Le scarpe rivelano chi sei

A tutte le età bisognerebbe frequentare persone di tutte le età e anche avere role model di tutte le età. La mia ultima role model ha quasi mezzo secolo meno di me.

Si chiama Rhea Bullos ed è un’atleta filippina di 11 anni che ha partecipato a una competizione senza scarpe, non avendo i soldi per comperarle (se ci pare impossibile, dobbiamo guardare di più fuori dalla nostra bolla e meno nell’armadio dei nostri figli). In realtà proprio scalza non era: mostrando senso pratico si è infatti fatta una fasciatura intorno ai piedi e poi ci ha disegnato il simbolo della Nike. Mai citazione della Vittoria Alata fu più pertinente: Rhea ha vinto 3 medaglie d’oro (400, 800 e 1500 metri).

Cosa ci rivelano di Rhea le sue scarpe ? Che ha un’autostima granitica e una fiducia incrollabile nella possibilità di farcela concentrandosi su quello che si ha e non su quello che manca.

E qual’è la morale? Che se si ha talento, non bisogna farsi fermare da niente. Bisogna presentarsi alla gara e correre più forte che si può. Questo vale per tutte noi, anche se abbiamo le scarpiere piene e, leggendo questa storia, un pò ce ne vergognamo.

Leggete su Rhea il bel pezzo di Gramellini sul Corriere di oggi.

Piuttosto che salire sul palco ti butteresti nell’uragano?

Sei in buona compagnia.

Maude “Lores” Bonney, a cui oggi è stato dedicato il doodle, rinunciò a diventare una musicista famosa, pur avendo un grande potenziale, perchè aveva paura di salire sul palcoscenico nei concerti in cui doveva esibirsi. Scelse invece l’aviazione e diventò una vera e propria pioniera, in grado di ispirare altre donne. Mostrò di saper affrontare in volo un uragano senza perdere la testa e uscendone indenne.

Lezione N.1: Molte persone hanno paura di parlare in pubblico e lo evitano.

Lezione N.2: Possono avere successo lo stesso (ma forse occorre fare qualcosa di ancora più rischioso come volare nell’uragano).

Lezione N.3: La paura di parlare in pubblico si supera. Come? Uscendo dalla propria comfort zone e facendolo. Accettando che magari le prime volte non sarà una perfornance da 10 e lode e correndo addirittura il rischio di un fallimento (in questo caso, solo una figuraccia). Però, se preferite volare nell’uragano, è una scelta rispettabile anche quella (domandatevi solo se la vostra valutazione del rischio sia razionale).

Il gender gap nelle valutazioni di performance

Valutazioni di performance che specificano e esemplificano le aree forti e quelle di miglioramento, ma soprattutto che indicano chiaramente cosa serve per arrivare al “prossimo livello” sono fondamentali. Non solo per fare carriera e sviluppare leadership, ma anche per crescere a livello personale e capire come funziona il l’azienda per la quale si lavora. Vi assicuro che è facile sbagliarsi: succede spesso alle donne di accanirsi nel migliorare aspetti secondari, tralasciando quelli fondamentali. Purtroppo, anche qui c’è un gender gap di cui essere consapevoli (“se lo conosci lo eviti” diceva la vecchia pubblicità progresso).

Shelley Correll, docente alla Stanford University ha fatto un interessante studio sulle differenze di genere nelle valutazioni di performance.  Su un campione di 200 persone analizzate, 57% delle donne avevano ricevuto commenti vaghi e poco specifici (la percentuale tra gli uomini era il 43%). La società Korn Ferry è giunta a risultati simili e aggiunge che il 60% degli uomini ricevono un feedback legato ai risultati di business, ma solo il 40% of women ricevono queste indicazioni.

Le di questo ragioni sono complesse, sicuramente hanno a che vedere coi pregiudizi inconsci che rimangono una battaglia importante da combattere, ma come prima contromisura suggerisco alle donne di chiedere esplicitamente: 1) quali sono i punti forti della mia performance 2) quali sono quelli deboli 3) cosa serve per accedere al livello superiore (se volete fare carriera).

E non vi alzate di lì, amiche, finché non vi hanno dato una risposta cristallina. Dopodiché, trovatevi anche un mentor che vi aiuti a capire ancora meglio cosa occorre fare, ma ricordate che il vostro manager deve essere chiaro quando vi da feedback. Discorsi evasivi non sono ammessi. Gentilmente ma fermamente, esigete una valutazione ben fatta.

Donne in copertina

Ci siamo tante volte arrabbiate per come le copertine di magazine rappresentano la donna, ma finalmente è arrivata la svolta. Audrey Gelman, fondatrice del members-only club per sole donne The Wing. è incintissima sulla copertina del numero di Ottobre di Inc.com e l’articolo parla di lei perché è co-fondatrice di un business che cresce a vista d’occhio e attira l’attenzione e degli investitori.

Una donna con pancione sulla cover di un magazine è storia vecchia, ma è la prima volta sulla cover di un noto business magazine. E’ assurdo aver dovuto aspettare il 2019 per poter mostrare, con quel tipo di associazione immediata e intuitiva che le immagini rendono facile, che si può avere successo nel lavoro ed essere madre contemporaneamente. Alla mia generazione avevano fatto credere che fossero obiettivi alternativi. I simboli e i role model contano. #fatelavedereallebambine

Essere l’unica principessa del castello è una fregatura

Da piccole la stragrande maggioranze delle bambine sognano di essere una principessa. Se ci pensate, è una cosa un pò strana: non ci sono tante monarchie rimaste (la probabilità di successo di un piano di vita del genere è come vincere alla lotteria) e le principesse vere non sembrano nemmeno le persone più felici del mondo. Potreste dirmi che questa bizzarra e anacronistica aspirazione viene presto abbandonata ed è vero, ma mi domando se non lasci tracce inconsce dannose. Per esempio il fatto che trovarsi in una condizione di esclusività sia desiderabile (la principessa del castello è una e unica).

Un recente articolo di McKinsey ci spiega che, almeno nel mondo del lavoro, essere l’unica o una delle poche donne diminuisce le probabilità di successo oggettive. Negli ambienti in cui vi sono poche risorse femminili, secondo lo studio, le donne incappano in maggiori ostacoli rispetto agli ambienti più bilanciati, per esempio devono dimostrare di più per essere considerate valide e vengono scambiate per figure più junior di quanto siano in realtà.

In conclusione, essere l’unica principessa del castello è una fregatura. Diciamolo alle bambine, ma anche alle donne: più siamo e più ci rispettano.

Resistenza è una parola femminile

Se cercate di prevedere chi vincerà una gara di 5 km, è abbastanza facile: è funzione della dimensione del cuore e della maggiore capacità di ossigenare i muscoli. Se fate fare un una prova in laboratorio a un gruppo di atleti, potete facilmente stabilire chi di loro vincerà. Ma, sempre secondo Alex Hutchinson, teorico dei limiti “elastici” del fisico e della mente, è molto difficile predire chi vincerà una gara di 200 km perché entrano in gioco elementi psicologici più difficili da valutare.

Potreste pensare che dopo 200 km di corsa, ovviamente dormendo un paio d’ore tra una tappa e l’altra, magari con temperature rigide e con un dislivello equivalente a un Everest e mezzo, i muscoli, il cuore e i polmoni facciano la differenza. Non lo dite alla veterinaria Jasmin Paris, che ha appena vinto la Spine Race (268 miglia, oltre 13.000 mt di dislivello) percorrendo la distanza in 82 ore e 12 minuti. Ha preso oltre 9 ore di vantaggio sul secondo arrivato (un uomo) quando quello, stravolto, ha deciso di dormire qualche ora. A quel punto anche lei aveva le allucinazioni dalla stanchezza, ma ha mangiato qualcosa, si è tirata il latte (ha una figlia che sta ancora allattando) ed è ripartita perché “ha visto un’opportunità”.

Ci sono affascinanti spiegazioni per la nota resistenza delle donne di cui esistono vari altri esempi, anche in altre discipline sportive (tra cui
Courtney Dauwalter, una insegnante che ha vinto nel 2017 la Moab 240, 238 miglia nel deserto, dando 10 ore di distacco al secondo classificato). Si dice per esempio che si “proteggono” nella fase iniziale, mentre gli uomini si “buttano” troppo e poi non reggono (l’ego!!). Non lo so, ma inizio a pensare che la parola resistenza sia femminile non per caso.

Se vi interessa l’argomento, leggete l’articolo del FT Why women are outperforming men at the extremes of endurance

Donne, lavoro e longevità: la tempesta perfetta

Tra le molte cose che la mamma non ci ha detto, c’è anche questa: esiste un”retirement gap” di genere che costa carissimo alle donne (più del pay gap, di cui è in parte figlio) e rischia di creare una tempesta sulla loro pensione.

Come spiega un recente rapporto del World Economic Forum,  gli elementi della tempesta perfetta sono che le donne guadagnano meno degli uomini (questo è il pay gap), che di solito lavorano un numero inferiore di anni (perché si occupano dei figli, perché sono caregiver, ecc.), che sono più conservative nell’allocazione dei risparmi (che quindi fruttano di meno) e che vivono più a lungo (quindi hanno più anni in pensione). Inoltre, mentre una volta era comune andare in pensione con lo stesso compagno con cui si era trascorsa l’esistenza, ora lo è meno e molte donne affrontano la vecchiaia potendo contare solo sui propri mezzi.

Per dare un’idea della portata del retirement gap: nella EU, le donne possono contare mediamente sul 37% di risparmi in meno quando vanno in pensione (il pay gap è “solo” il 16%, dati Eurostat, EU-SILC, si veda figura).

Le ricette per risolvere il problema sono sempre le stesse: ridurre il pay gap, aumentare la partecipazione delle donne alla forza lavoro, distribuire più equamente i carichi famigliari in modo che non siano solo le donne a rinunciare al lavoro per assistere e aiutare e, infine, migliorare l’educazione finanziaria delle donne. Nel frattempo però, è giusto almeno attirare l’attenzione sul fenomeno.