Troppo brave per avere successo

meritocracy-coverDopo che ci hanno fatto mandare giù il “troppo grandi per fallire”, era chiaro che avremmo ingoiato di tutto. Ma ecco un altro paradosso, che quasi non ci stupisce tanto siamo assuefatti a una meritocrazia zoppicante, e dovrebbe invece far pensare.

Il FT di oggi (18 Stettembre 2015, “Put women at the top and lift hedge funds higher”) cita i dati appena resi pubblici da HFR: i fondi hedge gestiti o di proprietà di donne hanno battuto la media del settore su base annua, triennale e quinquennale. Dal 2007, hanno dato un rendimento del 59% (la media è stata 37%). E non è un caso: c’è evidenza che le donne siano migliori nella gestione del rischio. Eppure, le donne al vertice di questi fondi sono solo 60 su 2000 (circa 3%).

Possiamo fare spallucce, dire chissà-come-mai, ipotizzare che le donne non amino la finanza. Oppure possiamo farci domande serie sulla meritocrazia e sui pregiudizi impliciti.

 

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

2 Responses to Troppo brave per avere successo

  1. Mario Pennacchioni scrive:

    Le interpretazioni che si possono dare guardando i numeri solo da una parte possono essere fuorviate da pregiudizi di varia natura. Nell’esempio che lei ha preso dal FT la situazione potrebbe essere quella da lei implicitamente ipotizzata, ma ci potrebbero essere anche altre interpretazioni. Ad esempio qual è la numerosità assoluta dei fondi gestiti o posseduti da maschi rispetto a quelli gestiti o posseduti da donne? Se la differenza percentuale è molto elevata, come potrebbe essere ragionevole supporre, un’altra spiegazione potrebbe essere la seguente: “i maschi che entrano in tale arena ritengono orgogliosamente di essere particolarmente capaci, ma in realtà a quelli veramente bravi se ne affiancono anche altri che sono decisamente incompetenti; mentre le donne, più umilmente, hanno una maggiore consapevolezza dei loro limiti e qualità e quindi quelle che entrano in questo campo sono mediamente più capaci degli uomini grazie a questa autovalutazione più oggettiva.

    In conclusione anche i numeri non vanno guardati solo dal lato maschile (appunto “i numeri”), ma anche dal lato femminile (“le numere”).

  2. Odile Robotti scrive:

    Prima cosa, felice che un uomo legga questo blog.
    Seconda cosa, cerco di fare dei titoli un pò “catchy” a discapito del rigore nel messaggio.
    Terza cosa, l’interpretazione che Lei da è tra le spiegazioni plausibili e personalmente credo Lei abbia ragione: c’è un fenomeno di auto-selezione che funziona diversamente per uomini e donne. Tuttavia, resta la domanda: non sarebbe meglio che alcune donne, un po’ meno brave delle bravissime che si sono auto-selezionate e hanno passato i vari “cerchi di fuoco”, ma comunque più brave dei colleghi uomini di minor potenziale, entrassero negli hedge funds (e in generale nel mondo del lavoro)?
    Le donne, lo dicono molti esperimenti, tendono a sotto-stimare le proprie capacità (non siamo oggettive nemmeno noi) e questo non aiuta. Aggiungiamo che molti ambienti di lavoro non risultano invitanti per le donne, che il campo di gioco non è livellato e le prospettive di carriera non sono uguali (nella realtà, al di là delle dichiarazioni di intenti). Se però si vuole essere meritocratici e avere i talenti migliori nelle organizzazioni, bisognerebbe lavorare per migliorare questa situazione, non solo prenderne atto.

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