La leadership femminile porta crescita

Qual è il nesso? Partiamo dall’l’articolo uscito sul Sole 24 Ore di giovedì 5 Gennaio a firma delle instancabili Paola Profeta e Alessandra Casarico. Sono due prof esperte di scienza delle finanze, che martellano da anni spiegandoci, numeri alla mano, che la partecipazione femminile alla forza lavoro fa bene all’economia (“Più donne sul mercato del lavoro per aumentare il PIL”).

Come scrivono le prof, aumentare la partecipazione femminile alla forza lavoro è un’opportunità per molti paesi, ma lo è in particolare per l’Italia in cui il lavoro femminile è sotto-utilizzato (solo il 50% delle donne lavorano) e il livello di istruzione delle donne ha superato quello degli uomini (e continua a crescere). Portare la percentuale di donne che lavorano ai livelli previsti dal trattato di Lisbona (60%) farebbe crescere il PIL fino a 7 punti percentuali in più, secondo le stime della Banca d’Italia.

Per far lavorare le donne, le buone intenzioni e le dichiarazioni d’intenti non bastano. Servono almeno tre cose: servizi (asili nido, assistenza per anziani, ecc.), misure che promuovano una divisione del lavoro familiare bilanciata (es. congedi di paternità) e prospettive eque di carriera per le donne.

Mi soffermo sull’ultimo punto perché è quello di cui mi occupo ma anche perché spesso è trascurato, pur essendo fondamentale. In Italia abbiamo un alto tasso di abbandono del lavoro da parte delle donne dopo la maternità.  Una (certo non la sola)delle ragioni è che le donne spesso non hanno una prospettiva credibile di carriera. Le donne che rientrano dalla maternità  devono fare i salti mortali per conciliare vita e lavoro e finiscono, comunque, per trasferire buona parte del proprio stipendio alla baby-sitter o al nido privato. Se sull’altro piatto della bilancia non c’è un lavoro che da soddisfazione e che offre buone prospettive, è ovvio che le donne che possono permetterselo abbandonino.  

Aiutiamo le donne a esprimere la leadership di cui sono capaci e a conquistare gli spazi che meritano nelle organizzazioni e vedrete che più facilmente resteranno nella forza lavoro anche dopo la maternità. Anche perché maggiore carriera vuol dire stipendi più alti al momento della maternità e, quindi, la possibilità di pagare alcuni servizi che rendono la vita un po’ meno faticosa.

Chi ha vissuto uno o più rientri dalla maternità cosa ne pensa? Quanto peso ha nella decisione di mollare il lavoro dopo la maternità il ruolo che si ricopre e la prospettiva di carriera?

Info Odile Robotti
Odile Robotti, ha una laurea in Economia Politica (Università Bocconi), un MBA (SDA Bocconi) e un Ph.D in psicologia (University College London). Ha lavorato in IBM e in McKinsey&Co prima di fondare la società di formazione manageriale Learning Edge (www.learningedge.it). È docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e cofondatrice e presidente di un’organizzazione di volontariato (MilanoAltruista) e di un’associazione senza fini di lucro (ItaliaAltruista).

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