Bella come la mamma

pretty_like_mommyPrendo spunto dall’affermazione fatta da Sheryl Sandberg (COO di Facebook) a Davos: “gli stereotipi cominciano con le t-shirt”. Si riferisce a delle t-shirt che ha visto in giro recentemente e che esibiscono la scritta “Intelligente come il papà” oppure “Bella come la mamma”. Sembra una cosa “anni 50” e rischia di far sorridere come quando si sente dire una stupidaggine. Invece forse dovremmo preoccuparci.

Secondo la Sandberg la questione è abbastanza importante e non è la sola a pensarla così. Esiste anche un sito piuttosto noto che si chiama Pink Stinks (significato: il rosa fa schifo) la cui funzione è di sensibilizzare sul tema e dare suggerimenti su come allevare le figlie fuori dagli stereotipi (per quello che può fare la famiglia da sola). Il loro slogan “c’è più di un modo per essere una bambina”.

Sono d’accordo che non dovremmo sottovalutare l’impatto degli stereotipi né accettarli. Credo che ci dobbiamo preoccupare del sottile messaggio che ricevono le bambine su cosa ci si aspetti dal genere femminile.

Le donne leader di domani si trovano tra le bambine di oggi.  Chiamarle “principessa” e regalare loro cucine economiche in miniatura, bambolotti e mini-set di trucchi  non è certo un modo per aiutarle a scegliere liberamente cosa faranno da grandi. Per far emergere i talenti femminili di domani dobbiamo liberare le bambine dagli stereotipi femminili.

Leadership femminile e spirito patriottico

leadershipfemminile1Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 15/1/13 e firmato  dai professori  Alesina e Giavazzi rimette la questione femminile al centro del dibattito politico per ricordare che, chiunque vinca le elezioni, dovrà risolvere questa anomalia italiana con interventi di politica economica e sociale. Ma non bastano.

Sappiamo che la partecipazione alla forza lavoro delle donne in Italia è la più bassa in Europa ( 52% vs  il  69% in Spagna, il 66% in Francia 66, il 72% in Germania 72, il 77% in Svezia). Cosa le tenga lontane dal lavoro (o le faccia allontanare troppo presto) è una domanda che richiede una risposta articolata. Non è certo il livello di scolarizzazione nè il rendimento scolastico (le ragazze italiane raggiungono punteggi superiori ai maschi nel test Pisa che misura le abilità scolastiche a 15 anni, si laureano in misura superiore e con punteggi migliori, ecc.). Non è solo la mancanza degli asili nido (la scarsa partecipazione riguarda anche le non-madri). Intuitivamente ci viene da pensare che sia un problema di cultura, di stereotipi e di sottile pressione sociale e probabilmente è proprio così.

La divisione dei compiti tra lavoro domestico e lavoro retribuito sul mercato, riporta l’articolo, è  molto sbilanciata fra uomo e donna (le donne lavorano in casa 6,7 ore al giorno contro meno di 3 ore degli uomini). Il fenomeno è pervasivo: riguarda livelli di istruzione e classi sociali diverse.

“Ma siamo proprio sicuri che le donne italiane siano così felici di assumersi carichi domestici che paiono ben superiori a quelli delle donne di altri Paesi europei? Siamo così sicuri che tutte le donne siano contente di non essere promosse nel lavoro perché devono farsi carico della famiglia (non solo dei figli, anche di genitori e parenti anziani) praticamente da sole?” si domandano i due prof Alesina e Giavazzi.

Siamo abbastanza sicure del contrario e cioè che sia l’effetto di una discriminazione (palese o sottile, convogliata attraverso le aspettative sociali). E perché ne parlano insistentemente gli economisti? Perché è anche un lusso che non ci possiamo più permettere. Aumentare la partecipazione delle donne alla forza lavoro aumenterebbe il PIL (secondo il rapporto OCSE Closing the gender gap  potrebbe essere dell’1% l’anno se il livello di partecipazione delle donne raggiungesse quello degli uomini).

Qual è la relazione tra partecipazione alla forza lavoro e leadership femminile?  La risposta ovvia è che, più donne partecipano alla forza lavoro, più donne leader emergeranno (per ragioni statistiche). Ma la causalità funziona anche nell’altro verso, cioè se la leadership femminile aumenta, aumenta la partecipazione delle donne alla forza lavoro.

Una prima ragione ha a che vedere con i role model, che ampliano la concezione di ciò che è possibile. Una  seconda è questa. Se una donna fa meno carriera del proprio compagno/marito, finirà per occuparsi più della casa e della famiglia in una divisione dei ruoli che apparirà logica e inconfutabile. Questo, probabilmente, influirà negativamente sulla carriera della donna (anche attraverso l’auto-percezione), in una spirale discendente che, per troppe donne, porta a uscire prematuramente dalla forza lavoro. Le donne con salari più bassi e minori gratificazioni professionali, infatti, hanno una maggiore probabilità di lasciare il mercato del lavoro alla prima occasione possibile. Il lavoro, per le donne in questa situazione, invece di essere uno dei modi in cui ci si realizza, è solo una fonte di (spesso cattiva) retribuzione. Ma, potrebbe dire qualcuno un po’ darwinianamente, se le donne si fanno valere meno e hanno meno successo nel lavoro, forse è giusto che lascino spazio agli uomini. Peccato che, magari, la minore carriera iniziale sia dovuta a ragioni che hanno a che vedere con aspettative sociali/stereotipi e cultura (il problema riguarda entrambi i generi, non solo gli uomini) e non c’entri col merito….

E’ per questo che, insieme ovviamente a tutte le utili misure di politica economica e sociale, è così cruciale per il nostro paese aiutare  la leadership femminile a emergere, in particolare nelle fasi iniziali dell’ingresso sul mercato del lavoro (momento criticissimo per quello che avverrà dopo e momento di cui quasi nessuno si occupa visto che tutti si concentrano sulla presenza delle donne nei CdA e nei ranghi manageriali).

Concludo incoraggiando le donne a tutti i livelli a essere ambiziose e ad assumere i ruoli di leadership che, lo sappiamo, sono in grado di assumere. Se non lo volete fare per voi stesse, fatelo per spirito patriottico.

Il principio di Goldilocks e l’aspetto delle donne

goldilocksLa storia forse l’avete letta: una donna americana, Melissa Nelson,  che lavorava come assistente dentista nell’Iowa, è stata licenziata dal suo capo, il dentista James, perché troppo attraente. Negli ultimi mesi, secondo il dentista,  il suo abbigliamento rendeva “impossibile non notarla” e quindi era stato costretto a licenziarla per “salvare il suo matrimonio”. La Nelson ha fatto causa per discriminazione di genere ma ha perso. La Corte ha deliberato che, in casi come questo, si può favorire la famiglia senza commettere discriminazioni.

L’ avvocato della Nelson sottolinea giustamente il cattivo messaggio che questa storia trasmette: «È come se i giudici dicessero alle donne dell’Iowa: non pensiamo che gli uomini possano essere responsabili dei loro desideri sessuali, sono le donne  a dover controllare gli impulsi sessuali dei loro capi. E se i capi si lasciano sfuggire di mano la situazione le donne possono essere licenziate legalmente».

Non solo dalla sentenza sembra che solo le donne siano soggetti responsabili, ma anche è chiaro che devono stare attente a non essere né meno-che-carinepiù-che-carine. Insomma, una donna deve prestare attenzione ed essere esattamente-solo-carina  perché, se sbaglia per difetto o per eccesso, è penalizzata. Non deve apparire trascurata e scialba, ma nemmeno deve essere troppo attraente e vistosa. Il principio di Goldilocks (ispirato a una storia per bambini in cui gli orsetti volevano la pappa alla temperatura giusta e la cui morale è “meglio stare nel mezzo”) si applica dunque anche all’aspetto delle donne. Nè troppo fredde, nè troppo calde, semplicemente “giuste”.

E poi ci dicono  che guardiamo troppo al nostro aspetto esteriore. Un equilibrismo del genere richiede un monitoraggio continuo con sensori iper-sensibili, quindi forse facciamo bene a occuparci molto del nostro impatto fisico. Non solo, è anche indispensabile la capacità di prevedere ogni reazione dell’avversario alle proprie mosse, come in una partita a scacchi. Distraetevi un attimo e vi danno scacco matto.

Gli uomini, se sbagliano a gestire il proprio aspetto, sbagliano “nello stile” e commettono un peccato veniale, spesso condonato se vi sono altri aspetti positivi. Quando sbagliamo noi, invece, chiedono la nostra testa. Nell’Iowa (e purtroppo anche altrove), la ottengono.