Smart-worker si diventa

smart-work Di smart-work si è parlato e twittato abbastanza in questi giorni. Alcuni punti sono emersi chiaramente e io continuo ad averne riscontro nella mia attività professionale di consulenza nelle risorse umane e formazione.

Anzitutto, lo smart work (inteso come lavoro da dove e quando si ritiene opportuno per raggiungere i risultati assegnati) piace molto, specialmente alle donne.  Non abbiamo mai amato il presenzialismo, il “farsi vedere” e, francamente, ci risulta anche difficile da conciliare lunghi orari di lavoro in ufficio con tutto il resto. L’evidenza che ho ricavato nelle mie indagini è confermata da un importante studio realizzato dall’Osservatorio  Smart Working School of Management del Politecnico di Milano da cui emerge che la maggioranza dei lavoratori vorrebbe poter lavorare almeno con orario flessibile, in particolare le donne. Lo stesso studio però ci dice che, attualmente, non sono le donne a usufruire dello smart-work, bensì gli uomini. Questo è probabilmente dovuto al fatto che attualmente è riservato ad alcune funzioni e posizioni e non a tutti.

Eppure, ed è emerso anche durante il workshop da noi organizzato il 13 Marzo, sono molte di più di quanto si creda le professionalità che si prestano a questo nuovo modo di lavorare, inclusi dipendenti pubblici che danno servizio ai cittadini (al telefono), assistenti di direzione e altri. Allora qual è il problema? Come mai questo smart-work che è così vantaggioso per tutti non prende piede immediatamente? E’ dimostrato che porta un triplo beneficio: alle aziende, in termini di maggiore produttività, minore assenteismo e minori costi; ai dipendenti, in termini di maggiore benessere e tempo risparmiato; alle città in termini di riduzione del traffico e delle emissioni. Io sostengo che possa anche favorire la leadership femminile, perché oltre a permettere alle donne di restare “dentro la forza lavoro”, fa intravedere loro un futuro sostenibile per la loro carriera (che oggi, da alcune donne, è ancora vista in contrapposizione alla vita familiare).

Il problema è che lo smart-work richiede un cambiamento culturale, che va gestito come tale, ciò dando il supporto necessario a dipendenti e manager per fare la transizione. Non è detto, infatti, che pur desiderandolo tutti i dipendenti ne sappiano usufruire senza aver ricevuto qualche consiglio e senza adottare qualche accorgimento. Né, ancora meno, si può pretendere che un manager che ha gestito a vista le persone per vent’anni improvvisamente diventi capace di gestirle, ma soprattutto motivarle e controllarle, da remoto.

I punti di attenzione per i dipendenti sono essenzialmente:

  • prestare attenzione al time-management (all’inizio è facile perdere tempo o lavorare troppo): La produttività aumenta, di solito, ma non è detto che avvenga in automatico né subito
  • evitare l’isolamento dovuto al fatto di frequentare meno l’ufficio e non tutti negli stessi orari. In particolare noi donne, che tendiamo a dedicarci meno al networking interno di quanto dovremmo, dobbiamo stare attente a non dimunire ulteriormente, ma, anzi, ad aumentare. Questo si fa inserendo il networking tra gli impegni in agenda (ne parleremo prossimamente in un post)
  • stare attenti a comunicare bene ciò che si sta facendo. Molti capi vanno in ansia facilmente se non hanno il controllo non solo sugli obiettivi ma anche su come li state raggiungendo. Anche in questo caso, noi donne siamo a rischio perché tendiamo a lasciar parlare la nostra performance….secondo me la performance è semi-muta e comunque parla a bassa voce, quasi sempre, quindi a distanza non si sente…spero di essere stata chiara (anche su questo prometto un post).

In un prossimo post vi dirò cosa penso debbano fare le organizzazioni (con tutti i post che ho promesso devo prendere un giorno di ferie per mantenere la promessa).

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

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