Chic CEO

img-marissamayerMarissa Mayer ne ha fatta un’altra delle sue. Ricordate che osò cambiare lavoro (prendendo le redini del motore di ricerca Yahoo) quando era incintissima (situazione che rende la maggior parte di noi umili, piene di sensi di colpa come se fosse un tradimento nei confronti del lavoro e speranzose che la pancia non attiri su di sé troppa attenzione)?

Ecco, adesso si è inventata di posare su Vogue, il famoso mensile di moda. Sul numero di Settembre, in più, cioè quello probabilmente a maggiore diffusione dell’anno. Ma non bastava nemmeno questo, ed eccola in pose che una volta si definivano lascive: abito viola guainato, scarpa tipo Manolo, sdraiata su una chaise-longue.

Fa bene o fa male? Ancora una volta questa biondissima e coraggiosa donna divideil mondo in due fazioni. Bisogna dire che è una che si ama o si odia.

Secondo me, dal punto di vista di Yahoo, fa bene. Non so se  abbia posato per vanità (l’ego dei CEO di solito ha le dimensioni di una piccola isola, quindi è possibile e non ci sarebbe niente di male), ma sicuramente ha senso dal punto di vista del rilancio di Yahoo (c’è chi dice che la sua gestione abbia rimesso il punto esclamativo dopo la parola Yahoo).  Lei si definisce “both glamorous and a geek” e questa sembra che sia esattamente l’immagine di Yahoo che vuole proiettare.

Cosa ci insegna questa storia? Primo, che se sei CEO il tuo personal brand e quello della tua azienda sono indissolubilmente legati e nessun messaggio può venire dato per caso.  Secondo, occuparsi del proprio brand fa parte del lavoro. In altre parole, mentre era comodamente sdraiata sulla chaise-longue, in realtà Marissa stava lavorando intensamente e forse più efficacemente di quando è alla scrivania facendo tre conf call in contemporanea per decidere la strategia aziendale o una nuova acquisizione.

Questo però è un insegnamento che riguarda tutte noi, non solo le Marisse: lavorare sul nostro brand, che richieda un’intervista a un settimanale o la partecipazione a una cena di gala, è lavoro. E merita anzitutto una strategia, poi energia, convinzione e focalizzazione. Che ci piaccia o meno, vedere il lavoro in termini  ristrettivi non giova al successo personale e aziendale. 

Elogio della pigrizia (ovvero: tirarsi indietro)

Evo-EVO2-TreadmillEcco la pillola di saggezza estiva N. 3 proposta da Shumpeter (The Economist, August 17th 2013): rendersi conto che il vero problema è che facciamo troppo, non troppo poco. Terapia prescritta: provare a “tirarsi-indietro” (il contrario di “farsi-avanti” , espressione resa celebre da Sheryl Sandberg e titolo dell’omonimo libro).

I  guru ci incitano a fare di più (es. frequentare più persone per allargare il nostro network, rendersi più visibili nel mondo del lavoro, ecc.) e questo genera una montagna di impegni, email, incontri che divorano il nostro tempo e creano ansia. Secondo una ricerca del McKinsey Global Institute, pare che passiamo il 25% del nostro tempo scrivendo e rispondendo a email. C’è chi invece punta il dito sulle interminabili riunioni a cu tutti partecipiamo come causa principale di perdita di tempo. Sta di fatto che c’è un’epidemia di super-lavoro che ci danneggia e non solo perché ci stressa, ma perché soffoca la nostra creatività (si vedano gli studi di Teresa Amabile, docente della Harvard Business School, sull’argomento).  In pratica questo tapis-roulant su cui siamo costretti a correre ci impedisce di pensare alle cose importanti. Cosa fare?

Anzitutto, periodicamente (almeno una volta all’anno) domandarsi se tutto quello che facciamo è veramente necessario o anche utile. Di solito si scopre che circa il 20% delle nostre attività potrebbero essere eliminate senza grande danno, in alcuni casi con evidenti benefici anche per gli altri (il lavoro che facciamo genera spesso lavoro anche per altre persone). Come queste attività si siano intrufolate nelle nostre agende e ci abbiano fatto credere di essere importanti è un’altra storia. Per cominciare, eliminiamole (creiamo, come diceva Jim Collins, una “stop-doing list”). Poi riflettiamo su quale sia il meccanismo che ce le ha fatte accettare (a volte cercare) e stiamo allerta per il futuro.

Secondo, copiamo da alcuni famosi personaggi di successo. Bill Gates quando gestiva Microsoft si prendeva due settimane l’anno per pensare isolandosi in un cottage. Non siamo Gates? Prendiamoci almeno un paio di giorni. Jack Welch, quando gestiva General Electric, si prendeva un’ora al giorno. In questo caso stiamo attente a applicare le proporzioni. Dedicare 5 minuti al giorno a pensare è meglio di niente, ma i pensieri creativi hanno bisogno di stare in ammollo per venire fuori.

Scegliere cosa pensare

choiceLo spunto di riflessione estiva N. 2, ispirato a  David Foster Wallace, riguarda la consapevolezza.

Foster Wallace  parla della differenza tra “capacità di pensare” (per capirci: il rigore logico, il pensiero analitico-razionale, ecc.)  e “capacità di scegliere cosa pensare”.

Naturalmente, la prima è la più facile, l’abbiamo imparata a scuola e affinata nel lavoro. La esercitiamo tutti i giorni. E’ anche più facile da misurare e valutare.

La seconda è più difficile da afferrare e, nella concitazione della vita quotidiana, rischia di essere trascurata. L’estate è un buon momento per schiacciare il tasto “reset”. Il primo passo per farlo è convincersi che “l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza non è cablato in automatico come l’altezza e il numero delle scarpe, o assorbito dalla cultura come la lingua”. In altre parole: noi possiamo selezionare ciò a cui prestiamo attenzione, possiamo  scegliere ciò a cui diamo significato e quale  significato dare in modo deliberato e personale.  Dobbiamo solo aumentare la consapevolezza con cui guardiamo il mondo (cioè disinserire il pilota-automatico).

Quello che Foster Wallace dice si applica a tutti, ma forse per noi donne ha un’utilità in più. Ci hanno trasmesso, tramite gli stereotipi, una serie di limitazioni e convinzioni (es. cosa significhi essere donna, come essere una buona madre o moglie/compagna, ecc.) che abbiamo in parte fatto nostre e spesso non mettiamo in discussione (non siamo tonte noi, sono gli stereotipi che sono diabolici).  Esercitare un controllo consapevole su quello che si pensa, scegliendo di dare significato a ciò che ci importa veramente, può esserci particolarmente utile.

Il perfezionismo è uno scudo

scudo_3_punteInizio con questo post una serie di “pillole estive”: brevi spunti di riflessione che si adattano a un periodo dell’anno in cui, di solito, si ha un pò più tempo per pensare e in cui si pensa di avviare qualche cambiamento positivo con la ripresa autunnale.

La prima pillola è sul perfezionismo che noi donne tendiamo a inseguire più degli uomini, pur sapendo benissimo che stiamo puntando a qualcosa di irraggiungibile. Essere perfezionisti, come dice Brené Brown nell’intervista che le fa Oprah, non vuol dire  cercare di   raggiungere l’eccellenza in quello che si fa. Quella è una cosa faticosa, a cui non tutti devono necessariamente aspirare, ma di per sé è positiva (o almeno non negativa).   Quello che motiva il perfezionista, secondo Brown, è però diverso, ed è questo: “Se riesco a  a fare tutto perfettamente posso minimizzare o evitare situazioni di vergogna, accuse e giudizi da parte di altri.”  Se, per esempio, riesco a gestire perfettamente la casa, nessuno mi accuserà di averla trascurata per il lavoro.  Se sono sempre aggiornata su tutto, nessuno potrà accusarmi di superficialità. Avete capito il concetto: secondo la sua tesi, il perfezionismo non sarebbe animato dal desiderio di dare il meglio, ma di difendersi preventivamente. Sarebbe quindi uno scudo difensivo.

Brené Brown incoraggia a vivere “oltre il giudizio degli altri”, cioè a rifiutare di farsi guidare troppo dalle aspettative che gli altri hanno su di noi: meglio puntare  su quello che ci sta sta veramente a cuore che coltivare la perfezione in tutto. Meglio, insomma,trovare il coraggio di vivere la  vita che si desidera, anche se ha delle imperfezioni che che ci rendono vulnerabili, piuttosto che la vita una vita inutilmente e faticosamente perfetta.

Altrimenti ci si ritrova, al tempo stesso, principesse e prigioniere nel proprio castello.