La minaccia dello stereotipo: se la conosci la eviti

Marissa Mayer (ex-CEO di Yahoo), quando le chiesere come si sentisse a essere l’unica donna in un mondo tech popolato praticamente solo da uomini, famosamente rispose:” I didn’t notice” (“non me ne sono accorta”). La risposta, a prima vista, sembra una negazione del problema, fa imbestialire e risulta ancora più antipatica perché proviene da una donna arrivata. Ma forse era solo una strategia di coping.

Al cuore della questione c’è un un meccanismo che gli psicologi chiamano “minaccia dello stereotipo” (stereotype threat). Come funziona? Se si appartiene a un gruppo su cui esiste uno stereotipo negativo (ad esempio le donne rispetto alle materie e professioni STEM) e se ci si identifica in quel gruppo, la performance tende ad adeguarsi allo stereotipo negativo (nell’immagine è riportata la dinamica). Molti esperimenti hanno dimostrato questo l’effetto e sappiamo che affligge praticamente tutti, relativamente alla caratteristica per cui sono negativamente stereotipati, se questa viene ricordata all’inizio della prova. Per esempio gli anziani fanno meno bene i test di memoria a breve se percepiscono la minaccia dello stereotipo. I ragazzi occidentali che competono con quelli orientali nei test di matematica li fanno meno bene se all’inizio si è ricordato loro che sono occidentali. E così via. Il calo di performance avviene a causa dello stress, della concentrazione (ansiosa) sulla propria performance e dello sforzo richiesto per “cacciare via” pensieri negativi. E’ importante sottolineare che a causa di questo effetto si riduce la performance oggettiva e la profezia si auto-avvera, confermando la falsa premessa.

In molti stiamo cercando di sensibilizzare aziende e scuole su questo effetto, ma ci vorrà del tempo per eradicare gli stereotipi negativi e i loro effetti. Nel frattempo, forse, la strategia di Marissa Mayer non è così male. Conosceteli, poi ignorateli. 

Le #ragazzeombrello

Già crudelmente soprannominate le #ombrelline, le #ragazzeombrello sono, come ormai tutti sanno, le volontarie che durante la manifestazione tenutasi a Sulmona hanno riparato dalla pioggia e dal sole i panelist,  uomini naturalmente.

Al giorno d’oggi avere un all male panel  è anacronistico al punto di essere oggetto di burla (esiste addirittura un  sito per segnalare fotograficamente e mettere alla berlina questo tipo di situazione). E’ giusto sanzionarlo con la disapprovazione, in modo che la prossima volta si sforzino un pò di più nel cercare donne per il loro panel. Se a questo si aggiunge che a Sulmona tutte le persone che reggevano l’ombrello erano donne, abbiamo fatto l’en-plein di stereotipi: le donne in posizione ancillare e gli uomini nella posizione di potere. Il fatto che gli organizzatori minimizzino l’accaduto (a loro la situazione non è apparsa stridente, retrograda, ridicola, bensì naturale) è la dimostrazione di quanto radicati siano i pregiudizi inconsci. Tutto è stato volontario, insistono nel dire: le ragazze sul palco non erano schiave in catene, si sono offerte spontaneamente. E veniamo così al punto cruciale.

Perché per un ruolo di supporto come reggere gli ombrelli si sono fatte avanti solo donne? Non succede così anche nelle organizzazioni? Quando c’è qualche lavoro ingrato da fare (quelli che sono stati definiti disappearing acts, lavori utili ma che “scompaiono” e non danno luogo a riconoscimenti) sono le donne che scattano. C’è da fare una fotocopia, da servire i caffè, da rispondere al citofono fuori orario di centralino? Potete giurare che le donne si fanno in quattro per rendersi utili. Non è certo colpa delle donne avere questo riflesso, ci deriva dagli stereotipi di genere che ci sono stati inoculati fin da quando eravamo piccole, ma è un pò colpa nostra se cediamo all’impulso senza pensare.

Mentre tutte ci diamo da fare per cambiare il mondo e far avanzare la leadership femminile, per favore non offritevi volontarie per questi ruoli. Fate danno a voi stesse e a tutte le altre donne. Non diventiamo complici, saliamo sui palchi per dire la nostra opinione e non per reggere ombrelli. Questi gesti simbolici contano eccome (infatti sono gli uomini a dire che non è nulla #staywoke).

Storytelling a supporto del proprio brand

Ho scritto altre volte dell’importanza, in particolare per noi donne, di fare self-branding cioè di gestire l’impressione che le persone hanno delle nostre competenze e delle nostre caratteristiche personali.

Una volta compresa e messa bene a punto la propria marca (brand positioning), il successo dipende da quanto efficacemente la si comunica. Questo per molte persone è un punto delicato perché parlare di sé non viene facile a tutti. In particolare, molte donne, quando si tratta di convogliare l’idea che sono brave, sembra che perdano il dono della parola. Sappiamo bene che è l’effetto, subdolo ma forte, dello stereotipo femminile che ci suggerisce di stare dietro le quinte, di non darci troppa importanza e di esprimere una signorile modestia.

Dobbiamo però farcene una ragione, per farsi percepire dagli in un modo che  “calamiti” le opportunità che si cercano, quindi anche per fare carriera e avere successo, bisogna dire le cose giuste di noi stesse e in un modo che colpisca. Raccontare  episodi della nostra vita professionale sotto forma di storie, tecnica che viene chiamata storytelling, è molto utile nella gestione del proprio personal brand. Infatti, la mente umana ricorda le storie molto meglio di quanto ricordi fatti e numeri e comprende le informazioni convogliate dalla storia a un livello più profondo di quanto avvenga se queste non sono legate da una buona narrazione. Attenzione però: le storie devono essere veritiere, fedeli ai fatti. L’unica cosa che si può (e si deve) fare è aggiungere le emozioni, le spiegazioni,  il contesto e la morale (intesa come principio generale illustrato dalla storia).

L’insieme delle storie che raccontiamo di noi raccontano la nostra storia. Scegliamo quelle giuste, cioè coerenti con la nostra marca, e facciamole diventare un racconto che si “appiccichi” nella testa di chi vogliamo colpire e interessare. Il consiglio è di iniziare a scrivere gli episodi professionali che illustrano meglio il nostro professional brand,  poi di provare a fari diventare una storia appassionante, infine di esercitarsi a raccontarla con la sapienza di un cantastorie.

Problemi intorno al tavolo

Sheryl Sandberg, esperta di leadership femminile oltre che COO di Facebook, nel suo libro Facciamoci Avanti, invita le donne a «sedersi al tavolo» cioè ad occupare il posto che spetta loro, per competenza e ruolo, nelle sedi in cui si discute e si decide.  E’ un consiglio fondamentale, ma  devo fare un’aggiunta.  E’ vero che spesso le donne sono disposte a restare nell’ombra, svolgendo lavori indispensabili e di valore, senza reclamare il posto intorno al tavolo che hanno meritato, ma c’è anche un altro problema. Che si manifesta intorno al tavolo.

Le donne, in un contesto in prevalenza maschile, si esprimono meno degli uomini (i ricercatori della Brigham Young University e di Princeton, in un famoso studio hanno rilevato che nelle riunioni le donne hanno preso la parola per meno del 75% dei colleghi di genere opposto). Stare zitte in riunione può farci scambiare per poco brillanti, disinteressate, con poche idee e poco coraggio delle nostre opinioni. E’ una delle mosse più auto-limitanti per la carriera, un lento ma infallibile karakiri. Come non bastasse, è anche frustrante e non aiuta a crescere professionalmente che richiede di confrontarsi con gli altri, sostenendo le proprie idee ma ascoltando punti di vista diversi.

E allora perché le donne lo fanno? Per varie ragioni, tutte superabili:

  1. Veniamo ignorate o prese poco sul serio. Pregiudizi più o meno inconsci fanno sì che, inizialmente, ci ascoltino poco e/o non ci diano la parola. A volte capita che quello che abbiamo detto noi (forse un pò titubanti) venga riproposto (senza i crediti dovuti), dopo qualche minuto, da un uomo e tutti si trovino d’accordo con lui. Rimedio: bisogna persistere, ignorando di essere ignorate, continuando a parlare come se quello che stiamo dicendo fosse molto importante e tutti pendessero dalle nostre labbra mentre la tendenza sarebbe di perdere fiducia in sé e rifletterlo nel tono e nel modo con cui ci si esprime (se sviluppate questa capacità vi sarà utilissima perché è un pilastro dell’executive presence). Dopo un pò di tempo gli uomini si abituano.
  2. Parliamo solo se siamo esperte. Le donne prendono la parola quando sono le massime autorità del tema che viene discusso e se sono certe di non poter essere smentite. Di cosa abbiamo paura? Di essere contraddette, di contraddire, di suonare banali o saccenti, di oscurare qualcuno o di finire troppo sotto i riflettori. Rimedio: 1) ricordarsi che abbiamo un cervello che funziona e ci permette di intervenire anche su questioni di cui non siamo le massime esperte che la nostra opinione è degna di essere
    ascoltata e non siamo una cittadine di serie B  nella nostra organizzazione 2) tenere presente che se si interviene con autorevolezza, in modo conciso e chiaro, non si può fare alcun danno. Il più delle volte è vero il contrario.
  3. Ci manca lo scatto. Inserirsi in una discussione destrutturata e animata richiede la capacità di sovrastare gli altri (con la comunicazione non verbale e para-verbale anzitutto) e grande tempestività. Se non prendiamo subito la parola, va a finire che perdiamo il giro. Rimedio: Dato che questa velocità  richiede
    un allenamento che molte di noi non hanno, bisogna allenarsi. Chiedete la parola e, mentre ve la danno (cosa che, non temete, non sarà istantanea), raccogliete le idee. Ottenuta l’attenzione, fate le vostre considerazioni. Con calma e gravitas.

Un ultimo appello: non sotto-valutate mai l’importanza di esprimere la vostra opinione, non solo per la vostra carriera, ma per la vostra organizzazione che ha bisogno di punti di vista diversi. Il group-think fa più danni della grandine, non rendiamoci complici.

 

Cambiare brand (non Brad) come Angelina Jolie

Il tema di come fare re-branding di se stesse, cioè di come cambiare il modo in cui gli altri ci percepiscono è molto gettonato perché, per mille ragioni, a volte ci si trova intrappolate in un ruolo che ci va stretto o siamo etichettate in un modo che non ci corrisponde più. Come si fa a cambiare l’impressione che gli altri hanno di noi?

Angelina Jolie ha dato esempio di un riposizionamento che assomiglia a un carpiato, passando da essere vista come “pupa che accende” e attrice straricca e acclamata a ambasciatrice dell’ONU molto impegnata nel sociale. Direte che quando ci si chiama Angelina tutto è più semplice, ma, se ci pensate, è anche più complicato. La sua perseveranza e coerenza nel perseguire il nuovo ruolo è stata notevole consentendole di scaricare, in pochi anni di duro lavoro, il suo vecchio e consolidato brand (e anche il suo Brad; forse le due cose sono collegate).

Torniamo a noi, con tre consigli della coach Caroline Ceniza-Levine:

1) Sfruttate a vostro vantaggio le vostre altre identità. Siete una fund-raiser per una onlus? Siete nel Consiglio d’Istituto della scuola di vostra figlia? Gestite una squadra amatoriale di pallavolo? Siete capo-progetto di un’iniziativa non profit? Sfruttate l’identità, tra le tante, che mette meglio in luce quello che siete.

2) Concentratevi sul punto a cui volete arrivare, non su dove siete adesso.  Spesso, per consuetudine, mancanza di coraggio o il troppo poco credito che diamo ai nostri sogni,  nel nostro curriculum vitae enfatizziamo le esperienze professionali pregresse anche quando c’entrano poco con il cambiamento che abbiamo in mente di fare. Sarebbe meglio costruire una nuova narrazione (più rischiosa, certo) incentrata su esperienze che supportano quello che vogliamo fare da adesso in poi.

3) Allargare il proprio network per allargare la propria marca. Chi vi conosce da tempo farà più fatica a vedervi in una nuova luce (voi state cambiando, magari loro no). Se frequentate persone nuove potete esercitarvi nel vostro nuovo ruolo senza troppi condizionamenti e inibizioni e impossessarvi della parte.

Vietato rispondere Roger

walkie-talkie

“Roger” significa “ricevuto” nella procedura radiotelefonica in lingua inglese. Rispondere “Roger” è vietato ai piloti quando si tratta di comunicazioni importanti. In quel caso, si deve, per maggiore sicurezza, ripetere il messaggio ricevuto (per assicurare la comprensione esatta). Giustamente, perché per aria i malintesi sono pericolosi. Anche nelle organizzazioni.

Il rimedio? Certamente, tenere presenti alcune differenze di genere nella comunicazione aiuta. Sono generalizzazioni e come tali vanno verificate caso per caso, ma possono fornire una interessante chiave di lettura.  Ma, soprattutto, occorre verificare di aver capito. Vietato dire “Roger”.

Secondo Debra Tannen’s (autrice di “You just don’t understand”), vanno conosciute alcune differenze fonti di possibili malintesi nella comunicazione tra uomini e donne. Ecco quelle chiave:

  • Quando parlate con un collega, un collaboratore o un capo che volete aiutare, non dite. “Ti voglio aiutare” perché agli uomini non piace (avete notato la bassa frequenza con cui gli uomini chiedono indicazioni stradali?). Se lo volete aiutare, meglio dire: “Voglio lavorare insieme a te su questo problema”. Le donne accettano più volentieri un aiuto, ma spesso lo chiedono in maniera così indiretta che non viene percepito come una richiesta da parte di un uomo (la conseguenza può essere che la donna ritenga di essere stata ignorata nella richiesta di aiuto e provi risentimento).
  • Gli uomini parlano più spesso delle donne  per negoziare e mantenere il loro status. Le donne parlano più spesso degli uomini per creare relazioni e avvicinarsi agli altri. Gli uomini tendono ad avere più conversazioni incentrate sui contenuti o sul potere.
  • Le donne usano più parole per esprimersi e più spesso degli uomini seguono un flusso di coscienza nel raccontare quello che hanno in mente. Gli uomini scherzano e usano il sarcasmo anche su argomenti sensibili, urtando la suscettibilità delle donne.
  • Gli uomini si scusano meno delle donne (e forse meno di quanto dovrebbero). Le donne si scusano anche troppo.
  • I segnali dati con il linguaggio corporale sono differenti, gli uomini, per esempio, riescono a fare meglio la “faccia da poker”, mentre le espressioni facciali delle donne spesso rivelano ciò che provano in quel momento. Gli uomini si muovono meno delle donne e tendono ad arretrare maggiormente quando ascoltano (entrambe le cose trasmettono maggiore gravitas). Le donne tendono ad annuire quando stanno ricevendo e processando l’informazione che ricevono, non solo quando sono d’accordo (come dire “Roger”). Per gli uomini, se annuite esprimente consenso con quello che si sta dicendo.
  • Le donne cercano più degli uomini il consenso quando devono prendere una decisione, quindi chiedono più pareri (a 360°: collaboratori, capi, colleghi). Gli uomini amano decidere indipendentemente e possono scambiare la richiesta di opinioni delle donne come insicurezza e scarsezza di idee proprie.

Lost in translation

lost-in-translationLa lingua franca del lavoro non ha genere neutro. Gli uomini, sovra-rappresentati in posizione di leadership e nel mondo del lavoro, hanno stabilito un codice di comunicazione che rispecchia il loro modo di comunicare.  Meglio conoscere bene questa lingua e sapere che nelle traduzioni si possono perdere o travisare significati. Ecco tre esempi:

Diamo significati diversi al  sì. Per gli uomini «sì vuol dire sì», noi donne tendiamo a insistere per assicurarci che chi abbiamo davanti sia convinto al 100%. A volte, parlando, troppo facciamo venire il dubbio a chi non lo aveva. Hai ottenuto un sì? Rispondi “Ottimo” oppure “Ottimo, grazie” e passa al tema successivo).

Diamo significati diversi al  no. Per gli uomini ha un significato più relativo e meno definitivo che per noi. Vuol dire che in quel momento la risposta è no, ma si può provare a chiedere nuovamente in un secondo momento o in diverse circostanze. Impariamo anche a non deprimerci per una parata, la partita continua.

Attenzione al significato del verbo «sperare». Posso essere d’accordo con voi che la speranza è una cosa molto bella, ma fate attenzione a usare il verbo sperare quando parlate con capi, colleghi e clienti di genere maschile. Per loro è troppo blando e tiepido. Non trasmette l’idea che potreste battervi per un obiettivo se sperate di raggiungerlo. «La speranza», osserva Linda Evans, «è per le cenerentole.» E le non-cenerentole che verbo usano? Il verbo volere, per esempio.