Le donne costano

lipstickPer la precisione, possono arrivare a costare 28 trilioni di dollari in 10 anni. A questo punto avete capito che non parlo solo di rossetti e collant.

Le donne costano perché non partecipano abbastanza alla generazione di reddito. E’ quello che gli economisti chiamerebbero costo-opportunità (cioè il costo di un’opportunità tralasciata). Le donne sono circa il 50% della popolazione ma partecipano alla creazione del PIL per il 37%. Quanto vale questo divario in termini economici?

Può valere fino a 28 trilioni di dollari in 10 anni, cioè la differenza fra il PIL proiettato lasciando inalterata la più bassa  partecipazione delle donne all’economia e il PIL proiettato ipotizzando pari partecipazione dei generi. L’ultimo studio del Mckinsey Global Institute (How advancing women’s equality can add 12 trillion $ to global growth), uscito qualche giorno fa e ampiamente ripreso dalla stampa, riporta alcune stime. La più conservativa (riportata nel titolo del rapporto) allinea la partecipazione delle donne all’economia in tutti i paesi a quella del paese (nella regione di appartenenza) con minore divario di genere, ottenendo un aumento addizionale del PIL pari all’11% in dieci anni cioè a 12 trilioni di dollari. La stima più ottimista (divario di genere azzerato) porta a un amento del 26% del PIL in dieci anni, pari a 28 trilioni di dollari.

Il rapporto definisce il problema della diseguaglianza di genere “urgente e globale”. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, le donne sono una grande opportunità per l’economia e per se stesse. La crescita in Europa è piuttosto bassa: anche secondo le stime più conservative colmare il divario di genere aggiungerebbe un reddito  difficile da ottenere in altro modo. Ma è necessario darsi da fare, a tutti i livelli, per cogliere questa opportunità. Smettiamola di trattare questo tema come se fosse solo una questione di parità perché questo approccio ci ha fatto fare grandi passi avanti, ma si è rivelato inefficace per percorre l’ultimo miglio (nel quale stiamo avanzando a passo di lumaca da oltre un decennio). Secondo tutte le stime, questo penoso ultimo miglio durerà ancora almeno un paio di decenni se non cambiamo impostazione. Iniziamo a rubricarlo come tema economico e di crescita. Parliamo di meritocrazia, di talenti che servono per l’innovazione e di come colmare la carenza di lavoro qualificato che è in arrivo.

Leggete su questo tema anche l’articolo di Maria Silvia Sacchi La parità uomo-donna farebbe aumentare il PIL del 26%

Troppo brave per avere successo

meritocracy-coverDopo che ci hanno fatto mandare giù il “troppo grandi per fallire”, era chiaro che avremmo ingoiato di tutto. Ma ecco un altro paradosso, che quasi non ci stupisce tanto siamo assuefatti a una meritocrazia zoppicante, e dovrebbe invece far pensare.

Il FT di oggi (18 Stettembre 2015, “Put women at the top and lift hedge funds higher”) cita i dati appena resi pubblici da HFR: i fondi hedge gestiti o di proprietà di donne hanno battuto la media del settore su base annua, triennale e quinquennale. Dal 2007, hanno dato un rendimento del 59% (la media è stata 37%). E non è un caso: c’è evidenza che le donne siano migliori nella gestione del rischio. Eppure, le donne al vertice di questi fondi sono solo 60 su 2000 (circa 3%).

Possiamo fare spallucce, dire chissà-come-mai, ipotizzare che le donne non amino la finanza. Oppure possiamo farci domande serie sulla meritocrazia e sui pregiudizi impliciti.

 

Rinuncia al club”Perfezione100%” – Consiglio N. 2

opt outIl club della “perfezione 100%” è una fregatura.   Bisogna ridefinire il successo: fare bene le cose più importanti, accettare l’imperfezione sulle altre, vivere serene e orgogliose delle proprie scelte.

Rinunciare ad essere perfette, oltre a mantenerci sane di mente, ci permette anche di essere più collaborative, curiose, equilibrate e felici.  Accetta di essere imperfetta, adotta standard più fluidi e adatti a te e ti porrai anche nei confronti degli altri in modo più costruttivo.

Cosa fare da subito? Scegliere alcune attività della propria vita per le quali lo standard 100% è fuori luogo/impossibile/inutile. Adottare per quelle uno standard più ragionevole, senza sensi di colpa, avendo capito che la perfezione 100% è una bufala.

Questo post è tratto dalla serie di articoli usciti su Forbes (Success Tips for Women in Business di Denise Restauri) dedicati alle donne che lavorano e cercano di farcela per sè stesse e per ribilanciare il genere nella leadership portando elementi di leadership femminile dove servono.

Fai più di quello che sai – Consiglio N.1

domoreHo trovato su Forbes una serie di consigli rivolti alle donne che cercano di sfangarla nel mondo del lavoro, avendo successo ma senza uscirne matte. Propongo, a cominciare da oggi, una mia breve sintesi di ciascuno con relativa vignetta.

Inizio dal consiglio N.1  (l’ordine dell’elenco non è casuale): fare più di quello che si sa fare, cioè  non farsi limitare e frenare dalla paura di sbagliare (timore più diffuso nella popolazione feminile che in quella maschile).

Avere fifa è normale, ma….Di fronte a una sfida, avere timore di sbagliare e paura di buttarsi è naturale, ma siamo noi che decdiamo come reagire alla paura.

La maggior parte degli errori sono un modo per apprendere e non hanno grandi conseguenze negative (questo consiglio non si applica alle neurochirurghe, alle pilote di aerei linea e ad alcune altre selezionate categorie). Chi si limita a fare le cose che sa fare, impara meno e diventa sempre più timoroso di commettere errori.

Cosa fare da subito? 1) Coltivare la convinzione di potersela sempre cavare, anche facendo cose che non sappiamo fare. Credere in se stesse  determina il “posto nel mondo” che occupiamo e influenza la percezione degli altri. 2) prendere qualche rischio in più.

Questo post è tratto dalla serie di articoli usciti su Forbes (Success Tips for Women in Business di Denise Restauri) dedicati alle donne che lavorano e cercano di farcela per sè stesse e per ribilanciare il genere nella leadership portando elementi di leadership femminile dove servono.

Il New Deal? Sono le donne

RooseveltNewDeal_LGCon una allusione non proprio criptata, qualche giorno fa il Financial Times intitolava un interessante articolo: “America’s female labour force needs a new deal” . Il nuovo accordo invocato dal giornale britannico per la forza lavoro femminile americana prevede maggiori tutele (congedo di maternità obbligatorio, in primis), ma il riferimento ovvio è al New Deal, cioè agli interventi promossi dal presidente americano Delano Roosevelt per risollevare gli USA dalla grande depressione economica. La tesi dell’articolo infatti è che non c’è modo più diretto e facile per aumentare la crescita dell’economia senza alimentare inflazione che attirare e trattenere più donne nella forza lavoro. Non c’è bisogno di scavare buche e riempirle, c’è una soluzione più semplice.

L’articolo senza troppi giri di parole chiama in causa le grandi aziende perché usino il proprio potere di influenza (e non solo quello) per migliorare le condizioni delle lavoratrici. Alcune aziende hanno fatto passi simili. Microsoft, per esempio, impone ai fornitori di concedere ai dipendenti il congedo per malattia (anche questo è lasciato dalla legge americana a discrezione del datore di lavoro). La Apple di Tim Cook (noto per il suo coming out) ha preso posizione a favore dei diritti dei gay. Sarebbe ora che le grandi aziende appoggiassero i diritti delle donne perché non farlo costa caro alla società e al business.

Quando i forti mostrano i muscoli facendo richieste non negoziabili ai più piccoli, normalmente non suscitano una grande simpatia.  Ma non dimentichiamo che il potere è come un coltello, che si può usare per imburrare il pane o per tagliare la gola a qualcuno. Usato bene, può far fare passi da gigante a una buona causa. Anche da noi la classe dirigente dovrebbe appoggiare la partecipazione delle donne alla forza lavoro in modo fattivo e anche da noi dovrebbero essere le aziende più avanzate a tracciare la strada.

Stasera mi butto – Le sfide della leadership al femminile – Pillola N. 2

tattoo2Essere fearless, cioè privi di paura, è un importante denominatore comune delle persone di successo. Se pensavate che fosse l’intelligenza o l’abilità, ripensateci.

E’ stato detto che “i leader sono dei visionari con un senso della paura poco sviluppato e nessuna idea delle alte probabilità di insuccesso”. Se essere buoni leader è qualcosa di più rispetto ad avere visione e coraggio, è però vero che senza la presenza di questi due ingredienti è difficile che la leadership si possa esprimere.

In pratica, essere fearless, consiste nel non avere paura di sbagliare, di prendere dei rischi, di fare le cose diversamente, di far arrabbiare qualcuno perché non si segue una procedura e di violare lo status quo.

Il coraggio di “buttarsi” non è solo incoscienza del pericolo e non è solo una caratteristica innata. Si può imparare, ma richiede anzitutto un cambiamento di mentalità:

  1. Bisogna smettere di misurare il successo come assenza di insuccessi. Il successo è, se ci pensate, solo il numero di volte che abbiamo avuto successo. L’assenza di sconfitte è una misura molto meno interessante e, infatti, poco usata da chi se ne intende. Anche perché caratterizzia sia le persone “con super-poteri” (quelli che non sbagliano un colpo), sia quelli che non fanno mai nulla (o fanno solo le poche cose che sanno fare bene)…
  2. Il fatto di “buttarsi”provando tante cose, aumenta sia il numero degli insuccessi sia quello dei successi (è un fatto statistico). Tuttavia, di solito, aumentano più che proporzionalmente i successi perché…
  3. Sbagliando si impara. Non è solo un antico detto. Gli errori sono in cima alla classifica per la capacità di insegnarci cose nuove.
  4. Il successo non arriva sempre bello pronto, impacchettato e infiocchettato. A volte arriva proprio dal fallimento di qualcosa che ci fa venire un’idea nuova (il caso che si cita sempre è quello dei post-it: la colla usata fu un insuccesso perché i pezzettini di carta gialli potevano essere facilmente staccati…). Ecco, riconoscere una innovazione mascherata da insuccesso, è molto utile.

 

Non ci crederete, ma sono daccordo con Marissa

marissa-mayerMarissa Mayer è la  CEO di un’azienda importante (Yahoo!), che si sta reinventando per sopravvivere e che deve ancora fronteggiare parecchie sfide non ovvie per farcela. Vorrebbe potersi dedicare solo al suo lavoro lasciando le grandi battaglie civili ad altri. Come sappiamo, però, concentrarsi sul lavoro non domestico per noi donne è considerato uno zelo eccessivo e fuori luogo, da sanzionare con l’antipatia e l’accusa di egoismo.  

Il caso a cui mi riferisco è stato innescato da una delle tante interviste rilasciate dalla CEO di  Yahoo! (tutte accolte da cori di WOW, perché lei è una contrarian quindi, al di là della posizione ricoperta che la mette sotto i riflettori, appena parla, ma anche senza parlare,  suscita un vespaio), quella firmata dalla brava Marta Serafini, che era in prima pagina sul Corriere della Sera di ieri 18/6. Il titolo la dice tutta: “La disparità esiste, ma io penso a lavorare”.

Serafini fa il suo mestiere di giornalista e quindi tende il trappolone. Le chiede: “Spesso alle donne che arrivano al potere viene rimproverato di non fare abbastanza per le altre…lei ha abolito il telelavoro…pensa ad altre soluzioni che favoriscano la parità?” Mayer non fa un plissé e risponde:“Ho deciso di non curarmi delle critiche. Ho abolito il telelavoro ..perché non stava dando i risultati….“.

Ovviamente, quando ha abolito lo smart-work in Yahoo! mi sono incavolata come tutti, però: 1) ammiro che non tema le critiche 2) mi domando perché le donne debbano rendere conto di tutto diversamente dagli uomini? Un uomo che dice: “mi occupo dell’azienda che guido” (tanto più se occorre salvarla, come è stato il caso di yahoo!)  viene osannato. E’ uno che ha a cuore l’azienda che gestisce. E’ l’uomo giusto, quello che ci salverà. Se lo fa una donna, è insensibile perché dovrebbe pensare a tutta l’umanità. La sua missione reale, evidentemente, non è quella di cui rende conto agli azionisti, alla borsa e ai portatori di interesse in generale, è di aiutare il prossimo. Tanto più se è una simile, cioè una donna. Questo è il doppio standard, deriva dallo stereotipo femminile altruistico, che ben conosciamo, ma che dobbiamo iniziare a smascherare.

Serafini prova a metterla in corner e incalza:”Quindi la disparità di genere non le interessa?”. Marissa risponde: “Al contrario, il gender gap è un tema importante…ma per il momento mi devo focalizzare sul mio compito di amministratore delegato“.

Il gender gap a me sta molto a cuore, ma perché Marissa, con tutte le grane e le sfide che ha, se ne dovrebbe occupare? Perché la leadership femminile a taglia unica della Sandberg (che invece ha fatto dell’empowerment femminile il suo argomento-firma) deve essere l’unica possibile? A Jobs chiedevano se voleva anche lui salvare il mondo dalla malaria come Gates? O lo lasciavano esprimere il suo talento a modo suo e gli chiedevano della prossima generazione di smartphone?

Se invece di Marissa fosse stato un uomo alla guida di Yahoo!, un’azienda in turn-around,  le avrebbero chiesto: “Cosa fa per rendere il mondo un posto migliore? Non credo.

Forse, pur mostrando così poca empatia verso tutte le altre donne, Marissa le sta in realtà aiutando. Perché afferma il sacrosanto principio che abbiamo il diritto di essere noi stesse, anche a costo di non piacere. E che, se siamo CEO, vogliamo fare il nostro lavoro e parlare di strategia (ma non troppo, perché non tutto si può rivelare).