La sindrome dell’iperconnettività e le donne

Lo smartphone può dare dipendenza. Il risultato di un’indagine svolta in Gran Bretagna da Ofcom (l’ente che regola le telecomunicazioni in quel paese) fa riflettere: il 37% degli adulti intervistati ammette di essere “altamente assuefatto al proprio smartphone”. Quello che emerge oltre  oceano è anche più preoccupante. Gli Alcuni studiosi di Stanford hanno infatti sentito la necessità di coniare  il termine “iPhone Addiction” dopo aver rilevato in un’indagine che il 75% degli intervistati si addormenta col proprio iPhone, il 69% dichiara che la mattina è più facile dimenticarsi a casa il portafogli che l’iphone e, dulcis in fundo, il  41% dice che perdere il proprio iPhone sarebbe “una tragedia”.

Il meccanismo che ci rende dipendenti dal nostro telefonino è simile a quello che opera nel caso del gioco d’azzardo e del gioco del lotto. Gli psicologi spiegano che lo smartphone procura una rinforzo positivo a schema variabile (cioè il rinforzo positivo può arrivare, in maniera casuale, in qualsiasi momento) un po’ come una slot machine. In pratica si continua a controllare il telefono ossessivamente sperando in qualche buona notizia (il rinforzo positivo).  In effetti, se è vero che molti di noi hanno iniziato a usarlo per lavoro (per controllare email che potessero riguardare questioni urgenti),  dobbiamo ammettere che spesso continuiamo a controllarlo  anche in situazioni in cui potremmo evitare (mentre  riguardiamo i compiti dei figli o siamo al cinema con le amiche o portiamo a spasso il cane).

Attenzione, noi donne siamo a rischio. Per noi  questa sindrome è ancora più pericolosa perché ci sembra di dover sempre essere disponibili per gli altri . Anzitutto perché lo stereotipo femminile dell’accudimento richiede disponibilità totale ventiquattro ore al giorno. Secondo, perché   per le donne è necessario dimostrare dedizione estrema per vincere i pregiudizi maschili che le vorrebbero “turiste per caso” nel mondo del lavoro. Come meglio dimostrarlo che con reperibilità ininterrotta?

Il problema è che l’iperconnettività non è a costo zero.  Gli esperti parlano di insonnia, depressione, stress, problemi con i partner. Potrei citare gli incidenti stradali dovuti al controllo dello smartphone mentre si guida. Aggiungo, anche se certamente è meno grave, che il controllo ossessivo delle email in ogni momento della giornata ci porta a procrastinare cose più importanti e a non essere mai totalmente concentrati su quello che facciamo e sulle persone che abbiamo davanti. Forse, nelle forme estreme, porta a non vivere pienamente nell’hic et nunc. Tutto questo non è certo il tipo di leadership femminile a cui tendiamo.

Cosa fare per contrastare la sindrome dell’iperconnettività? Datevi delle regole e comunicatele. A una certa ora, a meno di urgenze incombenti, il vostro telefono sarà spento. Lo riaccenderete alle ore X. Incoraggiate i vostri collaboratori a fare altrettanto.  Spiegate che così si lavora tutti meglio.

Cosa ne pensate?

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

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