Il problema della Sandberg

bad teacherDiciamo subito che il problema, più che della Sandberg (COO di Facebook, stra-pagatissima top-manager della Silicon Valley, autrice di bestseller, moglie felice, madre realizzata – e sicuramente ho omesso qualcosa), è nostro. E di cosa si tratta?

In essenza, secondo me, si tratta di decidere: a) se ci va di farci dare lezioni da una che ha vinto alla lotteria della vita, quindi forse dovrebbe solo tacere e far finta di niente per non attirarsi invidie e malocchi b) se ci piace tutta questa enfasi sulla carriera e sul lavoro, cioè  la filosofia di vita che c’è sotto c) se ci convincono  i suoi suggerimenti sulla carriera.

Sono tre cose diverse ed è utile tenerle separate.

Sul punto a), da una lato Sheryl Sandberg  è molto credibile: se non sa lei come fare carriera, ditemi chi devo ascoltare. Tuttavia, proprio per il fatto di essere francamente così remota da tutti noi, parlo per me anche se dico noi, non è la persona più adatta a dare lezioni nè a essere role model. Manca la complicità e l’empatia. Parla dei “problemi delle donne” ma facciamo fatica a immaginare che siano gli stessi che abbiamo noi. Anch’io, quando ho letto la sua intervista tempo fa sul Financial Times, fatta dalla bravisissima Gillian Tett, in cui diceva “oggi sono in ufficio in tuta perché alle 4 del pomeriggio vado a vedere la partita di non so cosa di mio figlio” (ovviamente non è una citazione letterale) mi sono innervosita. Questo è un privilegio cara Sandberg, non un merito. E qui sorge il problema, perché noi donne non amiamo che altre ci sbandierino in faccia i propri privilegi. Se lo fanno, vengono escluse dal gruppo. A forza di stare con gli uomini, forse se lo è dimenticato e per lei è certamente meglio così.

Sul punto b) vorrei dire che chi compera il libro della Sandberg, sa cosa può trovarci. Non è un libro per ritrovare la spiritualità nè per perdere peso nè per  imparare a andare in mountain-bike. Non è un libro che si intitola “Fiabe per bimbi” e parla del kamasutra. It is what it is. Sandberg non è Che Guevara ma non ne fa certo mistero, la Silicon Valley non è una comune e i libri  (Lean in e Lean in for graduates) li acquisteranno le donne interessate alla carriera (e magari, anzi me lo auguro, a mille altre cose) per cercare consigli sulla carriera. Chi cerca altro, lo cerca in altri libri. Non diamo però a Sandberg la grande responsabilità di indirizzare le giovani donne in generale. Delle donne a noi vicine, meglio che ci facciamo carico tutte noi  con l’esempio e l’altruismo.

Sul punto c) credo che quello che ha da dire Sandberg meriti di essere ascoltato, se non altro per l’osservatorio privilegiato da cui arriva (siamo in Italia e non in California, ma rimane utile). Quel che  infastidisce (leggete il divertentissimo e vetriolico pezzo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna sulla 27ma Ora: Non fate carriera? Colpa vostra. Sheryl Sandberg II, il tono non cambia.) è come lo dice. Sandberg finisce per suscitare più controversie (naturalmente utili a promuovere il libro) che ispirazione al genere femminile (utile a far auto-promuovere le donne), ma non dovremmo confondere i piani.

Concludo rivelandovi una associazione mentale bizzarra che ho avuto pensando ai consigli della Sandberg. Mi sono ricordata una scena gustosa di un filmetto che si intitola Bad Teacher, cioè Cattiva Maestra. Nel film, Cameron Diaz è nel ruolo di una cattiva maestra elementare (in realtà non è cattiva, ma non sa insegnare, non gliene potrebbe importare di meno e ha accettato il lavoro solo perché le servono i soldi). Una sera Cameron (Elisabeth) è in un pub con una collega, un’altra maestra elementare, ma completamente opposta a lei: completamente dedita all’insegnamento e molto carente sul piano dell’avvenenza fisica (20 kg sovrapeso, pochi capelli in testa, sempre sudaticcia, ecc.). Tra una birra e l’altra, Cameron (Elisabeth) da alla maestra bruttina dei consigli su come fare colpo sugli uomini. La bruttina ascolta e suda ancora più del solito (rivoli visibili). Cameron (Elisabeth) la incalza, la incita a provare e le spiega come auto-presentarsi a dei tipi del tavolo vicino e come invitarne uno a ballare in maniera seduttiva. Durante questa scena tutti pensano: “Cara Cameron-Elisabeth, se vai tu a invitarlo a ballare, non ti fa nemmeno finire di parlare e ti dice di sì. Ma la cicciona? Ma la vuoi mandare al macello? Lei non è te: non può funzionare.” Soprattutto, quasi tutti pensano:” La bruttina non seguirà mai i tuoi consigli, non si alzerà, non andrà al tavolo dei vicini ad invitare uno a ballare, perché non è così matta da farlo, perché capirà che i tuoi consigli sono una bufala e che tutto finirà in una prevedibile umiliazione”. Invece, la bruttina-cicciona, con i pochi capelli ormai completamente bagnati dal sudore e visibilmente terrorizzata dall’enormità della sfida, segue il consiglio di Cameron-Elisabeth. E funziona.

Forse, non era poi una così cattiva maestra.

 

 

L’opportunità nell’opportunità

donna stemSappiamo che se le donne partecipassero in numeri maggiori alla forza lavoro si alzerebbe il PIL di vari punti percentuali. Secondo le stime di Banca d’Italia, contenute nel rapporto Le Donne e l’Economia Italiana , se il tasso di occupazione si allineasse all’obiettivo di Lisbona, cioè il 60 per cento il PIL aumenterebbe del 7% . VI sono poi alcuni aggiustamenti da fare (diminuirebbe un po’ l’occupazione maschile? quanti beni e servizi in più verrebbero acquistati dalle donne che si aggiungono alla forza lavoro?) su cui si potrebbe discutere, ma il numero è più o meno quello. In un paese in cui la crescita sembra un prefisso telefonico, dato che inzia sempre con zero (la battuta è attribuita al Presidente di Confindustria Squinzi), il tema dell’occupazione femminile dovrebbe quindi starci molto a cuore.

Ma c’è un’ulteriore opportunità nel lavoro delle donne: indirizzarle maggiormente verso gli studi delle materie STEM (science, technology, engineering, math) e, successivamente, verso le carriere in quei settori. Eh già, perché oltre al gap di crescita c’è anche quello dell’innovazione. Le ragazze si iscrivono in numeri inferiori ai ragazzi ad alcune facoltà (es. ingegneria) e, in numeri ancora più bassi, vanno a lavorare  meno in quei campi (cioè alcune cambiano destinazione dopo aver fatto  studi scientifici, matematici, ingegneristici). Se non pensiamo che le donne abbiano una inferiorità di genere nelle materie STEM, è chiaro che stiamo buttando via dei potenziali buoni ingegneri, chimici, ecc. Per carità, anche le altre professioni sono importantissime, ma se vogliamo colmare il gap dell’innovazione, che è una questione di sopravvivenza, ci servono ingegneri oltre che letterati e filosofi.  Riuscire a incoraggiare le donne verso le professioni STEM è un ottimo modo per recuperare terreno.

Ma perché le ragazze partecipano meno a queste professioni? Una ragione è certamente la mancanza di role model femminili che agiscano da calamita prima e da mentori dopo. Le influenze culturali, della scuola e delle famiglie, poi,  fanno la loro parte: purtroppo troppo spesso le ragazze vengono sottilmente o esplicitamente incoraggiate verso percorsi umanistici. Un’altra ragione potrebbe essere che in alcune professioni scientifiche viene accordata minore flessibilità nel lavoro e  che questo  abbia l’effetto di scoraggiare a priori le ragazze (che li ritengono percorsi di carriera meno adatti alle loro potenziali future esigenze). Sappiamo però che il serpente si morde la coda: meno una professione è frequentata da donne, meno pressioni ci sono per trovare soluzioni a loro adatte e per creare ambienti a loro favorevoli. Se le donne non entrano in numeri significativi in queste professioni, l’incentivo a risolvere i problemi non c’è. Infine,  se è vero che i giovani in generale non valutano correttamente le prospettive lavorative dei percorsi che scelgono, per le ragazze il fenomeno è ancora più marcato (forse perché inferiore la pressione sociale a realizzarsi nel lavoro?).

Se volete scoprire come incoraggiare le giovani donne intorno a prendere in considerazione e simpatia le materie STEM, trovate informazioni su La Nuvola Rosa (a cura di Microsoft) e su For Girls In Science ( a cura di l’Oreal). Su quest’ultimo c’è una una bella carrellata di role model femminili nelle professioni STEM.

Se avete un attimo di più e volete capire meglio il fenomeno, leggete lo studio preparato da Mckinsey e recentemente presentato all’evento organizzato da Nuvola Rosa: Educazione:  le trappole nascoste nel percorso delle ragazze verso il lavoro.

Se vi interessa capire su cosa puntare nell’incoraggiare le ragazze verso le materie STEM (nonché sfatare alcuni falsi miti), leggete il rapporto Generation STEM – What girls say about Science Technology, Engineering, Math del Girl Scout Research Institute.

Infine, se cercate ispirazione per rendere la matematica (base di tutte le materie STEM) più appetibile, tenete d’occhio il blog di Redooc.

Per far partecipare le ragazze alle scienze, alla tecnologia, all’ingegneria e alla matematica, oltre a parlare con loro delle prospettive di carriera in quelle professioni rispetto ad altre e oltre a far conoscere gli esempi di donne che ce l’hanno fatta in quei campi, propongo anche un’altra strategia.  Spieghiamo che c’è molto bisogno di loro per chiudere il gap di innovazione del Paese. Quando c’è qualcosa da fare per gli altri, di solito, noi ragazze scattiamo.

 

 

Meglio lo scambio del sotterfugio

scambioRiprendo il pezzo di Maria Laura Rodotà dal titolo Amiche (troppo) interessate (uscito su Io Donna di Sabato 19 Aprile) in cui descrive una tipologia di amiche, le Aacsq, ovvero Amiche a Cui Serve Qualcosa. Sono donne (il fenomeno è purtroppo femminile e vedremo perché)  a cui serve qualcosa da noi (e fino a qui va benissimo) ma non ce lo dicono apertamente (qua invece non ci siamo). Sono quelle che chiamano dicendo “una vita che non ci si sente, beviamoci un ape come ai vecchi tempi” con uno slancio a cui è difficile resistere. L’ape però si rivela non disinteressato ma mirato, con la precisione di un missile Scud, ad ottenere qualcosa che noi possiamo dare: un’introduzione, una consulenza al volo, un piacere professionale. L’intento dell’incontro diventa immediatamente palese, un pò ci delude e un pò ci rende meno propense a sbatterci per fare il favore richiesto, ma soprattutto costringe a domandarsi perché molte di noi non chiedono direttamente.

Anzitutto, non ci piace chiedere. Invece, tante persone sono contente quando si chiede loro qualcosa, anche se all’imboscata preferiscono la richiesta aperta. Quel che da fastidio non è infatti la richiesta in sé, che ci può lusingare, dare l’opportunità di fare bella figura e di essere altruisti magari con sforzo contenuto e, perché no, di avere un credito. Quel che non piace è la confusione di due piani: quello disinteressato e quello interessato. Finché sono separati, vanno bene entrambi, ognuno con la sua funzione. Quando vengono mescolati senza il nostro consenso, non vanno più bene né l’uno né l’altro.

Secondo, l”assertività non fa parte del bagaglio educativo della maggior parte di noi donne,  quindi nessuno stupore se non amiamo fare richieste dirette ma preferiamo mascherarle e farle cadere come per caso. Sono però degli approposito che non ingannano nessuno, salvo forse chi li dice che, così, si sente a posto.

Noi donne non  amiamo le richieste dirette, infine perché ci mette ansia l’idea di dover ricambiare e magari di  fare fatica a inventarsi come. Ma è proprio il fatto di sforzarsi per trovare qualcosa da offrire agli altri che ci aiuta a tirare fuori il nostro valore e tutto quello che sappiamo e possiamo fare. E’ vero, a volte le situazioni sono asimmetriche e certi favori  vanno restituiti usando un pò di immaginazione e psicologia per trovare cosa si può offrire che sia di valore per l’altra persona.

Ma al di là di ogni altra considerazione,  la richiesta diretta è meglio, perché ci fa entrare nel mondo dello scambio di favori professionali. Un mondo più trasparente,  dove si sa cosa aspettarsi e dove ci si pone il problema di cosa possiamo offrire. Non solo, lo scambio di favori professionali, insieme al networking, sono fondamentali per l’avanzamento nel mondo del lavoro e quindi si trovaano sul “percorso critico” che porta alla leadership femminile.

Dalla parte di Camilla

belen-come-mi-vorrei-italia-1E uscito oggi sulla 27sima Ora un pezzo che fa riflettere. Si intitola  Camilla 20 anni sfida Belen: il tuo programma è maschilista . In pratica, una giovane di 20 anni, Camilla, se la prende con Belén Rodríguez, la show-girl, per il programma che conduce, dal titolo, fuorviante “Come mi vorrei”. Dico che è fuorviante perché molto chiaramente le ragazze che si rivolgono a Belen per ricevere consigli inseguono lo stereotipo femminile commerciale più che cercare di diventare come vorrebbero loro.

E’ così terribile questo programma? I problemi sono due: il primo è la semplificazione della figura femminile, ridotta a puro look, cioè all’aspetto esteriore. Il secondo riguarda i modelli femminili proposti:  donne irraggiungibili per avvenenza fisica e glamour, ma con poco altro da raccontare. Non è così che possiamo crescere la prossima generazione di donne leader. Non è questo che vogliamo che i nostri figli maschi vedano in televisione, perché la televisione sdogana tutto rendendolo normale e accettabile e non vorremmo che si aspettassero questo comportamento dalle loro giovani amiche.

E Camilla cosa ha fatto? Ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org per far chiudere il programma e ha già raccolto oltre trentamila firme. Chiudere un programma sembra una misura piuttosto dura e poco liberista, ma non facciamoci tentare dal  “basta cambiare canale” perché purtroppo, anche facendolo, si trovano messaggi simili. Come racconta da anni Lorella Zanardo, tutta la nostra televisione è programmata per perpetrare l’ immagine di una donna ossessivamente preoccupata di piacere secondo i canoni estetici in vigore, anche a costo di diventare un’altra, invece di provare a cambiare qualche regola essendo se stessa. Se non ci si ribella mai queste trasmissioni si moltiplicheranno e sarà difficile sovrastare la loro voce esprimendo un punto di vista diverso sulle donne.

Anche se ce la stiamo prendendo con una trasmissione che forse è solo marginalmente peggio di tante altre, credo che facciamo un favore a tutti chiedendo di eliminarla. Forse anche a Belen stessa: possibile mai che una donna di successo non possa fare qualcosa di più significativo e utile per le altre donne che aprire il loro guardaroba, guardare il contenuto con disapprovazione e ordinare perentoria di cambiare tutto, scrivendo i punti chiave dei propri suggerimenti col rossetto sullo specchio? Alla fine, anche Belén  è prigioniera di questa immagine femminile che contribuisce ad alimentare. Non dico che debba provare a vincere un Nobel, la sua carriera e il suo successo sono altrove, ma anche lavorando nel mondo dello spettacolo si possono agire comportamenti più consapevoli e socialmente utili. Non è un ambiente da demonizzare e condannare a priori, ci mancherebbe, ma da indirizzare con le nostre preferenze di consumatori e il nostro potere di cittadini sì.

Judo di genere

judoSi è scritto e detto molto sul “doppio standard”, cioè sul fenomeno per cui  un comportamento può essere agito dagli uomini impunemente, mentre se lo facciamo noi donne, apriti cielo (in pratica: veniamo apostrofate con una serie di epiteti antipatici e giudicate donne “difficili” e di cattivo carattere). Per esempio, se prendiamo noi la leadership in maniera forte, ci chiamano “bossy”. Questo aggettivo è usato quasi esclusivamente per le donne al punto che, come sapete, sono nate campagne per disincentivarne l’utilizzo (vedi #BanBossy ). 

Non dovremmo  dare peso a quello che dicono gli altri se è chiaramente frutto del doppiopesismo, ma siamo state socializzate per “piacere” e ci hanno insegnato che risultare gradite fa parte del nostro ruolo, quindi, quando ci attribuiscono tratti negativi, è normale che la cosa ci dia molto fatidio e ci ferisca. E’ quindi giusto far notare e combattere il fenomeno, ma è anche interessante domandarsi cosa altro si possa fare e soprattutto se esiste un modo per essere donne leader senza subirne le ripercussioni negative. Uno spunto interessante viene da Joan Williams nel suo articolo dall’accattivante titolo “Le donne, il lavoro e l’arte dello judo di genere”.

La considerazione di partenza di Williams è che le donne leader spesso si sentono “costrette” a mettere da parte o contenere alcune caratteristiche considerate femminili e ad appropriarsi di caratteristiche ritenute maschili. Come sappiamo, prendere tratti in prestito dall’altro genere è una forma di “deviazione sociale” e come tale viene sanzionata, con attribuzione di tratti negativi e non solo.  Secondo Williams, quindi, adottare caratteristiche maschili conduce forse al potere, ma è una scelta che rischia di ritorcersi contro chi la segue.

Un modo alternativo di gestire la situazione, suggerito da Williams è il cosiddetto judo di genere, che consiste nell’usare le caratteristiche femminili per farsi avanti.  Non si riferisce all’uso improprio ovviamente, ma a un uso “da arte marziale“, in cui la forza dell’avversario viene sfruttata per la difesa e per il contrattacco.  Williams, che ha intervistato molte  donne leader, riferisce che alcune usano abilmente gli sterotipi femminili a proprio vantaggio, scegliendone alcuni “potenti” proprio per farsi accettare come leader. Alcune donne utilizzano lo stereotipo della  figlia diligente e rispettosa che diventa la prediletta dal padre per le virtù incarnate. Altre utilizzano lo stereotipo della “sorella maggiore“,  con personalità ed esperienza, a cui ci si rivolge per un consiglio importante e senza il cui parere non si decide. Un”altra ancora adotta lo stereotipo della madre accogliente la maggior parte delle volte per farsi perdonare quando userà quello della madre severa.

Due i punti chiave di questa tattica. Anzitutto, la scelta del tratto femminile che si vuole adottare, accentuare e utilizzare come arma. Deve essere affine a come siamo, ce lo dobbiamo “sentire bene addosso”, se no non funziona (allontanarsi da se stesse non funziona quasi mai). Secondo: è utile mescolare tratti maschili e femminili, alternare cioè il messaggio di forza e competenza con quello di calore e accoglienza.

A me che sono della vecchia guardia questi consigli lasciano qualche dubbio, anche se trovo che valga la pena di ragionarci nella nostra ricerca di un modello di leadership al femminile. Concordo su un aspetto sicuramente con Williams:  mescolare tratti maschili e femminili, sia negli uomini sia nelle donne, è più accettato dalle generazioni giovani (i millenial) e quindi, per loro, forse il consiglio ha un senso più  generale.

Il Talento delle Donne intervista Alessandra Ungaro

Alessandra_UngaroChi è Alessandra Ungaro 

Napoletana, istrionica e forse generosa di sè stessa.

Una sognatrice concreta, con valori d’altri tempi armonizzati nei modelli di affermazione femminile contemporanea.

Libera professionista, nel mondo dei numeri e della governance che è riuscita a coniugare anima, finanza ed etica….oltre a tango, golf, volontariato e fede.

Single al momento, ma si sa….. nella vita non è detta l’ultima parola…

Laurea in economia e  Master in Direzione di Impresa, orgogliosamente made in Sud; revisore legale, manager e infine consulente aziendale indipendente.

Appassionata di montagna, lago e sentieri che conducono al senso delle cose.

Ho un grande privilegio: ho potuto sempre scegliere ed ho riempito i miei giorni di vita, non posso che benedire la mia storia…

Qual è il tuo talento

Penso di essere una persona affidabile con una marcata vocazione “sociale”e una buona dose di ironia.

Mi piace accogliere e condividere, il tutto con allegria e un pizzico di anima.

Un imprenditore di grido un giorno  mi ha detto ” se avessimo più Alessandre, avremmo un mondo migliore”; è stato il tributo più straordinario della mia vita non solo professionale, e pur non essendo sicura di meritarlo fino in fondo, riassume quell’essenza che mi piacerebbe essere….un buon esempio.

Definisci il tuo stile di leadership

Persusasivo, coinvolgente ed “ancora” estremamente operativo.

La leadership è un tributo di terzi, se non sei in mezzo a loro (che te la riconoscono) non puoi arbitrariamente decidere di averla.

Sei leader se diventi esempio.

Una cosa da fare ed una da evitare se una donna vuole avere successo nella vita professionale

Curiosità, passione e proattività sempre. Evitare magari di competere con atteggiamenti maschili, vestire di femminilità anche gli spazi più angusti del quotidiano.

Mai personalizzare e guardare sempre oltre… volare alto!!

Un consiglio per conciliare lavoro e vita privata

Avere sempre un perchè abbastanza grande…il come arriverà..

Ispiriamoci a Houdini per liberarci dai paradossi di genere

houdini-6Careful-What-You-Wish-For (letteralmente: stai-attenta-a-quello-che-desideri) è un esempio di paradosso di genere, di cui si parla in un post uscito qualche tempo fa sul HBR Blog.

Riuscire a liberarci, come se fossimo Houdini, dai contraddittori vincoli di questi paradossi  è importante per permettere alla leadership femminile di svilupparsi. Insomma: così incatenate non andiamo da nessuna parte. Ne ho scelti quattro fra quelli citati nel post perché li trovo fondamentali e ne ho purtroppo quotidiano riscontro.

1. Il paradosso della retribuzione. Come genere abbiamo un livello di educazione superiore, ma siamo pagate meno. Quanto meno dipende dal Paese (il post parla del 23% riferendosi agli USA) e da altri fattori, ma stiamo comunque parlando di differenze sostanziose.  Guadagnare meno ci rende più vulnerabili, meno padrone delle nostre scelte e le “candidate naturali” , all’interno della coppia, per compiere sacrifici e sostenere la carriera del partner a scapito della propria. Questo paradosso non lo abbiamo certo inventato noi donne, però dobbiamo darci da fare per sconfiggerlo.

2. Il paradosso del doppio-vincolo. Per farci strada professionalmente dobbiamo proiettare gravitas e mostrare leadership, ma siamo anche richieste di non rinunciare alla nostra femminilità. Spesso, negli occhi di chi ci guarda, le due cose sono incompatibili eppure si aspettano da noi entrambe. Anche questo paradosso non è opera nostra, però attenzione, dobbiamo avere il coraggio di non stare al gioco.

3. Il paradosso del networking. Le donne sono abili nel costruire relazioni ma non usano i propri contatti per auto-promuoversi, chiedere favori e avanzare professionalmente. Siamo in genere “separatiste” cioè teniamo separati i network privati da quelli professionali. Qui, secondo me, dobbiamo darci da fare per superare dei limiti che ci poniamo sole riflettendo sul fatto che ci costano cari.

4. Il paradosso del stai-attenta-a-quello-che-desideri.  Le opportunità per le donne nel mondo del lavoro sono aumentate, ma la cultura di genere non si è adeguata sufficientemente. Di conseguenza, le donne che hanno voluto la bicicletta, scoprono che devono sempre pedalare in salita e che ben pochi fanno il tifo per incoraggiarle. La pressione a cui siamo sottoposte, di “riuscire a fare tutto”,  ci può portare a scoraggiarci, a ridimensionare le nostre ambizioni e nei casi peggiori ad abbandonare il lavoro. Noi per prime dobbiamo renderci conto che fare tutto alla perfezione non è possibile. Poi dobbiamo anche farlo capire a chi ci sta intorno (sopraattutto alle famiglie e ai partner).

Una volta smascherati per quello che sono, cioè delle contraddizioni che riguardano selettivamente il nostro genere e ci danneggiano, dovrebbe essere più facile respingerli.