Usciamo dalla riserva indiana e diciamo la nostra

Tempo fa  Marina Terragni scriveva su Io Donna che è molto difficile per le donne accedere a posizioni di rilievo nel sistema mass-mediatico e, in particolare, nel mondo della carta stampata.  Allo stesso tempo, osservava Terragni, “la rete è donna”, intendendo che sulla rete ci esprimiamo invece molto spesso. La rete è democratica, si sa.

Ma ecco il problema, secondo Terragni: noi donne tendiamo a esprimerci tanto in rete, ma in prevalenza su questioni femminili o comunque, aggiungo io, su questioni riguardo alle quali ci riteniamo autorizzate a dire la nostra. Purtroppo, anche in rete, ci esprimiamo meno sui grandi temi dell’attualità politica, dell’economia, dell’etica. E in azienda, ci esprimiamo poco sulla strategia e sulla visione (questo tema merita un post a parte perché ci crea non pochi problemi). Ci sono eccezioni, anche notevoli, ma in genere credo che l’osservazione di Terragni sia corretta.

Ma perché? E’ proprio vero che non ci interessiamo o non capiamo niente di politica, economia, strategia? No, la questione è un’altra. Noi donne tendiamo a “parlare quando ci viene data la parola”, cioè quando qualcuno ci chiede la nostra opinione o quando ci sentiamo esperte della materia. Manchiamo spesso di sense of entitlement nell’esprimerci, cioè di quel senso di essere autorizzate di diritto a esprimere le nostre opinioni. Gli uomini invece sono meno restii a dire ciò che pensano anche su argomenti che non conoscono a fondo e riguardo ai quali non sono autorevoli.

Il problema è che alla lunga, auto-censurare il proprio pensiero riduce l’auto-stima. Si rischia di convincersi che, a parte su poche questioni,  la nostra opinione non conti e “non faccia la differenza” (non ci siamo espresse, ma qualcun altro ha parlato e il mondo non si è fermato).  A forza di non esprimere opinioni su certi argomenti, inoltre, il pensiero su quegli argomenti si atrofizza (perché attraverso il confronto con gli altri il pensiero si affina).

Non è difficile vedere, ancora una volta, educazione e stereotipi alla base di questo comportamento. Ma sicuramente anche il desiderio, maggiore nelle donne  che negli uomini anche per ragioni biologiche (differenze ormonali), di evitare i conflitti può in parte spiegare la nostra riluttanza ad asserire le nostre opinioni.

Terragni nel suo articolo invitava le donne “a dire la loro”. Mi unisco all’esortazione e aggiungo alcune cose. Primo: chi tace in azienda rischia di essere scambiato per qualcuno che non pensa, che è scarsamente interessato agli argomenti trattati o non si sente parte del team. Tacere troppo spesso è un comportamento auto-limitante per la vostra carriera. Secondo: se avete un’opinione, soprattutto se contraria a quella della maggior parte del gruppo, può essere importante esprimerla (per contrastare il fenomeno del groupthink che caratterizza gruppi troppo omogenei). Se tacete, non state facendo un favore a nessuno, anzi. Terzo: quando si parla, bisogna andare diritti al punto e essere concisi. Tenere la parola per tanto tempo senza aggiungere valore alla conversazione è valutato negativamente (però, anche se non dovrei dirlo, rischia di essere comunque meglio che essere stati zitti). Non è facile esprimere in modo chiaro e sintetico le proprie idee, ma si impara facendo, quindi, fate esercizio e accettate di  non essere perfette le prime volte.

Ultimo punto: se non abbiamo il coraggio di prendere la parola su questioni rilevanti per il nostro Paese, per l’azienda per cui lavoriamo, per il mondo in cui viviamo, saremo relegate inesorabilmente nella riserva indiana delle questioni “di pertinenza femminile”. Per favore, riprendiamoci il diritto di dire la nostra su tutto.

Dedicato ai negazionisti (e alle negazioniste)

Si sente spesso dire che le donne devono seguire gli stessi percorsi di leadership degli uomini, cioè che sarebbe inutile, sbagliato e forse anche “ghettizzante” pensare a percorsi formativi per il solo genere femminile. Vorrei dire la mia e portare un esempio a supporto.

Constatazione: le donne non partono dalla stessa base di partenza degli uomini a causa dell’educazione e degli stereotipi, oltre naturalmente ai doppi-tripli-quadrupli carichi di impegni (casa, figli, anziani, oltre al lavoro). Conseguenza: dobbiamo “livellare il campo da gioco” prima di fare altre cose.

Eliminare i carichi di lavoro aggiuntivo che gravano sulle donne è la parte più difficile e lunga: richiede cambiamenti culturali e nuove infrastrutture. Nell’immediato si può invece agire su quei fattori che frenano la carriera delle donne e che derivano dall’educazione che hanno ricevuto e dagli stereotipi dominanti. Farlo è fondamentale perché questi ostacoli sono molto concreti e confermati dalla ricerca. Non farlo è un peccato (oltre che una mancanza di giustizia) perché sono ostacoli che si rimuovono abbastanza facilmente.

Per convincere i negazionisti (che ritengono gli ostacoli di genere inesistenti o superabili da chi abbia capacità e buona volontà), cito un’iniziativa della Oxford University. Lo trovo un buon esempio perché il bacino di studentesse dell’università (ai primissimi posti delle classifiche mondiali) è sicuramente composto da persone molto intelligenti e super-selezionate. A queste ragazze non devono mancare certo nè la  capacità nè la volontà di farcela. Nonostante questo, una ricerca recente ha dimostrato che le ragazze una volta laureate, benché in possesso di un titolo di studio prestigiosissimo, hanno reticenza nel candidarsi a posti di lavoro nel settore bancario, nella finanza, nella consulenza aziendale e nei servizi di ingegneria.

L’Università di Oxford  ha quindi pragmaticamente deciso di offrire alle proprie studentesse un corso di  pochi giorni che le aiuti a migliorare la fiducia in se stesse, il pensiero positivo e la consapevolezza dei propri punti di forza. L’obiettivo finale è renderle più assertive e in grado di farsi valere, perché questi pare siano gli ingredienti mancanti.

Vorrei sottolineare, perché questa è un’altra obiezione che si sente fare, che non si tratta di corsi che fanno diventare le donne “come gli uomini”. I corsi puntano solo a eliminare quei comportamenti auto-limitanti che noi donne non abbiamo scelto e che non derivano da specificità del cervello femminile, ma che ci sono stati passati attraverso l’educazione e gli stereotipi senza che ce ne accorgessimo.

Tornando ai percorsi di leadership, concordo con l’affermazione che donne e uomini debbano fare gli stessi percorsi, ma credo che sia utile prima rimuovere gli ostacoli, almeno comportamentali e psicologici, di genere. Se perfino le studentesse di Oxford hanno bisogno di un aiuto per superare gli ostacoli di genere, negare che questi esistono e che creano problemi alle donne è una posizione poco difendibile.

Cosa ne pensate?