Guadagni più di lui? Leggi qua.

das-kapitalLui è il tuo Lui, ovviamente. Di lui generici che guadagnano meno di te sarà pieno il mondo ed è un loro problema, con tutta la fatica che hai fatto, mancherebbe pure; ma se è il Lui da cui torni a casa stravolta la sera e che ti dovrebbe togliere i coltelli dalla schiena (immagine metaforica), allora la cosa si complica.

Anzitutto, sei una minoranza: anche negli US  solo 1 su 4 donne guadagna più del consorte. Secondo, lui potrebbe avere un problema di ego (scusate se insisto, ma sono i maledetti stereotipi di genere anche in questo caso). Terzo, tutto questo ha conseguenze documentate, sviscerate e, senza troppi complimenti, schiaffate in faccia alle donne in carriera da Farnoosh Tarobi nel suo libro dall’auto-esplicativo titolo: When she makes more. La tesi è che per le donne che guadagnano di più le regole sono diverse. Il rischio di divorzio e infedeltà sono più alti.

Ne ha scritto Lucy Kellaway sul Financial Times di lunedì 12 maggio (Divorce is a risk when she earns more than him). Il titolo è un warning, però lei cita il caso di Angela Ahrendts (ex-capa di Burberry che Apple si è aggiudicata senza badare a spese,  il welcome gift era di 68 milioni di $), sposata da anni con un uomo che si occupa dei loro tre bambini.

Quindi vuol dire che si può fare. Ma, a quanto pare, funziona solo se l’ego maschile non è ferito. Due possibilità: l’ego è misurato con un metro diverso dalla moneta  (per esempio con il prestigio), quindi è salvo. Seconda possibilità, l’uomo decide, che, in fondo, non è poi così male. Forse lo standard di vita che una moglie danarosa permette di avere compensa l’iniziale fastidio.

Allora, che fare? Continuate a guadagnare di più, curate il suo ego (se ne vale la pena) e non fategli leggere il saggio di Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Il Capitale,  nè altro che ponga l’accento sulle disuguaglianze da appianare, che poi si monta la testa.

Il Talento delle Donne intervista Alessandra Ungaro

Alessandra_UngaroChi è Alessandra Ungaro 

Napoletana, istrionica e forse generosa di sè stessa.

Una sognatrice concreta, con valori d’altri tempi armonizzati nei modelli di affermazione femminile contemporanea.

Libera professionista, nel mondo dei numeri e della governance che è riuscita a coniugare anima, finanza ed etica….oltre a tango, golf, volontariato e fede.

Single al momento, ma si sa….. nella vita non è detta l’ultima parola…

Laurea in economia e  Master in Direzione di Impresa, orgogliosamente made in Sud; revisore legale, manager e infine consulente aziendale indipendente.

Appassionata di montagna, lago e sentieri che conducono al senso delle cose.

Ho un grande privilegio: ho potuto sempre scegliere ed ho riempito i miei giorni di vita, non posso che benedire la mia storia…

Qual è il tuo talento

Penso di essere una persona affidabile con una marcata vocazione “sociale”e una buona dose di ironia.

Mi piace accogliere e condividere, il tutto con allegria e un pizzico di anima.

Un imprenditore di grido un giorno  mi ha detto ” se avessimo più Alessandre, avremmo un mondo migliore”; è stato il tributo più straordinario della mia vita non solo professionale, e pur non essendo sicura di meritarlo fino in fondo, riassume quell’essenza che mi piacerebbe essere….un buon esempio.

Definisci il tuo stile di leadership

Persusasivo, coinvolgente ed “ancora” estremamente operativo.

La leadership è un tributo di terzi, se non sei in mezzo a loro (che te la riconoscono) non puoi arbitrariamente decidere di averla.

Sei leader se diventi esempio.

Una cosa da fare ed una da evitare se una donna vuole avere successo nella vita professionale

Curiosità, passione e proattività sempre. Evitare magari di competere con atteggiamenti maschili, vestire di femminilità anche gli spazi più angusti del quotidiano.

Mai personalizzare e guardare sempre oltre… volare alto!!

Un consiglio per conciliare lavoro e vita privata

Avere sempre un perchè abbastanza grande…il come arriverà..

Il Talento delle Donne intervista Giovannella Condò

depaoli-412-ModificaChi è Giovannella Condò. Finto architetto (amo le case!), finto professionista della comunicazione (ho un master in comunicazione istituzionale), vero notaio. Ho uno studio a Milano in via Manzoni con la mia socia Monica De Paoli, tutto bianco e completamente femminile. Appena iniziata la professione, ho lavorato nelle istituzioni notarili: dalla Scuola di Notariato della Lombardia, che forma gli aspiranti notai, alle commissioni del Consiglio Nazionale del Notariato, al Consiglio Notarile di Milano. Ho un marito e un figlio, Giuseppe Carlo nato nell’agosto 2007.

Qual è il tuo talento?

Non certo parlare di me stessa e ancora meno tentare di parlare bene di me stessa!

Comunque, credo che i miei punti di forza siano la capacità organizzativa e la velocità di sintesi e di esecuzione, che – confesso – in qualche momento mi porta ad essere superficiale.

Definisci il tuo stile di leadership

Cerco di rispettare le posizioni e di capire le esigenze dell’altro, ascoltando con attenzione e senza alcuna prevaricazione nè giudizio.

Una cosa da fare e una da evitare se una donna vuole avere successo nella vita professionale

Da evitare l’aggressività, sintomo di debolezza anche legata all’essere donna.

Da fare: essere se stessa, senza sbavature e senza ondeggiamenti.

Un consiglio per conciliare lavoro e vita privata

Imparare ad organizzarsi e a delegare, mantenendo sempre alta l’attenzione.

Donne imprenditrici: il tallone d’Achille è nella nostra testa

talloneCome sempre ho esagerato per essere d’effetto. Non è solo nela nostra testa, ma è vero che su qualla abbiamo più controllo che sul resto, quindi partiamo da lì.

L’imprenditoria femminile mondiale, secondo il  Global  Entrepreneurship Monitor 2012 Women Report (già citato in un post precedente) prodotto dal Global Entrepreneurship Monitor (GEM), è il 37% dell’imprenditoria mondiale totale. Non male, considerate tutte le zavorre che abbiamo. Il dato va comunque qualificato, ecco cosa emerge dal rapporto:

1. le  donne vedono meno opportunità future legate alla propria attività imprenditoriale (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: “tempo un anno e ho conquistato tutto il mercato planetario”, le donne imprenditrici dicono: “speriamo di essere ancora qui tra un anno”)

2. le donne si auto-percepiscono meno capaci degli uomini come imprenditrici  (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: “tutto quello che ho ottenuto è frutto delle mie grandi capacità e della mia sconfinata volontà”, le donne imprenditrici dicono: “ho avuto fortuna e poi mi hanno aiutato tutti…”)

3. le donne tendono a non avere dipendenti o ad averne meno degli uomini (mia spiegazione: gli uomini imprenditori si circondano di collaboratori, le donne imprenditrici sono capaci di arrangiarsi e lo fanno. Però senza collaboratori non si cresce e non si creano posti di lavoro).

4. le donne danno proiezioni di crescita della propria impresa sono inferiori rispetto agli uomini (mia spiegazione: gli uomini sono abituati a esagerare, noi a minimizzare)

5. la presenza femminile a capo di attività imprenditoriali di dimensioni medio-grandi è bassa (2% in Europa). In altre parole, le imprese femminili tendono a essere piccole (mia spiegazione: gli uomini imprenditori sono più ambiziosi e megalomani, le donne imprenditrici pensano che piccolo sia bello…)

6. le donne internazionalizzano meno le proprie imprese (mia spiegazione: gli uomini imprenditori sono conquistador e ostentano sicurezza come tutti gli uomini, noi donne invece siamo più insicure e ci sembra spesso già un miracolo aver fatto quello che abbiamo fatto…ma, come dice Sandberg perché non facciamo quello che faremmo se non avessimo paura?).

Celebriamo i successi, ma la strada da fare resta tanta e comincia dalla nostra testa.

L’imprenditoria femminile corre ma rimane molta strada da fare

Olympic Games 2012 Athletics, Track and Field

Alla fine del secondo trimestre 2013 le aziende femminili iscritte al Registro delle imprese delle Camere di commercio erano quasi un milione e mezzo (1.429.880) cioè il il 23,6% del totale delle imprese (dati UnionCamere). Un dato incoraggiante se non brillante.

Il 16% delle occupate in Italia sono imprenditrici, contro la media europea del 10% circa. Il dato ci inorgoglisce, ma sappiamo bene che in parte riflette difficoltà a conciliare la vita d’azienda con la famiglia: a volte le donne diventano imprenditrici per disperazione più che per vocazione. Inoltre, la presenza femminile nelle cosiddette start-up innovative scende al 10% e si concentra in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana (si veda Il Sole 24 Ore – del 27 Ottobre). Il dato  ci fa riflettere su una parziale segregazione di genere anche in campo imprenditoriale, oltre che alle differenti opportunità tra Nord e Sud. Le imprese femminili inoltre registrano una maggiore fragilità finanziaria  il 72% di esse, infatti, opera con un capitale sociale di meno di 10mila euro, contro il 67% della media delle imprese.

Per chiudere con una buona notizia, le imprese femminili  corrono a velocità tripla rispetto al complesso delle imprese (secondo i dati UnionCamere relativi al periodo marzo 2012-marzo 2013). Durante la crisi, le donne hanno reagito alla mancanza di opportunità di lavoro creando loro stesse opportunità.

Forse una prova del fatto che quando serve sappiamo darci da fare molto bene. Non lo dimentichiamo, ma continuiamo a correre.

In tempi di crisi i gentlemen ci cedono il passo

polls_man_opening_doorPerché in tempi di crisi soffrono di più le donne in termini di carriera? La risposta contiene una lezione che andrebbe applicata anche preventivamente, senza aspettare le avvisaglie della prossima crisi.

Lo spunto viene da Wall Street e, in particolare, da un articolo di Margo Epprecht uscito recentemente (The Real Reason Women Are Leaving Wall Street: Quartz). Epprecht spiega che  all’inizio degli anni ottanta,  quando la borsa iniziò a salire (bull market) Wall Street aveva bisogno di  assumere molte persone per poter sfruttare la situazione favorevole.  Questa fu un’opportunità per molte donne che costruirono rapide carriere e (alcune) discrete fortune finanziarie.

Con la crisi del 1987 prima e la successiva contrazione del 2000, però, le donne furono le più colpite dai licenziamenti e non certo perché fossero le risorse meno qualificate. Lo stesso si è verificato nella crisi finanziaria del 2008: le donne in posizioni senior hanno pagato un prezzo più alto rispetto ai loro colleghi uomini.Insomma, quando le cose iniziano ad andare male, gli uomini si ricordano improvvisamente il galateo e dicono “ladies first” cedendoci il passo.

La ragione è che quando il business e l’economia vanno bene, è relativamente più facile che la meritocrazia funzioni, mentre quando le cose si mettono male, sono la capacità di muoversi politicamente all’interno dell’organizzazione e l’appartenenza a cordate e alleanze  gli elementi che possono garantire la sopravvivenza.

Sapendo quanto a noi donne piaccia concentrarci sul fare bene il nostro lavoro, quanto amiamo dimostrare il nostro valore senza ricorrere a compromessi e quanto di solito rifiutiamo tutto ciò che sa di politica aziendale, vi volevo mettere in guardia. Aggiungo che ignorare gli aspetti politici delle organizzazioni in cui si lavora e non tessere alleanze è limitante e penalizzante anche in tempi normali.  In tempi di crisi, abbiamo visto, è fatale.

Cosa frena l’imprenditorialità femminile

broken-chains1-1-300x217Perché non ci sono più donne imprenditrici? Su 67 paesi rientrati nell’indagine Global Entrepreneurship Monitor Women’s Report 2012, in 62 di questi le donne imprenditrici sono una minoranza.

La questione è complessa e la affronto solo da un punto di vista, che però reputo fondamentale, quello degli aspetti di tipo culturale legati ai ruoli di genere e del loro agire apertamente ma subdolamente.

In moltissimi paesi la donna è vista come la principale responsabile della casa e della famiglia, quindi inadatta a un’attività totalizzante come quella imprenditoriale. Insomma, l’aspettativa è che, se proprio le donne devono lavorare, meglio dalle 9 alle 5 in un impiego tranquillo, così riescono a fare anche tuto il resto e nulla le distoglie dal pensare cosa mettere in tavola la sera, quale merendina infilare nella cartella di quale figlio, ecc. Fin qui, tutto chiaro.

Alcuni aspetti culturali sono più difficili da smascherare al punto che le stesse donne a volte non ne riconoscono l’origine di genere. Perché, per esempio, negli USA le donne hanno minore accesso ai fondi di venture capital? E perché fanno più fatica a vincere contratti con il governo? Le aspettative riguardo ai ruoli e gli stereotipi di genere, come dicevo, sono in buona parte responsabili, ed è interessante capire che, oltre a agire in modo lineare (ad esempio, i venture capitalist sono quasi tutti uomini e tendono a favorire neo-imprenditori dello stesso genere) agiscono anche a tradimento, attraverso credenze auto-limitanti da parte delle donne stesse.

Un aspetto illuminante a questo proposito emerge dall’indagine che evidenzia come le donne si ritengano meno capaci di lanciare un’attività imprenditoriale degli uomini e abbiano più paura di fallire degli uomini, cioè siano meno sicure di se stesse. Sappiamo che questa paura è un freno molto potente che, aggiunto alle pressioni sociali (sposarsi, fare figli e occuparsene primariamente, accudire gli anziani, organizzare la casa, dimostrare sempre trent’anni, essere sempre disponibile, ecc.) diventa una barriera difficile da superare.

Ancora una volta vale la pena di dirlo: la nostra battaglia per conquistarci un posto al sole ci costringe a lottare su due fronti, uno dei quali è dentro di noi. Ma non mi stanco di ripeterlo: queste auto-limitazioni ce le hanno inoculate da piccole, senza il nostro consenso (ma spesso con le migliori intenzioni). La buona notizia è che, anche se siamo state programmate per agire questi comportamenti, il nostro destino non è segnato se ce ne rendiamo conto (e siamo disposte a “riformattare il nostro disco fisso” per iniziare a scriverci sopra credenze potenzianti. Detto così sembra drastico e difficile, in realtà lo è meno di quanto possa sembrare).