Problemi intorno al tavolo

Sheryl Sandberg, esperta di leadership femminile oltre che COO di Facebook, nel suo libro Facciamoci Avanti, invita le donne a «sedersi al tavolo» cioè ad occupare il posto che spetta loro, per competenza e ruolo, nelle sedi in cui si discute e si decide.  E’ un consiglio fondamentale, ma  devo fare un’aggiunta.  E’ vero che spesso le donne sono disposte a restare nell’ombra, svolgendo lavori indispensabili e di valore, senza reclamare il posto intorno al tavolo che hanno meritato, ma c’è anche un altro problema. Che si manifesta intorno al tavolo.

Le donne, in un contesto in prevalenza maschile, si esprimono meno degli uomini (i ricercatori della Brigham Young University e di Princeton, in un famoso studio hanno rilevato che nelle riunioni le donne hanno preso la parola per meno del 75% dei colleghi di genere opposto). Stare zitte in riunione può farci scambiare per poco brillanti, disinteressate, con poche idee e poco coraggio delle nostre opinioni. E’ una delle mosse più auto-limitanti per la carriera, un lento ma infallibile karakiri. Come non bastasse, è anche frustrante e non aiuta a crescere professionalmente che richiede di confrontarsi con gli altri, sostenendo le proprie idee ma ascoltando punti di vista diversi.

E allora perché le donne lo fanno? Per varie ragioni, tutte superabili:

  1. Veniamo ignorate o prese poco sul serio. Pregiudizi più o meno inconsci fanno sì che, inizialmente, ci ascoltino poco e/o non ci diano la parola. A volte capita che quello che abbiamo detto noi (forse un pò titubanti) venga riproposto (senza i crediti dovuti), dopo qualche minuto, da un uomo e tutti si trovino d’accordo con lui. Rimedio: bisogna persistere, ignorando di essere ignorate, continuando a parlare come se quello che stiamo dicendo fosse molto importante e tutti pendessero dalle nostre labbra mentre la tendenza sarebbe di perdere fiducia in sé e rifletterlo nel tono e nel modo con cui ci si esprime (se sviluppate questa capacità vi sarà utilissima perché è un pilastro dell’executive presence). Dopo un pò di tempo gli uomini si abituano.
  2. Parliamo solo se siamo esperte. Le donne prendono la parola quando sono le massime autorità del tema che viene discusso e se sono certe di non poter essere smentite. Di cosa abbiamo paura? Di essere contraddette, di contraddire, di suonare banali o saccenti, di oscurare qualcuno o di finire troppo sotto i riflettori. Rimedio: 1) ricordarsi che abbiamo un cervello che funziona e ci permette di intervenire anche su questioni di cui non siamo le massime esperte che la nostra opinione è degna di essere
    ascoltata e non siamo una cittadine di serie B  nella nostra organizzazione 2) tenere presente che se si interviene con autorevolezza, in modo conciso e chiaro, non si può fare alcun danno. Il più delle volte è vero il contrario.
  3. Ci manca lo scatto. Inserirsi in una discussione destrutturata e animata richiede la capacità di sovrastare gli altri (con la comunicazione non verbale e para-verbale anzitutto) e grande tempestività. Se non prendiamo subito la parola, va a finire che perdiamo il giro. Rimedio: Dato che questa velocità  richiede
    un allenamento che molte di noi non hanno, bisogna allenarsi. Chiedete la parola e, mentre ve la danno (cosa che, non temete, non sarà istantanea), raccogliete le idee. Ottenuta l’attenzione, fate le vostre considerazioni. Con calma e gravitas.

Un ultimo appello: non sotto-valutate mai l’importanza di esprimere la vostra opinione, non solo per la vostra carriera, ma per la vostra organizzazione che ha bisogno di punti di vista diversi. Il group-think fa più danni della grandine, non rendiamoci complici.

 

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

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