Essere madri può trasformare il senso che si da al lavoro

Spesso si sente dire che essere madri cambia il rapporto delle donne col proprio lavoro. A volte, al di là dei sorrisi e dei toni suadenti, questo non è un complimento. Si sottointende che le donne, dovendo scegliere, metteranno davanti gli interessi della famiglia o comunque faranno dei compromessi e che questo non permetterà loro di dare il massimo.

La storia di Maria Gorrostieta rovescia la prospettiva di cosa significhi essere madre in un modo che fa riflettere, oltre a provocare emozioni.

Maria, laureata in medicina, 36 anni,  madre di tre figli, era sindaco di una cittadna a sud-est di Città del Messico. Fino dai primi anni come sindaco era finita nel mirino dei narco-trafficanti a cui si opponeva. Maria aveva subito inizialmente minacce molto pesanti, ma aveva continuato. Poi aveva subito attentati molto violenti. In uno aveva perso la vita il marito e lei era stata ferita gravemente. Poi un altro attentato. Era piena di ferite e trovava giusto mostrarle ai giornalisti, per far capire a tutti di cosa fossero capaci i narco-trafficanti (la foto che vedete, in effetti, è eloquente).

Qualcuno un giorno le ha chiesto se non fosse il caso di lasciare perdere la sua battaglia contro i narco-trafficanti, che se no prima o poi l’avrebbero uccisa. Lei ha risposto che in un altro momento della sua vita avrebbe potuto abbandonare il ruolo di difensore dei diritti dei cittadini per salvarsi, ma che ora non poteva più farlo perché aveva tre figli e ai figli si insegna dando l’esempio.

Maria è stata trovata morta circa una settimana fa, con evidenti segni di tortura. Il suo è chiaramente  un caso di eroismo, oltre che di leadership femminile. Ma l’idea che essere madri aumenti l’etica e il rigore che le donne decidono di mettere nel lavoro perché “si insegna ai figli attraverso l’esempio” andrebbe esplorata.

Dvd: il linguaggio a doppia voce delle donne

Dr Judith Baxter è una linguista della Aston University che ha studiato il linguaggio delle donne che siedono nei board (CdA).

I suoi studi hanno potuto confermare quello che molte di noi sanno dall’esperienza e cioè che le donne fanno fatica a trovare il tono “giusto” e il linguaggio “giusto” nei meeting di alto livello, in particolare quando c’è molta pressione. Ho messo la parola giusto tra virgolette perché non stiamo parlando di ciò che è giusto in senso assoluto, ma di ciò che funziona in un dato contesto.

Baxter ha confrontato il linguaggio delle donne e degli uomini che siedono nei consigli di amministrazione (non nella mensa aziendale, ma nei CdA, lo sottolineo per dire che questo tema riguarda anche le donne senior) e ha trovato che le donne tendono a fare commenti auto-ironici, a esprimersi in modo indiretto e a scusarsi per ciò che stanno dicendo in misura quattro volte superiore a quella degli uomini.

In parte, spiega Baxter, questo modo di esprimersi è dovuto al desiderio di evitare conflitti, mantenere alleanze, non rompere equilibri e, in parte, al tentativo di adeguare il messaggio “in tempo reale” mentre lo si sta dando, sulla base delle reazioni che si manifestano.  Baxter lo chiama “double voice discourse” (DvD), discorso a doppia voce (esempio: “scusate, forse mi sbaglio, ma non sono daccordo” oppure “non sono un’esperta dell’argomento, ma vorrei dire…” e ancora “forse dovrei tacere visto che non conosco a fondo questo tema, ma…”).

Raramente il DvD ottiene i risultati voluti, più spesso indebolisce gli argomenti, ci fa apparire indecise, insicure o incapaci di prendere posizione e, in definitiva, non ci fa prendere sul serio e mina la nostra autorevolezza. Magari tra noi donne questo linguaggio può funzionare, ma non in una stanza piena di uomini dove  farsi ascoltare è, di per sé, una sfida e richiede che auto-stima, pervicacia e convinzione siano manifeste.

Dato che nelle stanze del potere le donne sono in minoranza (quando ci sono) e quindi partono svantaggiate, il DvD è da evitare.  Diciamo invece quello che dobbiamo dire senza preamboli, con sicurezza e con un tono di voce fermo. Quello che abbiamo da dire spesso è importante ed è un peccato che vada perso.

Donne vescovo e leadership femminile

Come avrete letto, il Sinodo della Chiesa Anglicana d’Inghilterra, a sorpresa e per un pugno di voti, non ha approvato l’ordinazione delle donne vescovo. La Chiesa Anglicana ammette dunque che le donne siano ordinate sacerdote, ma non che possano salire più di tanto nella gerarchia ecclesiastica (il solito soffitto).

Sono passati  già vent’anni dall’ordinazione della prima donna sacerdote, il 30% dei sacerdoti anglicani sono donne  e attualmente vengono ordinate più donne che uomini, eppure la proposta non è passata.

Come commenta il Financial Times di oggi (22 Novembre),  se la Chiesa Anglicana  non riesce a assicurare un “percorso di carriera” alle donne sacerdote farà fatica ad attirare e trattenere gli elementi migliori, il che significa che si priverà dei talenti necessari a sopravvivere. Sembra incredibile che il gruppo “emergente” delle donne sacerdote non abbia una prospettiva di crescita nell’organizzazione oltre un certo livello? Eppure questa storia ci è tristemente familiare….  (Notate che qualcuno dice che la vocazione dovrebbe sostituire l’ambizione.  Ma perché questo assunto dovrebbe valere solo per le donne?)

Saprete anche che, con singolare coincidenza, il giorno prima del famigerato voto contrario, la Chiesa Anglicana del Sudafrica aveva invece consacrato il suo primo vescovo donna, Ellinah Wamukoya, 61 anni. Sulla questione femminile (e purtroppo non solo su quella), il vecchio continente, purtroppo, mostra la propria vecchiaia.

Donne nei CdA: con un poco di zucchero, la pillola va giù

Sapete com’è andata a finire la vicenda della proposta di direttiva che introduceva le quote rosa a livello europeo proposta dal commissario EU Viviane Reding e osteggiata da 11 paesi membri (capeggiati dal Regno Unito). La vittoria della Reding è stata parziale perché la proposta è stata riformulata in modo meno stringente per le aziende, ma approvata all’unanimità grazie alla versione un po’ edulcorata che ha superato le resistenze degli oppositori.

Le aziende europee non dovranno soddisfare delle quote rosa come nella proposta iniziale della Reding, ma dovranno dimostrare di aver fatto tutto il possibile per portare il numero delle donne nei CdA al 40% entro il 2020 e sul progresso verso l’obiettivo dovranno fornire uno stato di avanzamento annuale. Ci saranno sanzioni (i Paesi membri sceglieranno quali, per esempio si potranno comminare multe oppure si potrà procedere alla revoca della nomina di un candidato uomo) per le aziende che non raggiungeranno l’obiettivo del 40% entro il 2020 (anticipato al 2018 per le azienze pubbliche che “devono dare l’esempio”).

Meno forte della proposta iniziale, con alcuni punti deboli dal punto di vista implementativo (quello che farebbe scattare le sanzioni non è chiarissimo), la proposta di direttiva (deve essere ancora passata al Parlamento Europeo) è comunque un passo avanti importante perché costringe le aziende a tenere presente la questione femminile anche nei “luoghi sacri” e ad aumentare la trasparenza nella selezione dei membri dei CdA.

La quota di donne nei CdA delle aziende di grandi dimensioni in Europa è il 13,7% (di poco aumentato rispetto al 2010).

In Italia, la percentuale si ferma al 6,1%, in lievissimo miglioramento rispetto al 5,9% del  2011. Il cammino è lungo e questa legislazione riguarda solo le 5000 società quotate e i CdA, non la miriade di altre società e non il management. Però bisogna riconoscere che qualcosa inizia a muoversi nella direzione giusta.

Leadership femminile? No, grazie…

La leadership alle donne? No grazie, quella ce l’abbiamo già: noi vogliamo il potere“. Lo ha detto Emma Bonino che cito per ricordarvi (è l’ultima volta, prometto) di firmare la petizione on line promossa dalla Fondazione Bellisario per sostenere la proposta legislativa in favore dell’introduzione di quote riservate alle donne negli organismi direttivi delle imprese europee. C’è tempo solo fino al 14 Novembre (domani).

Firmare è velocissimo, basta cliccare qui per essere mandati sul sito change.org dove si inseriscono nome-cognome-indirizzo ed è fatta.

 

L’orgoglio sbagliato

Le quote sembrano la negazione della nostra essenza più profonda.

Maccome? Le quote sono per chi non ce la fa (con tutto il rispetto) e per chi preferisce chiedere aiuto piuttosto che stringere i denti (con un pizzico di disprezzo). Molte donne (viscerlmente) non amano le quote.  Per avvicinarsi alle quote si devono “turare il naso” (le più giovani non ricorderanno questa espressione, meglio per loro).

Ecco, non è così. Certo che ce la possiamo fare da sole. Ma non è questo il punto. Ci dovrebbe essere un senso di urgenza in tutti (non in tutte, in tutti) noi. Non possiamo aspettare. Abbiamo bisogno di fare “reset” perché un sistema in cui le donne, che sono le migliori laureate da anni, scendono al 13,7% nei posti del potere, come possiamo credere che sia un caso? Come possiamo pensare che sia “naturale”? A me ricorda quando anni fa gli esperti di statistica notarono che in Cina nascevano meno bambine. E iniziarono a dire “guardate che non è possibile”. Qualcuno alzò le spalle: “sarà la natura”. No, non era la natura. Le facevano fuori, aborto selettivo.

E’ una distorsione anche stavolta. Non possamo “lasciar fare alla natura”. Se non credete a niente altro che ai numeri, guardate quelli. Le donne sono oltre 50% delle laureate e (molto) meno del 15% nelle posizioni di comando. L’intelligenza delle donne inizia a decadere drammaticamente oltre i 25 anni? la gravidanza ci danneggia cerebralmente? Abbiamo meno voglia di lavorare? (questa è quella che fa più ridere). Se crediamo a queste, ce ne racconteranno di ancora più grosse la prossima volta.

Volete fare qualcosa? Firmate la petizione per supportare la proposta legislativa di Viviane Reding (Commissario EU) che si batte per introdurre le quote rosa a livelo europeo, pur avendocela fatta senza di esse, ovviamente. La sta facendo circolare la Fondazione Bellisario e tantissime donne che, vi assicuro, sono entrate nella stanza dei bottoni senza le quote. Proprio per questo vogliono le quote, perché sanno che adesso, la spallata finale, la dobbiamo dare tutte insieme. E’ il momento di avere l’orgoglio di dire che siamo brave e  siamo sicure di meritare il 40% dei posti nella stanza dei bottoni. Vi chiedo non solo di firmarla, ma di dire a tutti che la avete firmata e di farla girare. Questo è l’orgoglio giusto.

C’è tempo solo fino al 14 Novembre per firmare la petizione che chiede l’introduzione di quote riservate alle donne negli organismi direttivi delle imprese europee.

Avete dubbi?

La vergogna delle donne

Uno dei problemi delle donne è di non sentirsi mai completamente all’altezza delle aspettative. Lo “standard” che abbiamo in mente è spesso irragionevolmente alto e, in verità, non è per nulla uno standard, ma semmai un ideale di perfezione. Tuttavia, la maggioranza di noi, pur essendo in altre questioni persone ragionevoli e equilibrate, lo ha interiorizzato al punto da non rendersi più conto che questa ragnatela di aspettative, irraggiungibili e tra loro in conflitto, è una trappola.

Ne parla Brené Brown in un TED Talk sulla vergogna che si intitola Listening to shame Brené dice che la vergogna è diversa a seconda del genere. Per le donne, la vergogna  è spesso un senso di inadeguatezza, di non essere quello che dovremmo essere, di non essere abbastanza brave nel ricoprire tutti i ruoli senza sbavature. Secondo me, spesso le donne pensano di dover garantire  tutto a  tutti (marito, figli, genitori, azienda per cui lavorano) e provano quindi umiliazione e senso di sconfitta quando non ce la fanno più: come un giocoliere di strada quando fa cadere le palle davanti ai passanti e sente che bisbigliano “però forse ha esagerato, erano troppe!”.

La Brown cita una vecchia pubblicità di un profumo (Enjolie) che andava di moda negli anni 80. Il filmato si intitolava “The 24 hour woman” e mostrava una donna che iniziava la giornata da manager (tailleur grigio) poi mutava in casalinga e mamma (pentola in mano, abitino da casa) e, finalmente, diventava donna fatale per il marito (abito da sera mozzafiato). Non riesco a immaginare un titolo più azzeccato visto che probabilmente non faceva in tempo a finire col marito che già le suonava la sveglia per poter preparare la colazione a tutti l’indomani mattina. Tutte queste cose venivano naturalmente fatte con un sorriso e  senza mostrare fatica (e quindi senza sudare…era la pubblicità di un profumo, ricordate). Riconoscete il trappolone?

La simpatica Brené commenta laconica “non so se quella pubblicità abbia fatto vendere molti flaconi di profumo, ma ha sicuramente movimentato molti anti-depressivi in farmacia”.

Quella pubblicità oggi fa sorridere (anzi, guardatela e fatevi quattro risate), ma attenzione, perché il role model di donna che fa tutto e lo fa alla perfezione viene proposto anche oggi. L’aggravante è che non è più pubblicità, ma realtà (un po’ modificata). Quando si propongono role model, si tende infatti a mostrare donne “perfette” che fanno tutto senza fatica, esattamente come nella pubblicità del profumo. Naturalmente questi role model sono proposti con la buona intenzione di dimostrare alle donne “che possono avere tutto.” Però, parafrasando Brené, mi verrebbe da dire: non so se questi role model  facciano venire voglia ad alcune donne di avere tutto, ma sicuramente movimenteranno molti anti-depressivi e ansiolitci in farmacia”.

Brené parla delle aspettative impossibili a realizzarsi come di una camicia di forza che le donne sono costrette a indossare. Pensateci un attimo. Non è una metafora sbagliata.