Airbnb raddoppia la presenza femminile in un anno

L’anti-Uber, dal punto di vista della diversità di genere, è Airbnb. Se Uber è diventato sinonimo del maschilismo sfacciato della Silicon Valley (con il caso della dipendente molestata, ma anche con pochissime donne nei ruoli tech), Airbnb  si è mossa con determinazione per aumentare la presenza femminile.

Tutto il settore tech è carente di talenti femminili, ma le start-up della Silicon Valley sono anche peggio del resto (solo il 23% di presenza femminile, contro il 36% del settore, secondo il Financial Times).

Avere più donne è un obiettivo che molti nel settore tech dichiarano, ma di fronte al quale si mostrano troppo rapidamente rinunciatari. Finalmente qualcuno ha dimostrato che rammaricarsi non serve, mentre funziona bene analizzare la situazione e agire con determinazione. Airbnb, accortasi di avere solo il 10% di donne tra i nuovi assunti, ha deciso di porre rimedio. Grazie ad un’analisi approfondita della situazione (fatta dai loro data scientist) Airbnb ha capito in quali punti del processo le donne venivano escluse o incontravano difficoltà a causa del genere ed è intervenuta. In un anno la percentuale di donne è passata dal 15 al 30, cioè è raddoppiata. A dimostrazione del fatto che la volontà e le analisi funzionano bene anche quando si tratta di aumentare la presenza femminile, esattamente come funzionano per fare tutto il resto.

Leggete tutta la storia su: https://www.ft.com/content/6ae56540-0f62-11e7-b030-768954394623 

 

Storytelling a supporto del proprio brand

Ho scritto altre volte dell’importanza, in particolare per noi donne, di fare self-branding cioè di gestire l’impressione che le persone hanno delle nostre competenze e delle nostre caratteristiche personali.

Una volta compresa e messa bene a punto la propria marca (brand positioning), il successo dipende da quanto efficacemente la si comunica. Questo per molte persone è un punto delicato perché parlare di sé non viene facile a tutti. In particolare, molte donne, quando si tratta di convogliare l’idea che sono brave, sembra che perdano il dono della parola. Sappiamo bene che è l’effetto, subdolo ma forte, dello stereotipo femminile che ci suggerisce di stare dietro le quinte, di non darci troppa importanza e di esprimere una signorile modestia.

Dobbiamo però farcene una ragione, per farsi percepire dagli in un modo che  “calamiti” le opportunità che si cercano, quindi anche per fare carriera e avere successo, bisogna dire le cose giuste di noi stesse e in un modo che colpisca. Raccontare  episodi della nostra vita professionale sotto forma di storie, tecnica che viene chiamata storytelling, è molto utile nella gestione del proprio personal brand. Infatti, la mente umana ricorda le storie molto meglio di quanto ricordi fatti e numeri e comprende le informazioni convogliate dalla storia a un livello più profondo di quanto avvenga se queste non sono legate da una buona narrazione. Attenzione però: le storie devono essere veritiere, fedeli ai fatti. L’unica cosa che si può (e si deve) fare è aggiungere le emozioni, le spiegazioni,  il contesto e la morale (intesa come principio generale illustrato dalla storia).

L’insieme delle storie che raccontiamo di noi raccontano la nostra storia. Scegliamo quelle giuste, cioè coerenti con la nostra marca, e facciamole diventare un racconto che si “appiccichi” nella testa di chi vogliamo colpire e interessare. Il consiglio è di iniziare a scrivere gli episodi professionali che illustrano meglio il nostro professional brand,  poi di provare a fari diventare una storia appassionante, infine di esercitarsi a raccontarla con la sapienza di un cantastorie.