Donne e potere

Qualcuno  sostiene che le donne “mollino” la carriera (dando ragione a chi sostiene che non possono avere tutto), ma non per la ragione data da Anne Marie-Slaughter (la quale sostiene che le posizioni di vertice richiedono un impegno incompatibile con quello richiesto della famiglia) . La tesi della Slaughter, argomentano, può essere vera per posizioni veramente apicali in settori/situazioni complessi (posizioni che richiedono il 100% dello share-of-mind di una persona) o per i primi gradini della carriera  (in cui le donne non guadagnano abbastanza per avere una base di aiuti domestici sufficiente). Sicuramente però, non è l’unica ragione per cui le donne mollano la carriera. Eccone un’altra.

Secondo il professor Pfeffer  (Stanford  University), una ragione più importante che fa “mollare” la carriera alle donne è che queste non sono a proprio agio con le dinamiche del potere. Notate come questo tipo di spiegazione sposti l’asse dai problemi pratici a quelli psicologici, motivazionali e quindi valoriali. Aggiungo che una ragione non esclude l’altra.

Le donne, secondo Jeffery Pfeffer interpretano il  lavoro come “puramente meritocratico” aspettandosi che le competenze e i risultati siano ricompensati. Le donne non amano “i giochi del potere”. Gli uomini, invece, comprendono e accettano che nel lavoro influenza e potere giocano un ruolo importante.

L’implicazione, secondo Pfeffer, è che, se le donne superassero le resistenze nei confronti del potere, vivrebbero più serenamente e con maggiore successo la propria carriera e defezionerebbero di meno. Vediamo i suoi suggerimenti.

Primo passo: le donne devono imparare a essere a proprio agio con il perseguimento del potere e non solo dei risultati. In altre parole: perseguire il potere è ok anche per una donna.

Secondo, le donne devono superare la paura di rischiare che di solito hanno più degli uomini. Patricia Sellers ha trovato nelle sue ricerche che le donne desiderano “essere perfette” e, di conseguenza, hanno paura di sbagliare. Questa preferenza però fa perdere opportunità. Non si costruisce il potere senza rischiare qualcosa e uscire dalla propria comfort-zone.

Terzo, le donne devono liberarsi dalla credenza per cui il potere rende antipatiche e poco amate. Non è detto. Purtroppo ci sono ancora pochi role model e questo non aiuta.

Quarto, le donne devono iniziare a fare networking professionale in modo intenzionale e strategico. Spesso le donne tessono relazioni nel privato e non lo fanno invece in campo professionale. Le relazioni sono un modo di costruire potere, alleanze e tutto ciò che supporta il raggiungimento degli obiettivi. Senza un buon network, è noto, si è tagliati fuori dalle decisioni e dalle informazioni che contano. Ma anche: essere parte di un network professionale crea un legame psicologico forte col lavoro.

Quinto, le donne dovrebbero superare la riluttanza che hanno nel chiedere aiuto.

Sesto, le donne devono diventare resilienti anche nel contesto lavorativo. Il perseguimento del potere comporta anche sconfitte brucianti che arrivano dopo grandi sforzi. Alla lunga, vince chi non si fa scoraggiare e ricomincia, cioè chi pensa al prossimo gol e non a quello che ha appena subito.

Ultimo punto, forse il più interessante, le donne devono fare squadra. Pensare di cambiare le dinamiche del potere senza una squadra compatta è un’idea che non  tiene conto, appunto, delle dinamiche di potere.

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La sindrome dell’iperconnettività e le donne

Lo smartphone può dare dipendenza. Il risultato di un’indagine svolta in Gran Bretagna da Ofcom (l’ente che regola le telecomunicazioni in quel paese) fa riflettere: il 37% degli adulti intervistati ammette di essere “altamente assuefatto al proprio smartphone”. Quello che emerge oltre  oceano è anche più preoccupante. Gli Alcuni studiosi di Stanford hanno infatti sentito la necessità di coniare  il termine “iPhone Addiction” dopo aver rilevato in un’indagine che il 75% degli intervistati si addormenta col proprio iPhone, il 69% dichiara che la mattina è più facile dimenticarsi a casa il portafogli che l’iphone e, dulcis in fundo, il  41% dice che perdere il proprio iPhone sarebbe “una tragedia”.

Il meccanismo che ci rende dipendenti dal nostro telefonino è simile a quello che opera nel caso del gioco d’azzardo e del gioco del lotto. Gli psicologi spiegano che lo smartphone procura una rinforzo positivo a schema variabile (cioè il rinforzo positivo può arrivare, in maniera casuale, in qualsiasi momento) un po’ come una slot machine. In pratica si continua a controllare il telefono ossessivamente sperando in qualche buona notizia (il rinforzo positivo).  In effetti, se è vero che molti di noi hanno iniziato a usarlo per lavoro (per controllare email che potessero riguardare questioni urgenti),  dobbiamo ammettere che spesso continuiamo a controllarlo  anche in situazioni in cui potremmo evitare (mentre  riguardiamo i compiti dei figli o siamo al cinema con le amiche o portiamo a spasso il cane).

Attenzione, noi donne siamo a rischio. Per noi  questa sindrome è ancora più pericolosa perché ci sembra di dover sempre essere disponibili per gli altri . Anzitutto perché lo stereotipo femminile dell’accudimento richiede disponibilità totale ventiquattro ore al giorno. Secondo, perché   per le donne è necessario dimostrare dedizione estrema per vincere i pregiudizi maschili che le vorrebbero “turiste per caso” nel mondo del lavoro. Come meglio dimostrarlo che con reperibilità ininterrotta?

Il problema è che l’iperconnettività non è a costo zero.  Gli esperti parlano di insonnia, depressione, stress, problemi con i partner. Potrei citare gli incidenti stradali dovuti al controllo dello smartphone mentre si guida. Aggiungo, anche se certamente è meno grave, che il controllo ossessivo delle email in ogni momento della giornata ci porta a procrastinare cose più importanti e a non essere mai totalmente concentrati su quello che facciamo e sulle persone che abbiamo davanti. Forse, nelle forme estreme, porta a non vivere pienamente nell’hic et nunc. Tutto questo non è certo il tipo di leadership femminile a cui tendiamo.

Cosa fare per contrastare la sindrome dell’iperconnettività? Datevi delle regole e comunicatele. A una certa ora, a meno di urgenze incombenti, il vostro telefono sarà spento. Lo riaccenderete alle ore X. Incoraggiate i vostri collaboratori a fare altrettanto.  Spiegate che così si lavora tutti meglio.

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Le donne possono avere tutto?

Ci sono due tesi contrapposte. La prima, portata avanti (e incarnata) dalla carismatica Sheryl Sandberg (CEO di Facebook) dice che se le donne osano puntare in alto possono farcela perché sono piene di qualità (le donne possono avere tutto). La Sandberg è una donna attraente, felicemente sposata e madre di due figli, oltre che titolare di uno dei lavori più ambiti del pianeta (se si hanno ambizioni aziendali, naturalmente). Almeno nel suo caso, le cose sono andate proprio come dice.

La tesi alternativa, espressa in un controverso articolo comparso sull’Atlantic a firma di Anne-Marie Slaughter  è che le posizioni apicali si possano tenere solo a costo di sacrifici personali enormi (le donne non possono avere tutto) perché il carico famigliare è sbilanciato e le donne ne sopportano la quota maggiore. Anche Slaughter, come Sandberg, cita il proprio caso personale come evidenza a supporto della tesi: è stata infatti costretta ad abbandonare una carriera molto promettente (è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di  Director of Policy Planning del Dipartiemnto di Stato) per seguire i figli adolescenti. La Slaughter aggiunge una riflessione: dire alle donne con piglio vincente che possono avere tutto le renderà ancora più frustrate quando dovranno rinunciare al lavoro impegnativo o alla famiglia perché non ce la fanno a sostenere il doppio-carico.

Io credo che incitare le donne a essere più ambiziose, o anche solo a non rinunciare “a priori”, sia giusto perché l’educazione e la cultura prevalenti non supportano l’ambizione femminile (e la profezia che si auto-avvera). Allo stesso tempo, do ragione a Anne-Marie Slaughter: bisogna stare attenti alle conseguenze di quello che si dice. Se dire alle donne “potete avere tutto” fa pensare a quelle che non ci riescono di esseri incapaci, insufficientemente ambiziose e colpevoli di aver lasciato cadere il testimone della causa femminile…allora stiamo sbagliando qualcosa. Forse dovremmo dire “provate a avere tutto”. In altre parole: non rinunciate a priori alla carriera, cercate il vostro equilibrio, scegliete liberamente dove volete essere nel continuo  che va dal concentrarsi solo vita personale al dedicarsi solo al lavoro. Fatelo rispettando chi siete e le vostre preferenze. Insomma, siate voi stesse con orgoglio:  quello che fate non ve le devono imporre né gli stereotipi di genere né i role-model proposti dalle super-women.

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Il potere del sonno

Per essere buone leader bisogna dormire. Sembra controcorrente, ma è proprio questo che asseriva una donna di potere come Arianna  Huffington dal palco dei TED Talks un anno e mezzo fa. Il collegamento fra  leadership e sonno sta nel fatto che solo una mente riposata riesce a vedere the big picture e, se si presenta, l’iceberg prima che il Titanic ci finisca sopra.

Nel suo talk, Arianna non si limitava a dire che la strada per avere successo è dormire di più, ma aggiungeva, provocatoriamente, che battersi per dormire di più è una battaglia femminista. Ecco perché.

Anzitutto, perché le donne tendono, a causa dei carichi famigliari e lavorativi, a dormire poco. “Mi rivolgo a tutte le donne in carenza di sonno” ha detto Huffington alla platea dei TED Talks. E’ seguito un applauso scrosciante e liberatorio. Non dobbiamo avere paura di ammetterlo: in alcuni periodi della vita si accavallano esigenze famigliari e di carriera, non si hanno sufficienti ore di sonno  e si pensa “la cosa che desidero di più è dormire”. Perfino la brillante Gillian Tett (giornalista del Financial Times) confessa che quando aveva i bambini piccoli ogni tanto andava nel bagno dell’ufficio a dormire per qualche minuto (vergognandosi di farlo alla scrivania). Brava Arianna! Sdoganiamo la stanchezza femminile e smettiamo di nasconderla perché non è una colpa né un deficit. E’ solo l’effetto dei una serie di pressioni e di una cattiva ripartizione dei carichi di lavoro nelle famiglie.

La seconda ragione per cui è una questione di genere è che gli uomini ritengono molto macho il fatto di dormire poco e infatti se ne vantano. E’ uno di quei terreni su cui amano portarci, costringendoci a volte a maratone massacranti e di dubbia utilità, forse perché spostare l’asse sulla forza fisica li fa sentire più sicuri. Ecco, questa è una di quelle cose in cui non dobbiamo imparare da loro perché, in realtà, la stanchezza ottenebra la mente. Si può forse “funzionare” nelle attività ordinarie anche da stanchi, ma è difficile essere strategici.

Charles Czeisler della Harvard Medical School diceva: “Come un ubriaco, una persona priva di sonno non ha veramente idea di quanto siano compromesse le sue reali funzioni. La maggior parte di noi ha dimenticato cosa vuol dire davvero essere svegli”. La National Sleep Foundation, che raccomanda da 7 a 9 ore di sonno a notte, ha identficato un nesso tra mancanza di sonno e e capacità cognitive, apprendmento, umore e obesità.

Conclusione: rivendicate il diritto al sonno e, se non avete alternativa, fate qualche pisolino ristoratore sul lavoro. Se vi serve a essere più lucide e a dare il meglio, è la cosa da fare. I più innovativi fra i datori di lavoro (per esempio i soliti noti della Silicon Valley) prevedono già da tempo spazi dedicati al sonnellino (per esempio, sleeping-pods, come quello nella foto). Meglio ogni tanto dormire sul lavoro per una decina di minuti che fare il proprio laoro dormendo.

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Le donne che dicono no

Axelle Lemaire, 37 anni, è arrivata in testa al primo turno elettorale francese ed è stata confermata al secondo per la terza circoscrizione francese “ Europa del Nord” (Gran Bretagna, Scandinavia, Paesi Baltici, e Irlanda). La sua circoscrizione include Londra, la “sesta città francese” grazie a 350.000 cittadini francesi che vi risiedono. Il suo successo ha fatto un certo scalpore facendo scrivere che nel Regno Unito “non sono solo le automobili ad avere la guida a sinistra”. Il suo rifiuto ha fatto ancora più scalpore.

Il neo-eletto Hollande voleva Axelle, giovane e brillante, per uno dei ministeri.  Prima cosa divertente che mi riempie di ammirazione: si narra che il cellulare di Axelle si stato spento per molte ore e quindi Hollande non riusciva a raggiungerla per proporglielo. Quando si dice prendersi i propri spazi. Seconda cosa divertente: finalmente Hollande riesce a raggiungerla, le offre un ministero su un piatto d’argento e lei, senza esitazioni, dice no  grazie. La risposta precisa è stata: “Faccio politica per migliorare le vite degli altri, non per peggiorare la mia”. E aggiunge che ha tre figli e “non è organizzata per vivere a Parigi”. Ma quanto coraggio! Telefono spento, rifiuta una posizione di prestigio senza dare la colpa a nessuno e senza rimpianti, dice solo che “non è organizzata per farlo”. I figli non possono aspettare, mentre la politica sì.

Ecco,  dal punto di vista della società è un peccato. Axelle sembra molto valida, potrebbe coinvolgersi di più e sceglie di non farlo (per ora). Dal punto di vista di Axelle, invece, è perfetto. Non perché sia meglio scegliere  la famiglia rispetto alla carriera (dipende dalle circostanze e dalle preferenze), ma perché avere chiare le proprie priorità è la chiave dell’equilibrio, della felicità e del successo.

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