Donne che si difendono

hewsonSe vi chiedo di nominare un settore negli USA in cui metà dei Chief Executive Officers (CEO) delle principali aziende sono donne e se non conoscete la risposta, non credo indovinereste facilmente. Quasi nessuno penserebbe che si tratta dell’industria della difesa, quella che produce armamenti per capirci (es. cacciabombardieri). Eppure Lockheed Martin, General Dynamics e BAE sono tutte e tre guidate da donne (nella foto, Marillyn Hewson CEO di Lockheed). Donne che, evidentemente, si sono ben difese nella propria carriera e non si sono fatte influenzare dagli stereotipi.

Non credo si possa concludere nulla da questo bizzarro primato femminile nel settore della difesa.  Dalla nostra difficoltà a indovinare il settore (e magari dall’avere fugacemente pensato: “ma proprio in un settore così criticabile dovevano andare a mettersi?”), invece, credo sia possibile concludere che abbiamo tutti dei pregiudizi (anche noi donne, su noi stesse). Riflettiamo un attimo sul fatto che gli stereotipi di genere ci possono danneggiare in tanti modi sottili (per esempio facendoci auto-escludere da alcuni tipi di studio o di carriera o facendoci criticare altre donne per una scelta che, se fatta da un uomo, non stigmatizzeremmo).

Come si combattono i pregiudizi di genere? Primo: sapendo che ci sono e stando allerta. Secondo, sottolineando le eccezioni alla regola che molti hanno in mente (per esempio che alle donne si addicano settori come l’abbigliamento e le PR). Ecco perché ho fatto un post su questo argomento, pur non avendo esattamente una passione per gli armamenti.

Katniss: l’anti-stereotipo femminile guida la riscossa

Katniss_EverdeenLa donna che ci deve rivendicare tutte, di cui il Financial Times dice che incarna il “girl power al suo massimo” e di cui scrivono un po’ tutti (anche il Guardian, che la definisce un role model dei nostri tempi), si chiama Katniss e ha 16 anni. Avere 16 anni aiuta, ma non basta.

Katniss (il nome è quello di un’erba commestibile) piace tanto perché è completamente fuori dal solco dello stereotipo di genere che imperversa ovunque. E’ coraggiosa, resiliente, va a caccia (è infallibile con l’arco), ma soprattutto è forte, di una forza non solo fisica. La giovane eroina con una missione importante e la determinazione per portarla a termine è diventata un esempio di leadership femminile da far conoscere alla ragazze.

Per ora la si vede solo al cinema (è la protagonista di The Hunger Games, una distopia ambientata nell’immaginario paese di Panem) ma noi sappiamo che ce ne sono tante in giro e dobbiamo solo aiutarle con gli esempi a trovare se stesse e diventare quello che sono.

Una lezione di coraggio dalle Pussy Riot

RUSSIA-PUSSYRIOTTralasciamo per un attimo la vicenda che ha portato in carcere le Pussy Riot (una protesta contro Putin in una chiesa ortodossa consacrata, quindi un atto blasfemo) perché su questo le opinioni possono essere molto diverse legate alla differente sensibilità religiosa di ciascuno.

Volevo solo dire che l’orgoglio di queste giovani attiviste (Maria Alyokhina e Nadezhda Tolokonnikova) nel giorno del rilascio è un esempio di coraggio e leadership femminile. Il carcere in Russia (una era stata spedita in Siberia) dovrebbe essere un’esperienza che piega  anche i forti, ma queste due giovani donne non sembra siano diventate più mansuete né meno convinte delle proprie idee. Al rilascio, sguardo diritto, nessuna frase convenzionale sulla gioia di tornare libere, anzi dichiarano che, se avessero potuto, avrebbero rifiutato la grazia e sarebbero rimaste in carcere. Davanti alle televisioni di tutto il mondo  approfittano dei microfoni per denunciare gli abusi subiti dai detenuti nelle carceri russe e per dichiarare che il loro rilascio è un’operazione di PR. Assicurano che continueranno ad opporsi a Putin restando in Russia.

Aggiungo tra parentesi che l’altro personaggio di spicco liberato per catturare il favore dell’opinione pubblica internazionale in vista dei Giochi Invernali, il magnate petrolifero Khodorkovsky (finito in carcere per reati fiscali ma condannato con un processo “politico”), ha avuto un comportamento più diplomatico e si è affrettato a partire per la Germania appena ricevuta la grazia. Non si può fargliene certo una colpa, dieci anni dentro sono tanti, ha anche una madre anziana e malata che in Germania che spiega la partenza veloce senza renderla proprio una fuga. Però, per favore, non vorrei sentir dire che il coraggio non è una caratteristica femminile.

Le donne del 2013 secondo il Financial Times

malalaIl Financial Times come ogni anno ha proclamato le donne dell’anno (Women of 2013), “che hanno lasciato il segno con coraggio, tenacia e talento“.

Si tratta di donne di origine, età, professione e aspirazioni diverse. Cos’hanno in comune? Sono tutte donne anti-fragili, cioè sembra che le difficoltà invece di convincerle a desistere, le rafforzino.  Dimostrano che la leadership femminile è multiforme, ma ha la forza come cifra.

Cominciamo dalla “prima tra le prime”, Malala Yousafzai, la coraggiosa ragazzina pachistana che ha sfidato i talebani perché lei e le altre ragazze avessero lo stesso diritto allo studio dei ragazzi.  I talebani hanno tentato di ucciderla in un brutale assalto allo scuola-bus su cui viaggiava e l’hanno ridotta in fi di vita, non riuscendo a spaventarla: Malala dice che se si vuole fare qualcosa, la cosa migliore è farla.

Scelgo alcune delle altre:

  • Julia Gillard, ex-premier Australiana, ha aperto la strada della premiership alle donne e continua a combattere la misoginia nella politica. Una battaglia sfiancante.
  • Samantha Power, reporter di guerra famosa per aver coperto la guerra in Siria, che è diventata a 43 la più giovane Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite.
  • La CEO di Morgan Stanley in Cina, Wei Christianson, potente banchiera cresciuta ai tempi della Rivoluzione Culturale cinese che dice di avere imparato questa lezione dalle difficoltà: “Nessuno può sconfiggerti se non te stessa”.
  • Gabrielle Giffords Giffords la parlamentare USA sopravvissuta a un attentato (in cui sono morte 6 persone) ma rimasta per mesi in pericolo di vita che è diventata un’attivista nella campagna contro la possibilità di acquistare armi senza controlli negli USA.
  • Due donne, al-Agali e Osman,  che si battono per la libertà delle donne sudanesi e sono perseguitate per questo.

L’elenco continua…tutte storie da conoscere e a cui ispirarsi. Chi pensa che smetteranno di fare quello in cui credono per paura o mancanza di pervicacia, credo non le abbia capite.

Donna al volante

mary-barraChi è questa “bella signorina”? Una hostess allo stand General Motors? Come mai sorride ammiccante mentre accarezza il cofano dell’auto?

Si chiama Mary Barra e sorride perché l’hanno appena nominata CEO di General Motors. Sorridiamo anche noi, oltre che per solidarietà femminile, che non fa mai male, perché il settore automobilistico è stato storicamente impenetrabile per noi donne e questa nomina abbatte un tabù.

La strada da fare è ancora tanta (le donne sono solo il 15% dei CEO nel gruppo delle prime 500 società USA), ma la nomina di Mary Barra è un evento da celebrare.

“Donna al volante pericolo costante” si diceva una volta . I CEO delle altre grandi aziende automobilistiche (tutti uomini) però farebbero bene a ricordarselo: questa donna darà loro del filo da torcere. Noi tifiamo per lei.

Imprenditoria rosa: una delle poche buone notizie dal Censis

imprenditriciIl Rapporto Censis 2013 analizza e interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese mettendo in evidenza i processi che trasformano la società  italiana.  Ultimamente vi fischiavano le orecchie? E’ normale, perché nel rapporto, giunto quest’anno alla 47esima edizione, si parla di noi.

L’imprenditoria femminile è segnalata come uno dei  processi “ancora allo stadio di lenta emersione” che potrebbero dare una spinta positiva alla crescita. Noi donne siamo indicate come nuovo ceto borghese produttivo:  si registra infatti una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile (in particolare nell’agroalimentare, nel turismo, nel terziario di relazione). Alla fine del secondo trimestre del 2013 le imprese con titolare donna erano circa 1,5 milioni, con un saldo  positivo annuale di quasi 5.000 unità. La crescita è attribuita a capacità di resistenza e adattamento difensivo, ma anche di innovazione, rilancio e cambiamento. Sono purtroppo prevalentemente imprese di piccole dimensioni e di tipo individuale (il solito problema di noi donne: di non pensare in grande e di essere avverse al rischio), ma si spera che crescano.

Cos’altro dice il Rapporto? Dobbiamo puntare sulla connettività e tenere d’occhio alcuni fenomeni interessanti:

1) l’affermazione degli immigrati che riescono a fare impresa in Italia  nuotando controcorrente: tra il 2012 e il 2009, in piena crisi, gli imprenditor stranieri sono cresciuti del 16,5%. Ci aiutano creando posti di lavoro per connazionali e italiani.

2) l’Italia “orizzontale” che vive e opera all’estero, protagonista della globalizzazione ma assai poco motivata a tornare. Ci aiutano portando alta la bandiera tricolore e contribuendo all’immagine, ma per il resto, se non tornano non mi è chiaro il vantaggio.

Grandi altri spunti positivi nel Rapporto 2013 non ce ne sono. Il sentiment di sfiducia permane, alimentato dal deterioramento della situazione che ha visto allargare il perimetro della crisi (dai giovani a tutti quanti).  Il numero occupati è diminuito di quasi 200.000 unità  (-2,7%), i disoccupati sono 4.3 milioni esono quasi 6 milioni gli occupati in situazioni di instabilità e precarietà lavorativa.

Imprenditrici, diamoci da fare, proviamo a gettare il cuore al di là dell’ostacolo e a far crescere le nostre imprese per creare lavoro e opportunità, c’è bisogno di noi.

Il papà-che-sta-a-casa

stay-at-home-dadIl papà-che-sta-a-casa (stay-home-father) è un nuovo esemplare di uomo da tenere d’occhio. Per noi italiane è un prodotto di importazione (sembra esistere in natura solo oltre l’Atlantico o in qualche paese nordico), dal sapore un pò esotico e così nuovo che al principio non sai dire nemmeno se ti piace o meno.

Il papà-che-sta-a-casa è anche parte di un un esperimento sociale (sul matrimonio, sulla famiglia e sul potere) che forse darà origine a un fenomeno più ampio, forse rivoluzionario, come spiega l’articolo del NY Times di oggi (Wall Street Mothers, Stay-Home Fathers). Le famiglie descritte dall’articolo sono composte da una power-woman, molto ben retribuita e con grandi responsabilità, che lavora a Wall Street, da un marito che non lavora (cioè che sta, letteralmente, a casa) e da alcuni figli. La giornalista scrive  che certe carriere non si possono fare in due e queste coppie hanno fatto una scelta razionale, decidendo di dare precedenza al lavoro meglio remunerato.

Come sta andando l’esperimento? Le donne sembrano in maggioranza contente: in fondo, hanno una carriera brillante e non si devono preoccupare d’altro. Evidentemente, i gioielli se li auto-regalano, ma non sembrano lamentare la cosa. Anche sul fronte dei mariti i problemi sono di tipo minore. Certo, a quanto riferiscono gli intervistati,  un pò di imbarazzo lo provano nel rispondere alla fatidica domanda (molto più frequente nelgi US): “…and, so, what do you do?“. Pare che la gente reagisca con un lungo silenzio imbarazzato sentendosi rispondere da un uomo: “mi occupo della casa e dei figli”, evidentemente non trovando, all’interno del proprio repertorio di frasi fatte, quella adatta a commentare una situazione del genere.

Cosa ne penso? Due cose. Primo: ben venga l’abbattimento, anche se simbolico, degli odiati stereotipi di genere che vorrebbero l’uomo come principale fonte del reddito familiare e la donna in un ruolo subalterno. Secondo: se per avere la libertà di perseguire una carriera e avere una famiglia accudita dal marito le donne devono guadagnare uno stipendio a sei zeri, mi sa che, come sempre, quando saltiamo noi, si alza l’asticella.