Le “3 C” per avere successo – Le sfide della leadership al femminile – Pillola N. 7

i-love-3c-13172350290“Le 3 C” indispensabili alle imprenditrici (ma in realtà a tutte le donne leader) sono: confidence (cioè sicurezza in se stessa), competence (cioè competenza) e connections (cioè connessioni con gli altri). Ne parla Nicole Fallon nel suo articolo (5 lessons for women leaders) che riprendo volentieri perchè spesso vedo le donne concentrarsi sulla “C” che sta per competenza (e di solito eccellono in quella “C”). Dato che senza le altre non si combina niente, ecco i principali consigli per non trascurare le “C” fondamentali:

1) Esci dalla tua “comfort zone”. La comfort zone è quell’insieme di situazioni in cui ti senti a tuo agio. Come imprenditrice, ma anche come donna in carriera, non puooi stare dentro quel ristretto perimetro perché le opportunità stanno spesso fuori di esso. Per esempio, devi fare molti contatti “a freddo” cioè iniziando tu la conversazione. Devi imparare a confrontarti senza paura e frequentemente con gli altri. Le buone occasioni (non solo imprenditoriali) nascono dalle connessioni. La “confrot zone” è come una riserva indiana, vale la pena di fare uno sforzo per uscirne.

 2) Non isolarti. Cerca il confronto in tutti i modi. Cerca di farti aiutare e di aiutare gli altri.

3) Incoraggia le altre e fatti incoraggiare. Per aumentare la sicurezza e l’autostima, l’incoraggiamento da parte degli altri è la migliore medicina. E incoraggiarsi a vicenda fa sentire parte di una comunità. Inizia tu e vedrai che le altre rispecchieranno il tuo comportamento.

 4) Prendi qualche rischio. Nell’attività imprenditoriale, ma non solo in quella, qualche rischio bisogna prenderlo. Chi si limita al gioco “sicuro” di solito perde delle opportunità.

5) Credi in te stessa e in quello che fai. Noi donne spesso ci facciamo divorare dai dubbi sulle nostre possibilità di riuscita. Tante volte siamo inutilmente troppo severe con noi stesse. Questo ci frena nell’intraprendere cose nuove, nel parlare delle nostre idee e può tradursi in un atteggiamento insicuro oppure troppo aggressivo, ma che comunqe viene percepito all’esterno per quel che è: mancanza di fiducia in noi stesse. Per conquistare la fiducia degli altri, invece, dobbiamo mostrare di crederci fino in fondo noi per prime.

 

Il Talento delle Donne intervista Maria Cristina Gribaudi

Mariacristina Gribaudi Amministratore Unico KeylineCon l’intervista a Mariacristina Gribaudi, apro una serie di interviste su leadership femminile e sul talento delle donne che usciranno generalmente il lunedì su questo blog. Il 2014 è l’anno europeo della conciliazione tra vita professionale e vita familiare, quindi ho inserito una domanda sulla conciliazione e sono partita da una imprenditrice madre di sei figli.

Chi è Mariacristina Gribaudi. Laureata in Management&Organizzazione, è da sempre impegnata nell’attività imprenditoriale con diversi ruoli nelle attività di famiglia. Negli anni ha maturato solide esperienze sia commerciali che industriali. Attualmente è Amministratrice Unica di Keyline, azienda attiva nella produzione di chiavi e duplicatrici con filiali in Usa, Cina e Germania. Punto di riferimento quotidiano dell’attività aziendale, coordina tutte le attività produttive, finanziarie e amministrative finalizzate allo sviluppo aziendale.

Domande e risposte con Cristina Gribaudi.

1.     Qual è il tuo talento?  

A dire il vero non mi riconosco un talento o una caratteristica precisa. Guardando alla mia vita professionale mi sento, piuttosto, una persona che non ha mai smesso di investire nella propria formazione e a cui non verrà mai meno la voglia di imparare mettendosi sempre in gioco. Non mi mancano la curiosità e l’energia di guardare avanti e di pormi nuovi traguardi, ben sapendo che le difficoltà ci sono e ci saranno sempre. Anche così si impara a vincere e a superare quel senso di paura che spesso ci attanaglia di fronte a sfide all’apparenza impossibili.

2.     Definisci il tuo stile di leadership con tre parole e spiegaci se il fatto di essere donna lo influenza

Resilienza, coinvolgimento e condivisione. In Keyline sperimentiamo ogni giorno il significato di questi concetti che ormai sono diventati un mantra. Affrontare le sfide soltanto non basta. Bisogna sapere uscirne rafforzati per perseguire l’obiettivo di un miglioramento costante. Tale approccio amplifica il proprio effetto e la propria efficacia se è sorretto dalla condivisione degli obiettivi, che è possibile creare e stimolare alimentando continuamente il coinvolgimento tra le persone. Condividere obiettivi, progetti e traguardi è alla base dell’approccio mentale per competere nel mondo globale. Preferirei quindi parlare dell’essere donna all’interno di una squadra che funziona, perché credo fermamente che le qualità individuali, più che di genere, permettano di raggiungere importanti traguardi, se messe pienamente a servizio del gruppo.

3.     Una cosa da fare e una da evitare se una donna vuole avere successo nella vita professionale

Penso alle difficoltà che ho incontrato quando ho fatto il mio ingresso nel mondo del lavoro, dove creare un rapporto professionale alla pari con i colleghi uomini non è stato sempre molto semplice o agevole. Tuttavia negli anni non ho mai rinnegato il mio essere donna, evitando di emulare il comportamento o gli atteggiamenti dei colleghi maschi. Questo perché sono sempre stata sicura del valore, spesso nascosto ma indiscutibile, che una donna è in grado di portare in qualsiasi ambiente. Per cui, il mio invito è ad essere sempre coerenti con se stesse. Dobbiamo essere consapevoli che cultura, qualità e competenze professionali non ci mancano. Sta a noi dare prova del nostro talento, senza paure e incertezze, senza mai fare un passo indietro ma due in avanti, se serve.

4.     Un consiglio per conciliare lavoro e vita personale

Non smettere di credere nei propri progetti e apprezzarsi maggiormente. Ciò significa saper dare anche il giusto peso e la corretta importanza agli impegni – e sono molti – che siamo chiamate a svolgere ogni giorno. La nostra fortuna è che sin dalla nascita operiamo naturalmente in multitasking e abbiamo innato il senso delle priorità. Credo che sia sufficiente in molti casi lasciarsi guidare da questa dote che naturalmente ci distingue unita a un pizzico di senso pratico.

Se vi è piaciuta Cristina, guardate il suo video al TedX MilanoWoman.

Donne imprenditrici: il tallone d’Achille è nella nostra testa

talloneCome sempre ho esagerato per essere d’effetto. Non è solo nela nostra testa, ma è vero che su qualla abbiamo più controllo che sul resto, quindi partiamo da lì.

L’imprenditoria femminile mondiale, secondo il  Global  Entrepreneurship Monitor 2012 Women Report (già citato in un post precedente) prodotto dal Global Entrepreneurship Monitor (GEM), è il 37% dell’imprenditoria mondiale totale. Non male, considerate tutte le zavorre che abbiamo. Il dato va comunque qualificato, ecco cosa emerge dal rapporto:

1. le  donne vedono meno opportunità future legate alla propria attività imprenditoriale (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: “tempo un anno e ho conquistato tutto il mercato planetario”, le donne imprenditrici dicono: “speriamo di essere ancora qui tra un anno”)

2. le donne si auto-percepiscono meno capaci degli uomini come imprenditrici  (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: “tutto quello che ho ottenuto è frutto delle mie grandi capacità e della mia sconfinata volontà”, le donne imprenditrici dicono: “ho avuto fortuna e poi mi hanno aiutato tutti…”)

3. le donne tendono a non avere dipendenti o ad averne meno degli uomini (mia spiegazione: gli uomini imprenditori si circondano di collaboratori, le donne imprenditrici sono capaci di arrangiarsi e lo fanno. Però senza collaboratori non si cresce e non si creano posti di lavoro).

4. le donne danno proiezioni di crescita della propria impresa sono inferiori rispetto agli uomini (mia spiegazione: gli uomini sono abituati a esagerare, noi a minimizzare)

5. la presenza femminile a capo di attività imprenditoriali di dimensioni medio-grandi è bassa (2% in Europa). In altre parole, le imprese femminili tendono a essere piccole (mia spiegazione: gli uomini imprenditori sono più ambiziosi e megalomani, le donne imprenditrici pensano che piccolo sia bello…)

6. le donne internazionalizzano meno le proprie imprese (mia spiegazione: gli uomini imprenditori sono conquistador e ostentano sicurezza come tutti gli uomini, noi donne invece siamo più insicure e ci sembra spesso già un miracolo aver fatto quello che abbiamo fatto…ma, come dice Sandberg perché non facciamo quello che faremmo se non avessimo paura?).

Celebriamo i successi, ma la strada da fare resta tanta e comincia dalla nostra testa.

L’imprenditoria femminile corre ma rimane molta strada da fare

Olympic Games 2012 Athletics, Track and Field

Alla fine del secondo trimestre 2013 le aziende femminili iscritte al Registro delle imprese delle Camere di commercio erano quasi un milione e mezzo (1.429.880) cioè il il 23,6% del totale delle imprese (dati UnionCamere). Un dato incoraggiante se non brillante.

Il 16% delle occupate in Italia sono imprenditrici, contro la media europea del 10% circa. Il dato ci inorgoglisce, ma sappiamo bene che in parte riflette difficoltà a conciliare la vita d’azienda con la famiglia: a volte le donne diventano imprenditrici per disperazione più che per vocazione. Inoltre, la presenza femminile nelle cosiddette start-up innovative scende al 10% e si concentra in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana (si veda Il Sole 24 Ore – del 27 Ottobre). Il dato  ci fa riflettere su una parziale segregazione di genere anche in campo imprenditoriale, oltre che alle differenti opportunità tra Nord e Sud. Le imprese femminili inoltre registrano una maggiore fragilità finanziaria  il 72% di esse, infatti, opera con un capitale sociale di meno di 10mila euro, contro il 67% della media delle imprese.

Per chiudere con una buona notizia, le imprese femminili  corrono a velocità tripla rispetto al complesso delle imprese (secondo i dati UnionCamere relativi al periodo marzo 2012-marzo 2013). Durante la crisi, le donne hanno reagito alla mancanza di opportunità di lavoro creando loro stesse opportunità.

Forse una prova del fatto che quando serve sappiamo darci da fare molto bene. Non lo dimentichiamo, ma continuiamo a correre.

Cosa frena l’imprenditorialità femminile

broken-chains1-1-300x217Perché non ci sono più donne imprenditrici? Su 67 paesi rientrati nell’indagine Global Entrepreneurship Monitor Women’s Report 2012, in 62 di questi le donne imprenditrici sono una minoranza.

La questione è complessa e la affronto solo da un punto di vista, che però reputo fondamentale, quello degli aspetti di tipo culturale legati ai ruoli di genere e del loro agire apertamente ma subdolamente.

In moltissimi paesi la donna è vista come la principale responsabile della casa e della famiglia, quindi inadatta a un’attività totalizzante come quella imprenditoriale. Insomma, l’aspettativa è che, se proprio le donne devono lavorare, meglio dalle 9 alle 5 in un impiego tranquillo, così riescono a fare anche tuto il resto e nulla le distoglie dal pensare cosa mettere in tavola la sera, quale merendina infilare nella cartella di quale figlio, ecc. Fin qui, tutto chiaro.

Alcuni aspetti culturali sono più difficili da smascherare al punto che le stesse donne a volte non ne riconoscono l’origine di genere. Perché, per esempio, negli USA le donne hanno minore accesso ai fondi di venture capital? E perché fanno più fatica a vincere contratti con il governo? Le aspettative riguardo ai ruoli e gli stereotipi di genere, come dicevo, sono in buona parte responsabili, ed è interessante capire che, oltre a agire in modo lineare (ad esempio, i venture capitalist sono quasi tutti uomini e tendono a favorire neo-imprenditori dello stesso genere) agiscono anche a tradimento, attraverso credenze auto-limitanti da parte delle donne stesse.

Un aspetto illuminante a questo proposito emerge dall’indagine che evidenzia come le donne si ritengano meno capaci di lanciare un’attività imprenditoriale degli uomini e abbiano più paura di fallire degli uomini, cioè siano meno sicure di se stesse. Sappiamo che questa paura è un freno molto potente che, aggiunto alle pressioni sociali (sposarsi, fare figli e occuparsene primariamente, accudire gli anziani, organizzare la casa, dimostrare sempre trent’anni, essere sempre disponibile, ecc.) diventa una barriera difficile da superare.

Ancora una volta vale la pena di dirlo: la nostra battaglia per conquistarci un posto al sole ci costringe a lottare su due fronti, uno dei quali è dentro di noi. Ma non mi stanco di ripeterlo: queste auto-limitazioni ce le hanno inoculate da piccole, senza il nostro consenso (ma spesso con le migliori intenzioni). La buona notizia è che, anche se siamo state programmate per agire questi comportamenti, il nostro destino non è segnato se ce ne rendiamo conto (e siamo disposte a “riformattare il nostro disco fisso” per iniziare a scriverci sopra credenze potenzianti. Detto così sembra drastico e difficile, in realtà lo è meno di quanto possa sembrare).