Abrasiva

spugna-abrasiva-confda-20-pzProvate a indovinare una parola che ricorre molto più frequentemente nelle valutazioni di performance delle donne rispetto a quelle degli uomini.  Grazie a una linguista,  Kieran Snyder, che ha svolto una indagine su circa 250 valutazioni di performance   (svolte in aziende di ogni dimensione negli USA), sappiamo quale sia: è abrasiva.

Mentre pare sia roba di tutti i giorni per noi donne esserlo (compare in 71 delle 94 valutazioni critiche), la critica non viene normalmente rivolta agli uomini. E’ perché sono meno abrasivi? Probabilmente no, è solo che per un uomo essere abrasivo è “meno grave” che per una donna (per noi questo tratto non si concilia con lo sterotipo femminile). La famosa asticella che per noi si alza quando saltiamo, in questo caso è una soglia di tolleranza che si abbassa quando dobbiamo essere giudicate.

Il fenomeno è così diffuso che ha pure un nome: The Double Bind. Il doppio vincolo a cui le donne devono prestare attenzione è di non essere troppo gentili (e rischiare di venire prese poco sul serio) nè troppo assertive (e essere giudicate abrasive). E’ una finestra molto stretta, meglio saperlo e diventare contorsioniste.

Più in  generale, come riportato nell’articolo (La parola che gli uomini non vedono mai nelle loro valutazioni della performance  uscito qualche tempo fa su Fast Company) solo il 58.9% delle valutazioni degli uomini contenevano feedback critico mentre mentre questo si verificava nell’ 87.9% delle valutazioni alle donne. E le critiche erano costruttive e più personali. Anche questo è da sapere. In questo caso per farsi crescere una corazza.

 

 

Un tasso di cambio sfavorevole: 78 centesimi per un dollaro

equal pay-heforsheAlcuni giorni fa ricorreva la giornata per la parità di retribuzione tra generi (Equal Pay Day) negli US . Anche se può stupire, le donne che lavorano guadagnano ancora il 78% di quello che guadagnano gli uomini, cioè incassano 78 centesimi di dollaro per ogni dollaro guadagnato da un uomo. Il dato, come qualsiasi dato “secco”, è una media e si basa su una serie di scelte nel calcolarlo. E’ un dato facile da criticare. Magari il differenziale è minore, ma nessuno nega che esista. Inoltre, potrebbe anche essere maggiore: sappiamo quanto sia difficile confrontare le total compensation di executive in posizioni apicali (anche a quei livelli vi è discriminazione).

Purtroppo il differenziale si manifesta subito: uno studio dell’American College Association ha rilevato che, a parità di tutte le altre condizioni, le ragazze neo-laureate guadagnavano il 7% in meno dei neo-laureati ad un anno dal diploma. Il punto quindi è che, maggiore o minore, questo differenziale esiste e si manifesta fin dall’ingresso nel mercato del lavoro ed è un disincentivo nell’attirare e trattenere le donne e nell’incoraggiarle a fare carriera. La parità di retribuzione e di prospettive di crescita professionale sono elementi basilari per supportare la leadership femminile e quindi l’auspicato  ribilanciamento di genere nella leadership. Molti uomini lo hanno capito per fortuna e quest’anno la campagna per la Equal Pay negli USA ha visto tanti uomini scendere in campo (molti hanno risposto all’appello di una not-for-profit  che chiedeva di fotografarsi con 78 centesimi in mano, come nella foto del post).

In Italia il differenziale retributivo di genere è inferiore perché lavorano meno donne (circa il 49%): essendo più selezionate, si orientano su lavori più qualificati e quindi meglio pagati. Il nostro migliore posizionamento nella classifica della parità retributiva è quindi purtroppo l’effetto “paradossale” del diverso mix di lavori svolti da uomini e donne e non una minore discriminazione.

Il New Deal? Sono le donne

RooseveltNewDeal_LGCon una allusione non proprio criptata, qualche giorno fa il Financial Times intitolava un interessante articolo: “America’s female labour force needs a new deal” . Il nuovo accordo invocato dal giornale britannico per la forza lavoro femminile americana prevede maggiori tutele (congedo di maternità obbligatorio, in primis), ma il riferimento ovvio è al New Deal, cioè agli interventi promossi dal presidente americano Delano Roosevelt per risollevare gli USA dalla grande depressione economica. La tesi dell’articolo infatti è che non c’è modo più diretto e facile per aumentare la crescita dell’economia senza alimentare inflazione che attirare e trattenere più donne nella forza lavoro. Non c’è bisogno di scavare buche e riempirle, c’è una soluzione più semplice.

L’articolo senza troppi giri di parole chiama in causa le grandi aziende perché usino il proprio potere di influenza (e non solo quello) per migliorare le condizioni delle lavoratrici. Alcune aziende hanno fatto passi simili. Microsoft, per esempio, impone ai fornitori di concedere ai dipendenti il congedo per malattia (anche questo è lasciato dalla legge americana a discrezione del datore di lavoro). La Apple di Tim Cook (noto per il suo coming out) ha preso posizione a favore dei diritti dei gay. Sarebbe ora che le grandi aziende appoggiassero i diritti delle donne perché non farlo costa caro alla società e al business.

Quando i forti mostrano i muscoli facendo richieste non negoziabili ai più piccoli, normalmente non suscitano una grande simpatia.  Ma non dimentichiamo che il potere è come un coltello, che si può usare per imburrare il pane o per tagliare la gola a qualcuno. Usato bene, può far fare passi da gigante a una buona causa. Anche da noi la classe dirigente dovrebbe appoggiare la partecipazione delle donne alla forza lavoro in modo fattivo e anche da noi dovrebbero essere le aziende più avanzate a tracciare la strada.