Cosa frena l’imprenditorialità femminile

broken-chains1-1-300x217Perché non ci sono più donne imprenditrici? Su 67 paesi rientrati nell’indagine Global Entrepreneurship Monitor Women’s Report 2012, in 62 di questi le donne imprenditrici sono una minoranza.

La questione è complessa e la affronto solo da un punto di vista, che però reputo fondamentale, quello degli aspetti di tipo culturale legati ai ruoli di genere e del loro agire apertamente ma subdolamente.

In moltissimi paesi la donna è vista come la principale responsabile della casa e della famiglia, quindi inadatta a un’attività totalizzante come quella imprenditoriale. Insomma, l’aspettativa è che, se proprio le donne devono lavorare, meglio dalle 9 alle 5 in un impiego tranquillo, così riescono a fare anche tuto il resto e nulla le distoglie dal pensare cosa mettere in tavola la sera, quale merendina infilare nella cartella di quale figlio, ecc. Fin qui, tutto chiaro.

Alcuni aspetti culturali sono più difficili da smascherare al punto che le stesse donne a volte non ne riconoscono l’origine di genere. Perché, per esempio, negli USA le donne hanno minore accesso ai fondi di venture capital? E perché fanno più fatica a vincere contratti con il governo? Le aspettative riguardo ai ruoli e gli stereotipi di genere, come dicevo, sono in buona parte responsabili, ed è interessante capire che, oltre a agire in modo lineare (ad esempio, i venture capitalist sono quasi tutti uomini e tendono a favorire neo-imprenditori dello stesso genere) agiscono anche a tradimento, attraverso credenze auto-limitanti da parte delle donne stesse.

Un aspetto illuminante a questo proposito emerge dall’indagine che evidenzia come le donne si ritengano meno capaci di lanciare un’attività imprenditoriale degli uomini e abbiano più paura di fallire degli uomini, cioè siano meno sicure di se stesse. Sappiamo che questa paura è un freno molto potente che, aggiunto alle pressioni sociali (sposarsi, fare figli e occuparsene primariamente, accudire gli anziani, organizzare la casa, dimostrare sempre trent’anni, essere sempre disponibile, ecc.) diventa una barriera difficile da superare.

Ancora una volta vale la pena di dirlo: la nostra battaglia per conquistarci un posto al sole ci costringe a lottare su due fronti, uno dei quali è dentro di noi. Ma non mi stanco di ripeterlo: queste auto-limitazioni ce le hanno inoculate da piccole, senza il nostro consenso (ma spesso con le migliori intenzioni). La buona notizia è che, anche se siamo state programmate per agire questi comportamenti, il nostro destino non è segnato se ce ne rendiamo conto (e siamo disposte a “riformattare il nostro disco fisso” per iniziare a scriverci sopra credenze potenzianti. Detto così sembra drastico e difficile, in realtà lo è meno di quanto possa sembrare).

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

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