I voti dell’Arcivescovo

BadGradeClipArtHo notato che noi donne quando arriviamo nel mondo del lavoro spesso abbiamo una specie di choc. Eravamo abituate a brillare nel mondo scolastico rispetto al genere opposto (prendevamo  voti molto migliori, ci laureavamo prima e senza grandi sofferenze, ecc.) ma, una volta approdate nella terra promessa del lavoro che immaginavamo per noi piena di soddisfazioni e successi, scopriamo che le cose si complicano. Molte di noi, all’inizio, restano basite e amareggiate, arrivando a dubitare della meritocrazia e immaginando oscuri complotti e sotterfugi alla base del nuovo ordinamento.

Il discorso ovviamente è complesso e ha a che vedere con le regole del gioco nel mondo del lavoro che non abbiamo certo deciso noi e non assomigliano ai nostri giochi d’infanzia (orientati all’inclusione più che alla competizione e all’affermazione del potere). Però concentriamoci sui voti.

Proprio mentre stavo riflettendo, per curiosità mia, sul valore predittivo dei voti scolastici mi sono imbattuta in un’intervista all’AB of C (così gli inglesi chiamano il potente Archibishop of Canterbury, l’Arcivescovo di Canterbury, guida della Chiesa Anglicana). Justin Welby (si chiama così l’AB of C) ha una storia interessante che meriterebbe un post a sé, ma la trovate sul suo sito dove tra le altre cose dice “Dobbiamo essere una Chiesa che prende dei rischi” che mi piace molto perché senza rischiare e senza coraggio non si combina molto.

In ogni caso, nell’intervista in questione (che era uno dei lunch del FT) AB of C ha raccontato, con la noncuranza di chi non deve dimostrare più niente di aver passato gli A-level (la Maturità inglese, per capirci) con voti scarsi (e non era modestia).

La nostra mitica Lucy Kellaway ha subito ripreso la “notizia” e ha scritto il solito pezzo divertentissimo (Financial Times del 13 Maggio) intitolato “I voti all’università non fanno la differenza in ufficio”. Come dice il titolo, giunge alla conclusione che i voti non predicono il successo nel mondo del lavoro. Allora, si chiede Lucy,  perché la gente spende così tanto tempo a parlarne? Perché diamo importanza a una cosa che sappiamo non contare quasi niente? Perché ci si ricorda dei voti presi in una calda settimana d’estate di trenta o quarant’anni prima? Lucy cita  due ragioni che ci interessano: 1) per molte persone quella  è l’ultima valutazione oggettiva della vita. Per chi fa l’università forse l’illusione della valutazione oggettiva si prolunga di qualche anno. Poi però finisce. 2) nessuno ti può togliere i voti della maturità o dell’università. Pensaci: quello che viene dopo è molto più precario e qualcuno o qualcosa ti può togliere il tuo status dall’oggi al domani. Se ti sei laureata con la lode probabilmente non conta e non vuol dire niente, ma è scolpito nella pietra.

C’è un risvolto interessante da sottolineare: chi ha avuto voti alti alla maturità o all’università, proprio per le ragioni che abbiamo detto, tende a approdare nel mondo del lavoro pensando di essere “membro a vita nel club degli intelligenti”.  Molte persone che nel mondo del lavoro si trovano già da anni hanno invece maturato un’opinione diversa di cosa sia l’intelligenzafuori dalla scuola. Questa differenza di vedute può creare qualche problema e frustrazione ai primi della classe.

P.S. Tutta questa storia ha però una curiosa post-morale che ci riporta al tema di quali siano i predittori del successo. Dopo la sua non brillante (per essere gentili) maturità AB of C ha studiato al prestigioso Trinity College di Cambridge, roccaforte esclusivissima dell’intellighenzia mondiale dove vengono ammessi solo i migliori studenti.  E allora? What do we make of this? Che la realtà è non lineare. Comunque, vi do un indizio: il liceo lo aveva fatto a Eton.

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

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