aziendale, ma nei CdA, lo sottolineo per dire che questo tema riguarda anche le donne senior) e ha trovato che le donne tendono a fare commenti auto-ironici, a esprimersi in modo indiretto e a scusarsi per ciò che stanno dicendo in misura quattro volte superiore a quella degli uomini.

In parte, spiega Baxter, questo modo di esprimersi è dovuto al desiderio di evitare conflitti, mantenere alleanze, non rompere equilibri e, in parte, al tentativo di adeguare il messaggio “in tempo reale” mentre lo si sta dando, sulla base delle reazioni che si manifestano.  Baxter lo chiama “double voice discourse” (DvD), discorso a doppia voce (esempio: “scusate, forse mi sbaglio, ma non sono daccordo” oppure “non sono un’esperta dell’argomento, ma vorrei dire…” e ancora “forse dovrei tacere visto che non conosco a fondo questo tema, ma…”).

Raramente il DvD ottiene i risultati voluti, più spesso indebolisce gli argomenti, ci fa apparire indecise, insicure o incapaci di prendere posizione e, in definitiva, non ci fa prendere sul serio e mina la nostra autorevolezza. Magari tra noi donne questo linguaggio può funzionare, ma non in una stanza piena di uomini dove  farsi ascoltare è, di per sé, una sfida e richiede che auto-stima, pervicacia e convinzione siano manifeste.

Dato che nelle stanze del potere le donne sono in minoranza (quando ci sono) e quindi partono svantaggiate, il DvD è da evitare.  Diciamo invece quello che dobbiamo dire senza preamboli, con sicurezza e con un tono di voce fermo. Quello che abbiamo da dire spesso è importante ed è un peccato che vada perso.

Il capo pigro: un problema, forse un’opportunità

Ho recentemente letto un articolo sul Financial Times (“A boss that can’t be bothered is a boss that can be managed”, 15 Ottobre 2012) che aiuta a gestire un problema che le donne hanno spesso, cioè quello di fare più lavoro di quello che spetterebbe loro (perché qualcuno ne fa meno).

A volte chi si tira indietro sono i colleghi. La fattispecie descritta nell’articolo è invece un’altra ed è interessante. In questo caso, si parla di un capo pigro. Il boss che lavora poco tende a far lavorare di  più i collaboratori (per compensazione) ma a volte anche a danneggiarli (a causa del suo scarso lavoro l’apporto a livello aziendale del team è diluito). Ecco alcuni consigli:

  • Cercare di capire se si tratta di pigrizia conscia o inconscia. Se è inconscia, il boss può essere in parte educato. Diversamente, essendovi una motivazione che la/o porta a schivare il lavoro, è abbastanza difficile farlo.
  • Vale la pena di difendersi. Meglio  non lasciarsi scaricare addosso una quantità grande a piacere di lavoro. Il fatto di porre un limite vi farà rispettare di più. Spesso le donne ritengono, proprio perché donne, di dover dimostrare qualcosa in più dei colleghi uomini per avanzare. E’ vero, ma è pericoloso dimostrare di essere ottimi animali da soma. Le organizzazioni premiano infatti gli animali da competizione, che sono una tipologia praticamente opposta.
  • Se il boss ricade nella categoria di quelli che possono essere educati (vedi sopra), il feed-back da dare non deve essere aggressivo e deve essere circostanziato. Bisogna fargli/le capire bene l’impatto sul team del suo comportamento senza metterlo sulla difensiva.
  • Per non essere danneggiati dalla pigrizia del boss, la miglior cosa è rendersi visibili all’interno dell’organizzazione (cercando di essere per esempio coinvolta in progetti inter-funzionali, speciali, ecc.). In questo modo altri avranno modo di apprezzare le vostre qualità e non sarete indissolubilmente associate al boss pigro. Quindi offrtevi volontaria in progetti e iniziativie che vi facciano conoscere fuori dal vostro ufficio.
  • Il boss pigro può anche essere un’opportunità perché lascia fare ai collaboratori cose che dovrebbe fare lui/lei e vi permette di prendere l’iniziativa al suo posto.
  • Aggiungo un consiglio mio. Se il boss è un finto pigro, cioè è pigo nel fare quello che dovrebbe fare, ma iperattivo nel gestire la propria carriera, probabilmente di gestione della carriera e di politics aziendali se ne intende. Lasciando da parte il naturale disprezzo che questi personaggi evocano nei lavoratori coscienziosi, forse qualche lezione utile ce la possono dare. Anzi, più provate repulsione per questi carrieristi egoisti e senza scrupoli, più c’è qualcosa da imparare da loro. Forse vi si aprirà un mondo. Non intendo dire che diventerete pigre, ma che capirete come ci si muove all’interno dell’organizzazione e cosa conta e cosa non conta realmente ai fini della carriera (e non vi hanno insegnato). Non escluderei nemmeno di chiedere consigli sull’argomento carriera al capo pigro-carrierista. Addirittura, è anche possibile salire nella scia di un capo del genere.

Cosa ne pensate?

Donne e potere

Qualcuno  sostiene che le donne “mollino” la carriera (dando ragione a chi sostiene che non possono avere tutto), ma non per la ragione data da Anne Marie-Slaughter (la quale sostiene che le posizioni di vertice richiedono un impegno incompatibile con quello richiesto della famiglia) . La tesi della Slaughter, argomentano, può essere vera per posizioni veramente apicali in settori/situazioni complessi (posizioni che richiedono il 100% dello share-of-mind di una persona) o per i primi gradini della carriera  (in cui le donne non guadagnano abbastanza per avere una base di aiuti domestici sufficiente). Sicuramente però, non è l’unica ragione per cui le donne mollano la carriera. Eccone un’altra.

Secondo il professor Pfeffer  (Stanford  University), una ragione più importante che fa “mollare” la carriera alle donne è che queste non sono a proprio agio con le dinamiche del potere. Notate come questo tipo di spiegazione sposti l’asse dai problemi pratici a quelli psicologici, motivazionali e quindi valoriali. Aggiungo che una ragione non esclude l’altra.

Le donne, secondo Jeffery Pfeffer interpretano il  lavoro come “puramente meritocratico” aspettandosi che le competenze e i risultati siano ricompensati. Le donne non amano “i giochi del potere”. Gli uomini, invece, comprendono e accettano che nel lavoro influenza e potere giocano un ruolo importante.

L’implicazione, secondo Pfeffer, è che, se le donne superassero le resistenze nei confronti del potere, vivrebbero più serenamente e con maggiore successo la propria carriera e defezionerebbero di meno. Vediamo i suoi suggerimenti.

Primo passo: le donne devono imparare a essere a proprio agio con il perseguimento del potere e non solo dei risultati. In altre parole: perseguire il potere è ok anche per una donna.

Secondo, le donne devono superare la paura di rischiare che di solito hanno più degli uomini. Patricia Sellers ha trovato nelle sue ricerche che le donne desiderano “essere perfette” e, di conseguenza, hanno paura di sbagliare. Questa preferenza però fa perdere opportunità. Non si costruisce il potere senza rischiare qualcosa e uscire dalla propria comfort-zone.

Terzo, le donne devono liberarsi dalla credenza per cui il potere rende antipatiche e poco amate. Non è detto. Purtroppo ci sono ancora pochi role model e questo non aiuta.

Quarto, le donne devono iniziare a fare networking professionale in modo intenzionale e strategico. Spesso le donne tessono relazioni nel privato e non lo fanno invece in campo professionale. Le relazioni sono un modo di costruire potere, alleanze e tutto ciò che supporta il raggiungimento degli obiettivi. Senza un buon network, è noto, si è tagliati fuori dalle decisioni e dalle informazioni che contano. Ma anche: essere parte di un network professionale crea un legame psicologico forte col lavoro.

Quinto, le donne dovrebbero superare la riluttanza che hanno nel chiedere aiuto.

Sesto, le donne devono diventare resilienti anche nel contesto lavorativo. Il perseguimento del potere comporta anche sconfitte brucianti che arrivano dopo grandi sforzi. Alla lunga, vince chi non si fa scoraggiare e ricomincia, cioè chi pensa al prossimo gol e non a quello che ha appena subito.

Ultimo punto, forse il più interessante, le donne devono fare squadra. Pensare di cambiare le dinamiche del potere senza una squadra compatta è un’idea che non  tiene conto, appunto, delle dinamiche di potere.

Cosa ne pensate?

Il potere del sonno

Per essere buone leader bisogna dormire. Sembra controcorrente, ma è proprio questo che asseriva una donna di potere come Arianna  Huffington dal palco dei TED Talks un anno e mezzo fa. Il collegamento fra  leadership e sonno sta nel fatto che solo una mente riposata riesce a vedere the big picture e, se si presenta, l’iceberg prima che il Titanic ci finisca sopra.

Nel suo talk, Arianna non si limitava a dire che la strada per avere successo è dormire di più, ma aggiungeva, provocatoriamente, che battersi per dormire di più è una battaglia femminista. Ecco perché.

Anzitutto, perché le donne tendono, a causa dei carichi famigliari e lavorativi, a dormire poco. “Mi rivolgo a tutte le donne in carenza di sonno” ha detto Huffington alla platea dei TED Talks. E’ seguito un applauso scrosciante e liberatorio. Non dobbiamo avere paura di ammetterlo: in alcuni periodi della vita si accavallano esigenze famigliari e di carriera, non si hanno sufficienti ore di sonno  e si pensa “la cosa che desidero di più è dormire”. Perfino la brillante Gillian Tett (giornalista del Financial Times) confessa che quando aveva i bambini piccoli ogni tanto andava nel bagno dell’ufficio a dormire per qualche minuto (vergognandosi di farlo alla scrivania). Brava Arianna! Sdoganiamo la stanchezza femminile e smettiamo di nasconderla perché non è una colpa né un deficit. E’ solo l’effetto dei una serie di pressioni e di una cattiva ripartizione dei carichi di lavoro nelle famiglie.

La seconda ragione per cui è una questione di genere è che gli uomini ritengono molto macho il fatto di dormire poco e infatti se ne vantano. E’ uno di quei terreni su cui amano portarci, costringendoci a volte a maratone massacranti e di dubbia utilità, forse perché spostare l’asse sulla forza fisica li fa sentire più sicuri. Ecco, questa è una di quelle cose in cui non dobbiamo imparare da loro perché, in realtà, la stanchezza ottenebra la mente. Si può forse “funzionare” nelle attività ordinarie anche da stanchi, ma è difficile essere strategici.

Charles Czeisler della Harvard Medical School diceva: “Come un ubriaco, una persona priva di sonno non ha veramente idea di quanto siano compromesse le sue reali funzioni. La maggior parte di noi ha dimenticato cosa vuol dire davvero essere svegli”. La National Sleep Foundation, che raccomanda da 7 a 9 ore di sonno a notte, ha identficato un nesso tra mancanza di sonno e e capacità cognitive, apprendmento, umore e obesità.

Conclusione: rivendicate il diritto al sonno e, se non avete alternativa, fate qualche pisolino ristoratore sul lavoro. Se vi serve a essere più lucide e a dare il meglio, è la cosa da fare. I più innovativi fra i datori di lavoro (per esempio i soliti noti della Silicon Valley) prevedono già da tempo spazi dedicati al sonnellino (per esempio, sleeping-pods, come quello nella foto). Meglio ogni tanto dormire sul lavoro per una decina di minuti che fare il proprio laoro dormendo.

Cosa ne pensate?