L’arte di piacere e il networking

??????????????????????????????????????????????????????????????Torno sull’argomento del networking professionale, già trattato a Il Tempo delle Donne, perché costruire reti professionali supporta la leadership femminile come poche altre cose.

L’approfondimento di oggi riguarda l’arte di piacere agli altri, cioè la capacità, in contesto professionale, di fare breccia in modo positivo al primo incontro.

L’articolo da cui prendo spunto, firmato da Jeff Haden, si intitola 6 habits of remarkably likeable people. Risponde alla domanda: “cosa fanno di diverso le persone che risultano gradevoli al primo colpo?” La risposta è: fanno 6 cose. Si legge in un attimo, ma sapendo che molte volte non avete neanche quello, eccole:

1) Hanno un non-verbale caldo e amichevole, rinunciando alle pose da persone potenti

Sono rilassate, protese verso l’interlocutore, sorridenti. Mostrano di essere felici di incontrare chi hanno davanti.

2) Conoscono e usano il “potere del tatto”

Toccare in modo gentile e culturalmente appropriato (ovviamente con maggiore attenzione quando l’interlocutore appartiene al genere opposto)  riduce le distanze e le barriere tra persone. Queste persone usano il tatto.

3) Vi fanno parlare di voi

Il Jiu-Jitsu, è l’antica arte di far parlare gli altri di se stessi senza che se ne rendano conto, cioè in modo naturale, interessato e non inquisitorio. Basta fare le domande giuste e ascoltare bene (Perché? Com’è andata?). E’ un modo di mettere l’interlocutore al centro della conversazione facendola/o sentire importante. Queste persone lo fanno sempre e con grazia.

4) Sono pronti a riconoscere i vostri meriti e lo fanno in modo autentico.

Sanno esprimere ammirazione genuina, senza per questo sentirsi sminuiti. Vi dicono “Brava! come hai fatto? Spiegami perchè piacerebbe anche a me…”. Vi fanno sentire una spanna più alte. Questo funziona sempre, l’unico punto di attenzione è l’autenticità: esprimere ammirazione va bene ma bisogna scegliere qualcosa, anche piccola, su cui ci sia veramente.

5) Non hanno fretta di chiedere.

Di solito iniziano loro a offrire aiuto su qualcosa. Dopo essersi focalizzati su di voi cercano anche di darvi una mano. Il tempo di restituzione del favore verrà naturalmente.

6) Chiudono la conversazione in modo da volorizzare l’interlocutore

La prima impressione è importante, ma anche l’ultima. Le persone che piacciono chiudono con un sincero apprezzamento dell’interlocutore (“Mi ha fatto veramente piacere conoscerti”, “E’ stato molto interessante chicchierare con lei”). Notate che, se si è condotta bene la conversazione, l’incontro è con tutta probabilità risultato effettivamente interessante.

Aggiungo un suggerimento, mio personale, prendendo in prestito un aforisma del critico e saggista inglese William Hazlitt che scriveva: “L’arte di piacere consiste nell’essere soddisfatti”.

7) Mostrano soddisfazione e stima di sè.

Che la nostra soddisfazione e l’equilibrio che ne deriva si percepiscono e siano un grande fattore di attrazione non è una novità. A volte però ce lo dimentichiamo un pò per concentrarci su aspetti più superficiali, che invece quasi sempre lasciano gli interlocutori indifferenti. Le persone che piacciono, invece, piacciono anzitutto a se stesse, ma in un modo che non esclude nè toglie nulla all’interesse per gli altri. Forse pensare a tre cose positive di cui si può essere soddisfatti/giustamente orgogliosi/non-colpevolmente felici, prima di entrare in una stanza piena di gente dovrebbe essere il nuovo rito (sostitutivo del forse desueto passare dal bagno a darsi una spazzolata ai capelli e un tocco di rossetto).

 

Non ci crederete, ma sono daccordo con Marissa

marissa-mayerMarissa Mayer è la  CEO di un’azienda importante (Yahoo!), che si sta reinventando per sopravvivere e che deve ancora fronteggiare parecchie sfide non ovvie per farcela. Vorrebbe potersi dedicare solo al suo lavoro lasciando le grandi battaglie civili ad altri. Come sappiamo, però, concentrarsi sul lavoro non domestico per noi donne è considerato uno zelo eccessivo e fuori luogo, da sanzionare con l’antipatia e l’accusa di egoismo.  

Il caso a cui mi riferisco è stato innescato da una delle tante interviste rilasciate dalla CEO di  Yahoo! (tutte accolte da cori di WOW, perché lei è una contrarian quindi, al di là della posizione ricoperta che la mette sotto i riflettori, appena parla, ma anche senza parlare,  suscita un vespaio), quella firmata dalla brava Marta Serafini, che era in prima pagina sul Corriere della Sera di ieri 18/6. Il titolo la dice tutta: “La disparità esiste, ma io penso a lavorare”.

Serafini fa il suo mestiere di giornalista e quindi tende il trappolone. Le chiede: “Spesso alle donne che arrivano al potere viene rimproverato di non fare abbastanza per le altre…lei ha abolito il telelavoro…pensa ad altre soluzioni che favoriscano la parità?” Mayer non fa un plissé e risponde:“Ho deciso di non curarmi delle critiche. Ho abolito il telelavoro ..perché non stava dando i risultati….“.

Ovviamente, quando ha abolito lo smart-work in Yahoo! mi sono incavolata come tutti, però: 1) ammiro che non tema le critiche 2) mi domando perché le donne debbano rendere conto di tutto diversamente dagli uomini? Un uomo che dice: “mi occupo dell’azienda che guido” (tanto più se occorre salvarla, come è stato il caso di yahoo!)  viene osannato. E’ uno che ha a cuore l’azienda che gestisce. E’ l’uomo giusto, quello che ci salverà. Se lo fa una donna, è insensibile perché dovrebbe pensare a tutta l’umanità. La sua missione reale, evidentemente, non è quella di cui rende conto agli azionisti, alla borsa e ai portatori di interesse in generale, è di aiutare il prossimo. Tanto più se è una simile, cioè una donna. Questo è il doppio standard, deriva dallo stereotipo femminile altruistico, che ben conosciamo, ma che dobbiamo iniziare a smascherare.

Serafini prova a metterla in corner e incalza:”Quindi la disparità di genere non le interessa?”. Marissa risponde: “Al contrario, il gender gap è un tema importante…ma per il momento mi devo focalizzare sul mio compito di amministratore delegato“.

Il gender gap a me sta molto a cuore, ma perché Marissa, con tutte le grane e le sfide che ha, se ne dovrebbe occupare? Perché la leadership femminile a taglia unica della Sandberg (che invece ha fatto dell’empowerment femminile il suo argomento-firma) deve essere l’unica possibile? A Jobs chiedevano se voleva anche lui salvare il mondo dalla malaria come Gates? O lo lasciavano esprimere il suo talento a modo suo e gli chiedevano della prossima generazione di smartphone?

Se invece di Marissa fosse stato un uomo alla guida di Yahoo!, un’azienda in turn-around,  le avrebbero chiesto: “Cosa fa per rendere il mondo un posto migliore? Non credo.

Forse, pur mostrando così poca empatia verso tutte le altre donne, Marissa le sta in realtà aiutando. Perché afferma il sacrosanto principio che abbiamo il diritto di essere noi stesse, anche a costo di non piacere. E che, se siamo CEO, vogliamo fare il nostro lavoro e parlare di strategia (ma non troppo, perché non tutto si può rivelare).

 

 

 

 

 

Perchè gli uomini dovrebbero essere femministi

feminism-is-the-radical-notion-that-women-are-peoplePerchè gli uomini dovrebbero essere femministi? Perché, come scrive Charles Blow  nel suo  editoriale sul NY Times (2 Giugno, Yes, all men) solo quando gli uomini avranno imparato a riconoscere la misoginia il mondo riuscirà a liberarsene. E’ vero, non tutti gli uomini sono parte del problema, ma devono tutti essere parte della soluzione (da cui il titolo dell’editoriale: sì tutti gli uomini devono farsene carico). La misoginia non è un problema delle donne devono ma della società. 

#yesallmen è diventato un hashtag. Analogamente a #yesallwomen, che voleva dire “il problema riguarda tutte le donne”, il significato è: anche se gli uomini per lo più (esistono ecezioni) non sperimentano direttamente la violenza fisica e psicologica che provano le donne, anche se per fortuna non sono direttamente perpetratori di molestie o delitti nei confronti del genere femminile, il problema li riguarda tutti, perché riguarda il genere umano.

#YesAllWomen: il problema è di tutte

i hate#YesAllWomen è un hashtag da conoscere perché contiene un messaggio importante.

E’ nato spontaneamente qualche giorno fa quando un giovane killer motivato da odio sessuale nei confronti delle donne (accusate, come genere, di aver “respinto le sue avances”), ha ucciso 6 persone e ne ha ferite altre 13 a Santa Barbara in California. A quel punto, l’hashtag è comparso per la prima volta e ora di sera era stato usato 1.8 milioni di volte. Sono uscite, come un fiume in piena, storie di donne vittime di violenza (spesso da partner) o molestia sessuale o misoginia. Il significato è: “il problema riguarda tutte“. Pensandoci, non riesco a immaginare una donna che non ne sia stata toccata, almeno nelle forme lievi, ma comunque fastidiose e intimidenti.  Si tratta di situazioni che non ci permettono di sentirci completamente a nostro agio, che ci fanno stare sul “chi-va-là”. Non certo la migliore condizione per sviluppare le proprie potenzialità. Non sottovalutiamo il nesso tra queste forme di intimidazione/molestia/violenza e la leadership femminile.

Se da questo hashtag nascerà un movimento femminista decentralizzato e spontaneo, non lo sappiamo ancora, ma sicuramente la realtà distopica che ci ha fatto conoscere, anche se ci da fastidio, non dovrebbe farci voltare dall’altra parte. Non dovrebbe indurci a prendere solo la strada più opportunistica, quella della prudenza rassegnata: stare attente a come ci si veste, a dove si va, a come si parla, a non essere fraintese mai, a usare il taxi la sera quando usciamo da sole e così via. Ci dovrebbe invece far fare almeno due cose. Primo: avere il coraggio di condividere di più queste situazioni per convincerci che non siamo noi a provocarle. #yesallwomen ha avuto successo perchè è stato un contenitore dove le donne potevano finalmente riversare alcune cose che si erano tenute dentro. Secondo: coinvolgere di più gli uomini nella soluzione. Perché, certo, non tutti gli uomini si comportano male con le donne. Ma non per questo il problema non li riguarda. Se è un problema della nostra società, per definizione, è un problema di tutti. #yesallmen. Ne scriverò in un prossimo post.

 

Le ragazze devono imparare la nuova lingua franca

sys failureSe la nuova lingua franca è la programmazione, le ragazze rischiano di non poter far sentire la propria voce.

Ne parla Nitasha Tiku in un articolo uscito oggi sul New York Times (How to get girls into coding). I dati la dicono tutta: l’anno scorso negli US solo il 18,5% dei ragazzi che hanno fatto il test AP (serve per entrare al college) in informatica erano di genere femminile. In tre stati degli US nemmeno una ragazza ha fatto quel test.

Nel 2013, non sorprendentemente visiti i dati citati,  le donne erano solo il 14% delle laureate in informatica (più inquetante ancora: nel 1984 erano il 36%).  I risultati si vedono nel mondo del lavoro: Google ha di recente reso noto che solo il 17% dei propri dipendenti con ruoli tecnici è di genere femminile.

La partecipazione delle donne a un’importante area STEM (questo acronimo significa Science Technology, Engineering, Maths) è in diminuzione e ha raggiunto livelli preoccupanti. Il danno è doppio: non solo ci sarà poca diversità nella professione se poche donne vi accedono, ma anche le donne perderanno l’opportunità di lavorare in un campo in espensione che offrirà molti posti di lavoro ben retribuiti.

Per fare qualcosa, bisogna muoversi su due piani. Uno, molto pratico, consiste nell’esporre alla programmazione e nell’invogliare le ragazze. Se non si viene esposti a qualcosa e non la si conosce, come si fa a sceglierla? E poi deve essere resa interessante e appetibile. Esistono organizzazioni negli US che hanno questo al cuore della propria missione, come Girls who Code. Sarebbe bello che arrivassero anche in Italia.

L’altro piano riguarda gli stereotipi e i role-model di genere. Dobbiamo fare attenzione: esistono ancora e le ragazze li respirano nell’aria. Come il fumo passivo, fanno male anche se non auto-provocati e i danni si vedono solo nel medio-lungo periodo quando i giochi sono fatti. L’antidoto è mostrare alle ragazze modelli di donne alternativi. Le  giovani donne  maghette della programmazione (geek, come si dice in gergo) esistono, basta cercarle nei posti giusti, per esempio nelle organizzazioni (presenti anche in Italia) come Girl Geek Dinners e Girls in Tech . Ma queste giovani donne affascinanti  non  ossessionate dall’aspetto fisico e dall’abbigliamento, ma comunque super-cool, non le troviamo nelle pubblicità e nemmeno nelle riviste femminili, se non raramente. Ecco, questo, francamente, è indifendibile e va cambiato.