Le donne leader aiutano le altre donne?

Cat-Fight13Quando due donne litigano, è una cat-fight, una lotta tra gatti. Quando lo fanno due uomini, è un sano confronto tra maschi-alfa. O almeno, così molti interpretano una identica situazione situazione conflittuale (una con due donne protagonste, l’altra con due uomini, ma per il resto nessuna differenza). Lo spiega un interessante esperimento che mette in luce come tendiamo a “problematizziare” i conflitti tra donne attribuendovi un significato che va oltre l’oggetto del conflitto. Insomma, i pregiudizi di genere sembrano giocare un ruolo rilevante nell’interpretazione dei conflitti tra donne e nei miti che ne derivano.

In un pezzo recente sul New York Times Sheryl Sandberg spiega che non è vero che che le donne leader non rimandano giù l’ascensore e addirittura ostacolano il proprio genere, o almeno, questo è un resoconto parziale di ciò che avviene.

Ecco come stanno realmente le cose. Nei contesti in cui sono minoritarie, le donne spesso tendano a prendere le distanze dalle altre donne per cercare di essere cooptate dagli uomini (per farsi considerare una dei loro), è vero, purtroppo. Ma questo non ha a che vedere con la natura delle donne, bensì con la dinamica dei gruppi minoritari. In altri contesti, meno distorti, le donne si aiutano. I dati riportati nello studio pubblicato da Catalyst su questo argomento sono significativi. Leggetelo, ma, tanto per esemplificare: il 70 percento dei mentor di donne considerate ad alto potenziale erano donne, solo il 30 percento erano uomini. E il 65 percento di queste donne hanno “restituito” diventando a loro volta mentor di altre donne. Non solo le donne si aiutano, ma anche non interrompono la catena di aiuto dopo essere state aiutate.

E allora?  Se non ci mettono in condizioni impossibili, noi donne collaboriamo e ci aiutiamo come gli uomini. E quindi? Invece di aggiustare le donne, aggiustiamo le organizzazioni e arriviamo al 30% di donne nella leadership (come sta cercando di fare il #30pctclub).

Lock her up: cosa succede a chi viola lo stereotipo femminile

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Cosa succede alle donne che violano lo stereotipo femminile combattendo per il potere? Cosa succede quando, invece cedere il passo agli uomini nelle organizzazioni e nella politica, si fanno avanti sul serio minacciando la supremazia maschile?

Gli stereotipi di genere sono vendicativi: discostarsi da ciò che prescrivono è considerata una forma di devianza sociale. Lo ha sperimentato in maniera dirompente Hillary Clinton, i cui detrattori vorrebbero vedere locked up (cioè rinchiusa in carcere). Certo, questo episodio si inserisce in un contesto di odio crescente nelle campagne elettorali e nella società, ma sa molto di misoginia e di caccia alle streghe (in effetti mi meraviglio che non abbiano chiesto di bruciarla sul rogo).

Le donne che si scostano dallo stereotipo femminile lo fanno a proprio rischio e pericolo.  La situazione cambierà solo quando avremo cambiato gli stereotipi di genere, ma questo richiede che molte donne prima accedano al potere e ne subiscano la gogna. Si sentiranno dire che sono troppo maschili, dovranno rispondere a domande assurde tipo perché non hanno figli o come mai non si occupano dei nipoti (invece di rompere le scatole). Verranno guardate con curiosità antropologica e giudicate secondo standard impossibilmente alti, da uomini e da donne. Speriamo che non mollino. Alla leadership femminile servono role model. Dato che il prezzo che le donne devono pagare per accedere al potere è esorbitante, credo che non possiamo fare tanto i difficili.

 

#ShareTheLoad

ariel-india-sharetheload-540x304La pubblicità di Ariel (detersivo per lavatrice) in India è stata molto premiata, giustamente, e si inserisce in un filone socialmente responsabile che può contribuire a cambiare la cultura di genere e gli stereotipi (la pubblicità ci influenza più di quanto vogliamo ammettere). Non so se Ariel elimini le macchie meglio di altri prodotti, ma fa qualcosa per eliminare la macchia dell’ineguaglianza di genere e questo me lo rende simpatico.

Veniamo allo spot. E’ la storia di un anziano padre “maschilista pentito” perché non ha dato il buon esempio aiutando sua moglie in casa e ora vede la figlia, ormai madre e moglie, replicare quel modello di genere con fatica e rassegnazione. La giovane donna arriva a casa dal lavoro parlando concitatamente (con l’ufficio) al cellulare e mentre parla inizia a mettere su la cena, a sistemare la casa e a caricare la lavatrice. Il marito guarda la TV (ovviamente ritiene di dare il suo contributo facendosi un’opinione su sport, politica, ecc.). L’anziano padre ci rimane male (i papà quando gli toccano la loro principessa sono molto sensibili), vorrebbe che il genero desse una una mano alla figlia, ma capisce che anche lui replica ciò che ha visto fare quando era piccolo.

Ma non è mai troppo tardi, pensa l’anziano  padre. Quella sera, quando torna a casa sua,  inizia ad aiutare la moglie (costernata) a caricare la lavatrice (da qui: share the load). E lo scrive in una lettera alla figlia. Divulghiamo questo messaggio: non è mai troppo tardi per cambiare un modello di ruolo sbagliato.

La pubblicità che aiuta a cambiare la cultura di genere

dddydoIl Super-Bowl (campionato di football americano che si è giocato un mese fa circa), essendo l’evento sportivo più guardato in televisione negli USA, è  di  interesse anche dal punto di vista della pubblicità (molte persone confessano di guardarlo per quello). Quando si spendono 4.5 Milioni di dollari per andare in onda 30 secondi si cerca di farlo con uno spot memorabile. Cosa si sceglie di dire in quei 30 secondi conta qualcosa.

Quest’anno Pantene (prodotti per capelli) ha scelto di mostrare DeAngelo Williams, un super-campione di football che è anche molto cool, mentre fa le treccine alla figlia. Il tutto avviene in modo molto naturale, non sembra un evento speciale.

La frase che compare sullo schermo (“Girls who spend quality time with their dads grow up to be stronger women.”) contiene vari messaggi. Primo, fare le treccine non è una prerogativa della mamma o di altri membri femminili della famiglia. Secondo, è tempo di qualità, se è fatto con qualità (non serve fare cose straordinarie, il punto non è quale sia l’attività). Terzo, il tempo passato con il papà aiuta la bambina a diventare una donna forte, quindi è un investimento sul suo futuro.

Credo che pubblicità come contribuiscano a cambiare la cultura di genere e sarebbe bello vederne anche qua in Italia, dove invece trionfano donne inutilmente discinte oppure occupate a scolare la pasta oppure ossessionate dal bucato, mentre gli uomini guidano le automobili o si impegnano in altre attività dello stereotipo maschile.

Trovata la banda che deruba le donne

banda_bassottiScagionato il principale sospettato dello scarso progresso femminile nel lavoro, l’utero. Scoperti i veri responsabili che per anni hanno derubato le donne delle loro carriere: è la banda dell’aspirapolvere, dello straccio e del ferro da stiro. Ci auguriamo siano condannati all’ergastolo a vita.

Come spiega Elena Tebano nel suo articolo sulla 27Ora sulle moderne famiglie asimmetriche,  le donne italiane passano oltre 3 volte il tempo dedicato dagli uomini nelle faccende domestiche (204 vs 54 minuti/giorno) e “solo” poco più del doppio (23 minuti/giorno vs i 10 maschili) nella cura dei figli. Smettiamo quindi di dire che il problema delle carriere femminili sono i figli: se una donna non vuole fare riunioni a tarda sera e nel fine settimana, è per poter pulire approfonditamente i pavimenti (in modo che volendo ci si possa mangiare sopra) e per poter lucidare in santa pace i lavandini di casa finché diventino come specchi.

A parte notare che il differenziale di genere dei carichi genitoriali e domestici (quasi 3 ore al giorno, infatti le donne dedicano un totale di 227 minuti/giorno e gli uomini 64) è notevole, registriamo due fatti. Primo, nonostante la casa e la famiglia fossero storicamente il nostro regno (e anche la nostra riserva indiana), non abbiamo potuto scegliere per prime quali incombenze tenere e quali delegare. Infatti, abbiamo ceduto parte della cura dei figli e ci siamo tenute strette il lavoro da sguattere. Forse qualcuna preferisce pulire il bagno con spic-e-span invece che giocare coi bambini, ma ho i miei dubbi. Aggiungo anche, per esperienza, che parte del  tempo trascorso dalle madri coi figli in età scolare consiste nel controllo dei compiti scolastici (in questo caso concordo che pulire i bagni è meglio), mentre i padri, nel tempo di cura dei figli, giocano a pallone, visitano musei e fanno altre cose più divertenti e memorabili. Secondo, la situazione sarebbe facilmente modificabile, volendo. Se non si dimostrano particolari differenze biologiche per cui le donne sarebbero più adatte a occuparsi di faccende domestiche (es. solo loro sono dotate di mano prensile per l’elettrodomestico), gli uomini potrebbero iniziare a farsene carico immediatamente.

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Realtà bifronte e correlazioni pericolose

Jano-bifronteNoi donne sappiamo che la realtà è bifronte, cioè che uno stesso fatto della vita (es. sposarsi, diventare genitori, ecc.) è interpretato in modo diverso (a volte opposto) a seconda che riguardi il genere femminile o maschile. Sappiamo anche che alcune correlazioni (che esistono nelle menti di selezionatori, manager, ecc.) sono per noi molto pericolose. Un esempio classico, trattato in un recente articolo uscito sulla 27 Ora, riguarda la correlazione tra avere figli e essere poco disponibili nel lavoro.

Nel caso degli uomini, infatti, avere famiglia è sinonimo di stabilità (assunti sottostanti: anzitutto li deve mantenere, poi la madre dei piccoli eviterà che lui si distragga troppo) e di disponibilità maggiore verso il lavoro (assunto sottostante: la paternità rende gli uomini più responsabili). Al contrario, nel caso della donna è sinonimo di instabilità (assunti sottostanti: la maternità finisce per occupare una parte preponderante della mente e del tempo delle donne, rendendole meno affidabili) e di minore disponibilità per il lavoro (assunto sottostante: la famiglia verrà sempre per prima).

La correlazione (applicata esclusivamente al genere femminile) tra avere famiglia e essere poco disponibili per il lavoro è pericolosa per le donne ma anche per le organizzazioni. Quanti talenti femminili vengono scartati per questo pregiudizio? Quanta leadership femminile viene sprecata e scoraggiata perché invece di ragionare qualcuno mette il cervello “in folle” e si fa portare dagli stereotipi? Quanta meritocrazia, tanto sbandierata, va a farsi benedire per colpa di questi pregiudizi?

Spesso chi adotta gli stereotipi come “scorciatoia” per categorizzare le persone è convinto di stare usando la propria esperienza. Il problema è che quello che sappiamo per esperienza, se applicato indiscriminatamente e senza verifiche, rischia di essere clamorosamente sbagliato.

 

Perché 30 è una percentuale magica

logo_square_400x400Come i pesci nella famosa storiella raccontata da Foster Wallace, a forza di essere immersi in qualcosa, non la si vede più. Le donne in posizioni executive (fino a due livelli di riporto sotto l’AD) in Italia sono l’8%  secondo una ricerca di Mercer che si riferisce al 2014 . Significa che il 92% degli executive sono uomini (in genere, sono anche di razza bianca caucasica ed eterosessuali). Tutto questo però siamo così abituati a vederlo intorno a noi da considerarlo una legge di natura e da stupirci nel vedere qualcosa di diverso, al punto di esserne distratti (pensate a tutta l’attenzione su abbigliamento, famiglia ecc. delle donne di potere).

Il 30% Club è una campagna globale che si propone di cambiare la percezione, oltre che la realtà, della presenza femminile nella leadership. Le due vanno di pari passo perché finché le donne sono percepite e si percepiscono come una minoranza nella leadership, sarà ancora più difficile cambiare lo status quo. Finché non cambiamo le nostre aspettative riguardo al genere della leadership (attualmente maschile), la battaglia sarà in salita e tutti i pregiudizi inconsci e gli stereotipi rallenteranno il progresso.

E’ importante quindi non solo imprimere un’accelerazione alla crescita di donne leader, ma anche cambiare nella testa di tutti (uomini e donne) l’immagine di leader, il modello di leadership e la percentuale di donne che ci si aspetta di vedere in un gruppo di executive. In merito a questa ultima percentuale, dovrebbe essere almeno il 30%. Perché proprio 30% come soglia minima? Naturalmente potremmo dire 50%, ma se teniamo conto di aspetti culturali radicati, nel medio periodo il 50% non è realistico mentre il 30% sembra un obiettivo raggiungibile. Inoltre, si sa che superata la soglia del 30% cambia la percezione e l’auto-percezione di un gruppo che non è più visto né si vede come una minoranza. Questo è importante psicologicamente.

Il 30% Club Italia inizia la propria attività il 26 Ottobre per cambiare marcia alla leadership femminile grazie all’aiuto di CEO, presidenti e rettori che credono che la migliore leadership sia quella bilanciata.

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